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Ricordi d'infanzia: le mie paure PDF Stampa E-mail
Scritto da M.Miani   
sabato, 14 dicembre 2013 08:44
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I fratelli Michele e Salvatore Miani
Il tempo passava, ed io in modo particolare, divenuto più grande, non avevo dimenticato, ma, messo da parte, la realtà di essere orfano. Vivevo le giornate una dopo l’altra, senza problemi. Mia nonna, dopo il compimento dell’ottavo anno, mi spingeva ad andare al cimitero a far visita alla tomba della mamma. Mi diceva con voce premurosa ogni tanto “ Michele ricordati di tua madre vai a fargli una visita al cimitero. Lei ti aspetta ti vuol vedere, tu, che sei più grande di tuo fratello, hai l’obbligo di andarla a trovare. Portagli un fiore che la farà felice. Dal cielo ti vedrà e sorriderà contenta”.
Io rispondevo che sarei andato, che l’avrei accontentata, ma in cuor mio non accettavo volentieri di andare al cimitero. Facevo a malincuore la visita, giacché mia madre giaceva, in una zona di cimitero coperta, in una nicchia posta in alto, su cui v’era riportato il nome e le date di vita: nascita e morte.

Nel locale un’apertura a tutto tondo faceva entrare poca luce, quindi vi era penombra, a terra vi erano tumuli, di altri morti interrati, sui quali spiccavano le croci di legno, le ghirlande nere di fiori finti, i nastri neri su cui spiccavano i nomi degli amici e dei parenti dei sepolti, i quali avevano donato le corone per rispetto dovuto alla famiglia e al morto. Qualche lumino o qualche lucerna ad olio rischiarava con un po’ di luce i tumuli. Vi era un odore di cimitero che non riuscivo a sopportare.

Ogni volta che vi andavo non vedevo l’ora di uscirne. Correre lontano, liberami dalla paura che mi prendeva quando già entravo nella prima cappella, ove depositavano i morti prima della sepoltura. Ricordo, quando passavo vicino ad un tumulo, stavo accorto, tenendomi discosto, per la paura che il sepolto, non morto definitivamente, ma morto apparentemente, si poteva svegliare e allungando le braccia le mani, mi poteva trattenermi i pantaloni, le gambe, la maglia: mi avrebbe potuto bloccare sul posto.
Capitava magari che, nel giorno in cui andavo a far visita alla mamma vi era ,in attesa di sepoltura, qualche morto, nella cappella ove sostavano le bare per essere l’indomani sepolti. Nel caso, come vedevo la bara, sul piano del tavolo ove era appoggiata, io facevo velocemente marcia indietro e ritornavo a casa dicendo a mia nonna, se lo chiedeva, che ero andato al cimitero, altrimenti stavo zitto, una piccola bugia, per non dire il vero che avevo paura. Mi son chiesto spesso il perché, di questa paura, ma all’epoca non riuscivo a spiegarmelo, né capire da cosa proveniva la morte. Forse ad inculcarmi questi timore era stata la morta della mamma, per me repentina, , giacché la vidi nel suo letto moribonda, poche ore prima che io venissi portato a casa della zia Filomena con scuse varie, e, successivamente non la vidi più. Ciò mi faceva pensare ad un furto, ad un rapimento improvviso da parte di qualche entità sconosciuta, cattiva e potente che l’aveva portata via, in una zona sconosciuta del cielo, contro la propria e la mia volontà. Tutto ciò mi intimoriva, giacché pensavo che la stessa cosa sarebbe potuta succedere anche a me, e mi sconvolgeva, l’assoluta non conoscenza di questo luogo remoto, e l’impossibilità di avere forza per resistere al nemico misterioso che mi avrebbe potuto rapire, per esser trascinato in un mondo che non sapevo come definire né nel luogo, né nei suoi contorni.
Quando veniva con me mio fratello Salvatore, comunque mi facevo coraggio e per non impressionarlo, tiravo veloce dove era la mamma, magari dicendo qualche facezia tanto per mantenere il mio animo più sollevato e dar così più coraggio a mio fratello, devo dire il vero comunque, in lui non notavo particolari segni di timori e paure, forse l’età stessa non glielo permetteva.
Proprio per questo motivo, “la strana paura”, quando vi era qualcuno che decedeva, e, i compagni mi invitavano, a seguire il carro funebre, per portare una corona di fiori finti, con qualche scusa rinunciavo sempre, anche se ciò comportava la perdita di qualche spicciolo che normalmente si dava ai ragazzi per fare questo tipo di servizio.
