Skip to content

Sibari

Narrow screen resolution Wide screen resolution Increase font size Decrease font size Default font size    Default color brown color green color red color blue color
Advertisement
Vi Trovate: Home arrow Letteratura arrow Letteratura arrow Dovevo Partire(racconto di vita vissuta)
Skip to content
Dovevo Partire(racconto di vita vissuta) PDF Stampa E-mail
Scritto da M.Miani   
domenica, 21 luglio 2013 17:37
ImageDonna Titina Lombardi, come aveva promesso a mia nonna, si era molto adoperata a che si trovasse una mia sistemazione fuori da Cassano. La cosa si rese possibile. Titina aveva in conoscenza Il dottore Picciocchi, un amico del direttore del Piccolo Cottolengo di don Orione di Napoli. I due, tanto insistettero che convinsero il direttore ad accettarmi in questa casa, anche in ragione della mia situazione famigliare. Donna Titina aveva raggiunto l’accordo nel mese di settembre del 1948, che era giunto velocissimo dopo l’estate. I miei avevano così deciso: dovevo partire, ed andare in collegio nella città di Napoli. Dal giorno che me lo dissero, mi ritrovai con la mente lontano da Cassano, con il pensiero rivolto a Napoli. Dove si trovava? Quanto era distante? Quanto era grande? Perché si chiamava Napoli? Cosa era un collegio? Chi avrei trovato? Cosa avrei potuto fare? Sarei stato libero? Ci sarebbero stati dei compagni , degli amici? C’erano campagne attorno? Avevo mille domande che nel cervello ruminavano continuamente, erano tanti perché. Si affollavano ogni volta che mi isolavo e riflettevo. Mi rendevano triste. Io ero restio ad andare lontano da Cassano, in un paese a me ignoto, lontanissimo, avevo il magone solo a pensarci.

Dovevo lasciare tutto: la nonna, mio fratello i parenti, gli amici, i compagni dei miei giochi. Dovevo dimenticarmi di Cassano, dovevo dimenticare la mia libertà, le mie scorribande per le campagne, il fiume Eiano nelle cui acque mi bagnavo i piedi cercando granchi e girini, l’orologio turrito che sovrasta il paese, le feste paesane, lasciare le strade, i vicoli stretti, le case dai tetti rossi, la pietra del Castello e quella di san Marco che dominano Cassano. Tutto!... Tutto. Era qualcosa d’impossibile, d’irreale non avrei più corso per i vicoli, non avrei più giocato sulle strade che conoscevo, non sarei andato più nei campi, sugli alberi a cercare nidi di passeri, sentire il canto degli uccelli, a prendere le cicale d’estate, i grilli o le farfalle. Non avrei udito il canto mattiniero del gallo e dell’allodola. Non avrei più conosciuto la natura, la storia del paese, il nome degli uccelli, quello dei fiori, che selvaggi nascevano a primavera. Avrei dimenticato il suono delle voci paesane, il dialetto che era per me una musica con le sue cadenze, i toni famigliari. In alcuni momenti mi si stringeva l’animo e di nascosto piangevo in silenzio, andando mogio in giro come un ciuco bastonato.

Ma dovevo andare. Tutti, parenti, vicini, amici, dicevano “é per il tuo bene, è giusto, è necessario che tu parta”. Tutti continuavano a ripetere, “Sarai contento, potrai studiare, avrai colazione, pranzo e cena sempre pronte, mentre qui tua nonna, gli zii devono lottare e lavorare ogni giorno facendo ogni tipo di sacrificio per farti crescere”. E cercando di pungere il mio attaccamento alla famiglia “ Non puoi tradire la nonna, ora che ha trovato una soluzione al tuo vagabondare. Si è tanto data da fare che, se non accetti, gli viene una malattia, e, dopotutto, lo ha fatto per il tuo bene. La devi stare a sentire, la devi accontentare”. premevano su questa considerazione perché avevano intuito che ero restio a partire ed andare lontano, ma, nello stesso tempo, sapevano che io volevo bene a nonna Cristina.

