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Il Natale che non si racconta PDF Stampa E-mail
Scritto da L.Niger   
mercoledý, 25 dicembre 2013 07:40
ImageNel bene e nel male il Natale, soprattutto nel Sud d’Italia, che è il luogo che conosco meglio per esperienza personale e per le letture fatte e che, mi auguro, non sia destinato a morire (per riprendere l’ultimo doloroso e documentato libro di G. Stella e di S. Rizzo), costituisce un evento significativo e indelebile nella storia di tutti e di ciascuno. In verità, è triste continuare ad urlarlo, i presupposti per la morte del Sud sono presenti, consolidati e diffusi. Basti solo pensare alla condizione di agonia in cui vive la Calabria, da sempre in attesa di un’esistenza umana, civile, serena e ancora tenuta in vita ( ?)  da quelli che non sono fuggiti (i veri eroi?) e che caparbiamente non intendono staccare la spina. Le analisi e le riflessioni, tutte amare, ci potrebbero portare lontano e, perciò, torniamo al Natale, a quel Natale che non c’è. I più fortunati, del Natale hanno un ricordo felice (?) e gioioso. Ricordo che induce emozioni intense, sentimenti lieti, legami forti, pensando all’atmosfera calda e infantile, all’unità familiare, ai doni ricevuti e scambiati, all’accoglienza contagiosa, alle favole ascoltate e sognate.  Insomma, un Natale , reale o fantasiosamente costruito negli anni , vissuto con nostalgia,  come perdita di un tempo che con c’è e che con ci sarà più.

Per i non fortunati, come lo scrivente, il Natale accentuava il senso della povertà, anche quella più dignitosa, faceva sentire con acutezza e con più dolore il meccanismo di esclusione dai confort, dall’abbondanza, dai giocattoli, invano desiderati. Per non parlare di quelli che vivevano nella pena e tra le lacrime.

Un Natale da non rimpiangere, anzi , da quelli più sensibili e sofferenti, vissuto con disagio, prima e durante, con sollievo, dopo. Finalmente, è passato.

Oggi come ieri, pur con alcuni cambiamenti nelle persone e nelle classi sociali (a dispetto degli studiosi all’avanguardia, ancora esistono) , le due aree, fortunati e non fortunati, per caso o per destino, si ripropongono e con la crisi, che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo, lo scarto si è approfondito e dilatato in modo scandaloso e vergognoso.

Tempo fa, su questo sito, avevo parlato di una terza guerra nel nostro paese e a qualcuno era sembrato eccessivo con la relativa accusa di catastrofismo. Pochi giorni fa, il Presidente della Confindustria ha evocato la realtà dell’esperienza della guerra e del dopo, fatto di macerie e di rovine. Sorge immediata la domanda: bene presidente, ma lei nel corso della guerra con i suoi industriali da che parte stava?

In questo clima, dove anche le stelle piangono e il sole è nero, che c’è da festeggiare?

La miseria, il dolore, la rabbia, l’assenza di futuro, i malati non curati, i bambini abbandonati, gli anziani soli, gli emigranti nudi tra i lavaggi e le loro bocche cucite (non metaforicamente) e tutti coloro che sono ai margini, poveri, deboli, esclusi…?

Che c’è da festeggiare?

Non pochi oggi vivono in trincea come i nostri poveri soldati massacrati durante la prima guerra mondiale, nel nome di una patria di cui non sentivano l’ appartenenza e del capitale:  stavano tra brandelli di muro e tra i tanti morti ammazzati, anche se “nel cuore nessuna croce manca”, come scriveva Ungaretti (San Martino del Carso).

Che c’è da festeggiare?

Non hanno senso gli spari, gli schiamazzi,  il lusso ostentato, le mascherate e il mostrare forzosamente una serenità o una gioia che non ci sono.   Preferisco restare “tra le quattro capriole di fumo del focolare” per pensarmi, e pensarvi.

 

Luigi NIGER

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