Ancora a dieci anni il timore dei morti mi ossessionava, giacché oltre tutto ancora non comprendevo il perché della morte e il segreto che vi sta dietro, cosa ancora oscura e misteriosa ai più. La necessità, così la definivo, che vi doveva essere la scomparsa definitiva dal mondo, in un momento qualsiasi; era un mistero assurdo, e intollerante. Pensavo che se eravamo nati e stavamo bene, contenti con i genitori, con i parenti, con gli amici, giravamo per il paese, potevamo scorazzare per le campagne, e avere qualcuno che, si interessava di noi ragazzi, ci voleva bene, ci procurava il cibo, avevamo una casa dove andare a dormire, perché di punto in bianco tutto ci doveva mancare e tutto dovevamo lasciare. Per cosa? Per andare dove? Cosa dovevamo fare dopo morti, in un posto lontano come era lontano il cielo, ove pensavo che tutti i morti andavano senza alcuna distinzione di grandi e piccoli, uomini e donne, buoni o cattivi? All’epoca ancora non conoscevo Il paradiso, l’inferno, il purgatorio, non avevo sentito parlarne, né conoscevo le differenze che potevano esserci tra loro, e neanche ero edotto su una differenza in funzione della condotta di vita sulla terra a contatto con gli altri uomini o,e viepiù per il rispetto sentito o non dimostrato per i santi, per la Madonna, per  Gesù, e per tutti coloro che morti erano comunque saliti al cielo. L’inferno, il purgatorio, nella mia fantasia non esistevano e non esistevano il fuoco eterno, e i patimenti piccoli o grandi del purgatorio. Nel mio animo esisteva sola la paura di essere sgridato se non fossi andato a scuola, di essere ripreso per una condotta non buona, e per mancanza di rispetto per  i parenti, gli adulti, i maestri. Esisteva il timore che, ove combinavo qualche marachella di quelle grosse, potevo prendere dei ceffoni che facevano male. Ma tutto si riconduceva e finiva nel dolore momentaneo, ma, subito passato questo e le lacrime, dimenticare e ricominciare era un tutt’uno a rimettere in moto le mie fantasie per i giochi ed i divertimenti che riuscivo a realizzare con gli amici, e con la natura che mi circondava, che era bella, varia, piena di cose e spunti per nuove scoperte.
La paura dei morti e di un possibile rapimento, veniva alimentata e si ingigantiva dalle chiacchiere che si facevano con i compagni. Ci raccontavamo di fantasmi comparsi a quel tizio o a quel caio, di certo a noi sconosciuti, il racconto si riempiva di mille sfaccettature strane e misteriose per meglio impressionarci a vicenda. Questo tizio o caio, di cui si raccontava, che di notte si era trovato a passare nei pressi del cimitero, o in prossimità di incroci di strade, ove era stato compiuto qualche delitto, posti sempre misteriosi, si diceva che, durante il cammino, era stato avvicinato da una persona che gli parlava liberamente e facilmente dell’assassinio subìto, come un racconto di cose successe ad altri, o della terribile morte giunta per terribile malattia, e, che costui, dopo un poco che si era accompagnato al povero malcapitato, mentre continua a parlare, al primo incrocio della strada spariva improvvisamente e misteriosamente, lasciando l’individuo solo, raggelato per i fatti narrati e per l’apparizione e la scomparsa repentina e improvvisa, per lo scambio di parole avuto con un essere che era un impalpabile fantasma, e viepiù per il cammino notturno che questi doveva ancora compiere senza alcuna compagnia, e  inoltre con la paura che lo premeva, dopo l’incontro, che l’avvolgeva, quasi un abbraccio, e il timore di incontrare, dopo il fatto, qualche cattiva persona lungo la strada il quale lo poteva aggredire, derubare ed eventualmente uccidere nel buio della notte, lasciandolo sanguinante a terra.
 Queste paure, che scaturivano dal cicalio continuo, quasi mormorato dai narratori, s’ingigantiva maggiormente dal fatto non curioso, ma reale, che le raccomandazione degli adulti erano usi a fare a noi bambini, quando dicevano con fare circospetti e a basso tono ”Mi raccomando, quando di sera, di notte, vi trovate a passare in zone buie o poco illuminate e vedete una persona ferma o in lento camminare, anche conoscendola o che vi sembra di conoscere, non vi fermate. Procedete con calma, con noncuranza, come se non nulla fosse, non salutate, fate finta di non avere riconosciuta la persona, andate diritto per la vostra strada. Non vi voltate”. A richiesta di spiegazione proseguivano “ Voi non conoscete il perché quel’uomo è fermo lì, in quel posto. Può darsi che aspetta qualcuno e non vuole essere visto, semplicemente per un suo segreto e cattivo  motivo: una ruberia, lo svaligiamento preventivato di qualche casa. Può anche capitare che stia lì appostato per aspettare qualcuno che gli ha fatto qualche torto, uno sgarbo avuto mal digerito, e che intende, ha voglia di vendicare. È possibile che aspetti una amante sconosciuta ai più, o invece è in attesa che passi colui che lo tradisce con la propria moglie. Magari, in quel luogo, ci potrà essere un duello, un ferimento, oppure un omicidio. Voi vi venite a trovare sul posto e con il solo vostro saluto alla persona, dichiarate inconsciamente ed improvvidentemente di averlo riconosciuto, per cui, questo tizio si sente già accusato dei misfatti che vuole o può aver commesso, e, per non farvi raccontare l’avvistamento a terzi, vi minaccia, vi bastona o uccide, pur di non far venire a luce la sua presenza nella zona, in cui è avvenuto un fattaccio, se questo effettivamente accadesse”.