Image
Donna Titina in un dipinto conservato a Palazzo Viafora
La famiglia Lombardi, con donna Titina in primis, mi martellava la testa “Troverai altri compagni, starai sempre con altri amici. I sacerdoti che ti accoglieranno ti vorranno bene, si interesseranno di te in tutte le occasioni, non devi assolutamente preoccuparti, non devi aver remore o paure”. Facevano raffronti tra la mia vita a Cassano e quella che avrei vissuto a Napoli. Mi illustravano le possibilità di poter diventare importante per gli studi e l’educazione che avrei avuto. Donna Titina mi raccomandava di non fargli fare brutte figure con i sacerdoti che mi accoglievano. Ad onor del vero lei si era prodigata oltre ogni dire per convincerli ad accettarmi nel collegio, ove venivo accolto in maniera completamente gratuito, era logica l’insistenza a non rifiutare l’occasione propizia che mi veniva offerta. Titina ripeteva costantemente vedendomi triste, dubbioso e intollerante per la scelta :“Michele mi raccomando cerca di studiare, di essere educato, non rispondere male, se qualche volta ti sgridano. E maggiormente studia. Studia anche per tua nonna che ci tiene tanto a farti prendere un titolo di studio. Io li conosco sono bravi sacerdoti, ti vorranno bene”. Le raccomandazioni pressanti e continue in quel periodo, mi davano fastidio, sembravano forzature tentate per costringermi ad accettare, forzature a partire, andare dove io non volevo. D’altronde, oltre tutte le varie mie resistenze, vi era inoltre la figura del sacerdote che mi doveva accudire in un ambiente a me completamente nuovo e sconosciuto, non riuscivo a capire quale funzione avrebbe avuto e in quale forma avrebbe sostituito la mia famiglia; io, personalmente, non avevo nessuna conoscenza appropriata dei sacerdoti, li vedevo in chiesa nelle festività, quelle poche volte che ci andavo a curiosare con qualche amico, a natale, pasqua o qualche altra festa. In genere non li avvicinavo, mi tenevo lontano, così, senza un valido motivo, solo perché li vedevo distanti dal mio vivere quotidiano. Non li temevo né li odiavo, mi erano solo sconosciuti.

Prima di partire i miei parenti si diedero da fare per prepararmi alla partenza. Fissarono la data nei primi giorni di Ottobre, se non vado errato e ricordo bene, il giorno dieci. Mi comprarono una piccola valigia di cartone color marrone. Mi comprarono un pantalone lungo di buona stoffa, color celestino, da un signore il quale vendeva indumenti usati che acquistava vicino Napoli a Resina, oggi Ercolano. Lui e la moglie, forse originari di Mormanno, per questo chiamati “mormannoli”. Lui, era nell’aspetto, un omone tarchiato testa grande, capelli neri, un vocione da baritono, occhi scuri e vigili, pronto alla chiacchiera con gli amici, anche se riservato nelle sue cose; abitava sul timpone vicino la posta, quindi vicino anche a casa mia, che era al vico ginnasio, dietro la posta stessa,. La moglie, che si chiamava Maria, una signora simpatica bassina, dai capelli rossi, con la faccia bianca e piena di efelidi lavava e aggiustava questi panni usati rendendoli quasi nuovi, se privi di bottoni li sostituiva, se aveva qualche scucitura li ricuciva, spesso gli dava anche una buona stirata con un ferro da stiro a carbonella. Io spesso andavo nella loro casa per giocare con i figli, conoscevo tutta la famiglia e ammiravo il loro lavoro.

ImageQualche giorno prima di partire mia nonna mi accompagnò in giro per il paese per andare a salutare i parenti, i cugini, le commari, i compari che di solito erano numerosi e, in quel tempo, si rispettavano come parenti prossimi. Qualcuno mi incoraggiava, mi accarezzava il capo, le donne mi baciavano con trasporto; i cugini restavano quasi muti perplessi, consideravano la mia partenza un addio, pensavano che non mi avrebbero più rivisto, come capitava per gli amici che espatriavano oltre mare. L’area dopo ogni uscita dalle singole case era greva piena di commozione e, ricordo, piena di lacrime.

Finalmente arrivò la fatidica data, il giorno prima mio zio Antonio, andò a fare i biglietti,per non andare di fretta al momento della partenza, ma maggiormente per avere con calma informazioni più precise sul viaggio, i cambi di vetture da fare, le coincidenze, in altre stazioni per prendere altri treni. Dato che mi doveva accompagnare lui, chiese spiegazioni e delucidazioni precise per non trovarsi in difficoltà.

La sera mi prepararono la valigia con qualche panno di ricambio, alcuni regali fatti da parenti e conoscenti: Caciocavalli, salsicce, sopressate, un po’ di frutta secca, fichi, noci, del pane fatto dalla nonna, che era bravissima ad impastare la farina, il pane fatto da lei aveva sempre un sapore straordinario e buonissimo.

La mattina del dieci ci alzammo prestissimo, mia nonna mi aiutò a vestirmi, mi fece mettere il pantalone di recente comprato, una camicia bianca e una maglia, perché ad ottobre già faceva freschetto, mi pettinò. Io, intontito da questa cerimonia di vestimento, stavo zitto e distante con il pensiero che correva per Cassano e per i campi, nella bottega di mastro Giacinto il falegname a cui mi ero affezionato e che avevo salutato il giorno prima direttamente in bottega.

Allorché mancava una ora dall’orario di partenza, mio zio prese la valigia, io salutai la nonna, che piangeva, lei mi baciò senza dire altro: muta. Io scavalcai il grandino dell’uscio di casa e incominciai il viaggio. Partivo.

ImageCon zio Antonio scendemmo la discesa del timpone sino al campanile, dopo arrivammo a corso Garibaldi, io guardai il duomo, la statua ai caduti della prima guerra mondiale, che ora è sparita, per far posto al parcheggio auto. Passammo davanti al teatro, da questo raggiungemmo la fontana dell’acquastufa, io bevvi una sorsata di acqua solfurea e proseguimmo. Nei pressi della stazione trovai zia Miluccia la sorella minore di mia madre e il fratello Battista con i rispettivi consorti; insieme come un piccolo corteo raggiungemmo la stazione. Dopo poco arrivò la littorina della calabra lucana proveniente da Castrovillari, io salutai nuovamente. Salii in carrozza come un cane bastonato. Pochi minuti di attesa e la carrozza prese a muoversi stridente con le ruote sui binari e una ruota dentata sulla cremagliera. Quel suono, negli anni di collegio, mi è stato sempre presente e mi premeva nelle orecchie. I miei parenti mi salutarono facendo ampi gesti con le braccia alzate, io aprii il finestrino li guardavo mentre piano, mi allontanavo.

Per gran parte del tragitto da Cassano a Spezzano Albanese restai affacciato al finestrino, vidi prima allontanarsi la stazione con il serbatoio dell’acqua, le Rocce: La pietra del castello, quella di san Marco, di sfuggita il cimitero, l’orto di mia zia Filomena che si trovava a ridosso del fiume Eiano dove, qualche volta, negli anni di guerra, io mi nascondevo in una buca grande con il marito della zia quando passavano nel cielo gli aerei in perlustrazione sulla zona, più avanti ricordo sulla destra vi era una fornace per mattoni che mi ricordò la fornace nei calanchi che scendevano verso il fiume a ridosso di Lauropoli di fronte alla pietra grande del castello. Alcune volte vi andavo con lo zio Antonio e mi divertivo a cavare argilla per poi spanderla negli stampi in legno che davano forma ai mattoni e alle tegole per i tetti che successivamente venivano messe nei forni a cuocere, e, ricordai anche i segni che io vi facevo per riconoscere i miei lavori di cui andavo fiero. Intanto la carrozza scivolava più veloce senza l’uso della cremagliera, vidi il casolare dove a volta con la nonna ci fermavamo per bere dell’acqua corrente di una fonte naturale, per poi riprendere il cammino verso santa Venere, dissetati. La littorina scendeva verso valle mentre sembrava che le campagne veloci scorrevano davanti agli occhi miei, come faccia di trottola immensa dipinta di verde, dell’azzurro dei cieli, di uccelli, di piccole case con alberi alti con rami immensi. Giungemmo ai sette ponti, limite del mio mondo conosciuto, dove era la salita che portava al pianoro di santa Venere che a piedi salivamo, la nonna avanti e io e Salvatore suoi nipoti leggermente indietro, sulla salita facevamo a fatica sino alla cima, andando poi con passi più veloci verso il terreno dei nostri genitori, per strada riuscivamo a catturare le cicale che frinivano nell’aria d’estate la quale ardeva sulle stoppie e sul terreno, ove spaccava le zolle di terra arsa. Mi venne agli occhi un lacrima che non rigettai, nelle gocce di liquido lacrimale vidi la nonna curva verso il terreno, nell’ultima giornata di fine estate, che faceva a fatica uno, due, tre buchi nel terreno e tranquilla vi metteva dei noccioli di pesche, degli altri di albicocche, li ricopriva con piccole zolle di terreno pestato e con un orcio,  ripieno d’acqua, innaffiava e poi, come se mi parlava di un mistero, mi diceva ” Vedi Michele questo noccioli, nell’umido del terreno, moriranno e dai semi decomposti, dopo l’inverno, nasceranno dei piccoli germogli e vedrai quando ritorneremo in primavera troveremo delle piccole piante”, mi faceva mettere sul posto dei bastoncini, infilati nel terreno, quali segnali per riconoscere con sicurezza il luogo di semina. Oggi che scrivo queste righe dei miei ricordi, adulto che sono, non riesco a frenare due lacrime, mi scendono lunghe le guance e vedo ancora quella donna, ormai vecchia che con cura ed amore fece quel piccolo lavoro e mi soffiava all’orecchio il mistero della vita.

ImageA quel punto mi misi a sedere vicino allo zio e aspettai che si giungesse alla stazione di Spezzano Albanese. Qui giunti scendemmo e salimmo su un trenino a vapore che riparti veloce verso la piana di Sibari, dopo una mezzora circa arrivammo alla stazione di quello che rimaneva della città di Sibari famosa con il suo mare, la sua piana, che io riuscivo a vedere dal timpone della posta a Cassano, nelle serate limpide d’estate e nelle giornate ventilate d’inverno, quando il vento che proveniva dall’est, dalla lontana gelida Russia, passando dall’Albania, e dalla Grecia spazzava le nubi dal cielo. Vidi lontane le campagne del monte di Cassano, ebbi poco tempo a cercare di individuarle e riconoscere bene i luoghi, la lontananza era già molta e anche perché giunse di corsa, frettolosa una locomotrice, che prendemmo quasi al volo, anche noi frettolosi di correre verso Napoli che mi attendeva, dove io andavo malvolentieri, angosciato, addolorato perché non avevo più possibilità di scelta. Partire, andare lontano da tutto e da tutti era il mio destino programmato anzitempo senza che io potessi intervenire sulla sua scelta.

Michele Miani

“Dai miei ricordi”

(Cliccare quì per accedere alla pagina di Palazzo Viafora dove visse donna Titina Lombardi)

< Precedente   Prossimo >