Erano le raccomandazione che in sintassi si conoscono nelle zone di mafia, di camorra, o di brigantaggio, e di delinquenza in genere: le solite tre scimmiette di cui la letteratura parla al proposito di silenzio omertoso “ Io sono muto. Io sono cieco. Io sono sordo”. Ciò per concludere e dire che in quegli anni della mia fanciullezza, nel mio paese, in breve si respirava la malavita, sia spicciola del singolo individuo che quella organizzata che faceva spavento. Logicamente questo modo di essere del paese e dei paesani, i racconti e le raccomandazioni, nell’insieme incrementavano la mia paura del mistero, della morte, o, se si vuole dell’ignoto pericolo in genere
Questa paura e queste angoscianti impressioni mi si erano appiccicata addosso e ricordo bene che negli anni che seguirono, nella mia fanciullezza, ritornavano puntualmente in mente allorché dovevo agire in qualche zona buia e tetra. Infatti, quando arrivai a Napoli, in collegio, queste impressioni e paure si fecero più forti, giacché era d’obbligo, da buon collegiale, frequentare in modo continuo l’annessa chiesa al collegio: santa Maria di via Donnalbina (Chiesa bellissima di origine medievale, ex convento di suore di clausura, con una pregiata soffittatura tamburata in legno dorato, numerosi quadri del Malinconico, del Solimena ed altri pittori). Ogni giorno si andava in chiesa per la messa mattutina, per le preci nella giornata e per quelle delle cerimonie serali (il solo rosario lo si snocciolava la sera, se il tempo era buono, nel cortile grande del complesso dell’ex chiostro). Il fabbricato in tempi remoti era stato un convento di suore. Nella chiesa storica esistono cappelle con gli altari particolari, oltre quello della navata centrale; nelle parti basse, di alcuni di essi, vi erano tombole con i residui di alcuni santi o martiri e non mancavano i simboli di teschio e ossa posti sottostanti in croce sotto un cranio, cose che ancora esistono. Tutto ciò mi parlava di morte e veniva visto da me con timore, in sintesi io sfuggivo dal guardarli, giravo alla larga dagli altari, cercando di non posare gli occhi su simboli ed ossa in particolare.
D’altronde, le mie paure, non certamente potevano scomparire, dal fatto stesso che i sacerdoti, nell’educarci, spesso ritornavano, sull’idea del paradiso, l’inferno o il purgatorio, nelle loro omelie quotidiane, ricordandoci che bisognava cercare di vivere correttamente senza fare peccati né mortali, né veniali, per non incorrere nelle ira di Dio. Il quale essendo onnisciente, conosceva tutto, e tutto ricordava per sempre, per cui in caso di morte, ci avrebbe giudicato e, il giudizio,che sarebbe stato finale, verteva su quello che avevamo fatto durante la vita: il bene od il male, o aver vissuto come buono uomo o, cattivo. Il catechismo stesso, che dovevamo imparare a memoria, ci riconduceva a questi ammaestramenti, per cui tutto si ricollocava alle mie paure e al mio non capire il perché della morte. Quindi la paura dell’ignoto ancora mi si appiccicava addosso e mi annichiliva.
Per mia fortuna nel tempo tutto ciò si è mitigato, con lo studio, le letture, la vita corrente che non ti da tempo per riflettere, perché t’incalza a muoverti velocemente. Ricordando il pensiero, la filosofia, quello che Epicuro greco si domandava; “Perché avere paura della morte? Se, quando noi viviamo, non c’è per noi la morte, e, se quando c’è la morte non ci siamo più noi”, i tanti timori. Le tante paure sono scomparse, perché in pratica mi sono convinto che per la morte, il morire, non puoi farci nulla, in ultima analisi è più la paura di morire che la morte medesima, e questa non si può vincere combattendola con niuna arma, se non morendo. Per fortuna nostra, tale sorte, se così possiamo dire, la natura dell’evento morte, è paritaria. Il padre di tutti, Dio creatore, non ha fatto distinzione fra potenti, ricchi, illustri, bracciati, proletari, nulla tenenti o poveri disgraziati senza un conto in banca sempre alla ricerca del soldo per poter sopravvivere e sbarcare la giornata, tutti, nessuno escluso, dobbiamo morire prima o poi, e finire in una fossa, ritornare alla terra, in polvere. Comunque, nell’animo, nel modo di pensare mi è rimasto vivo il mistero della morte e il perché di essa, che vorrei tanto chiarirmi o trovare la via illuminata che serve a leggere quella ragione arcana che nessuno è riuscito a spiegarsi ed a trovare. Questa ricerca, che si protrae nel tempo della nostra esistenza, accoppiata al perché della vita, al mistero bello affascinante della nascita, ci rende più fascinosa l’avventura della nostra presenza sulla terra, dove ogni giorno amiamo, gioiamo, soffriamo, ma sulla quale cogliamo quegli attimi di tempo quasi insondabili di felicità pura ma effimera che ci rendono tutto sopportabile anche se sullo sfondo impalpabile, ma reale vi è il mitico bacio di Eva sulla mela.

ImageMichele Miani

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