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Una sciagurata orribile notizia PDF Stampa E-mail
Scritto da M.Miani   
giovedý, 16 maggio 2013 07:26
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Prigionieri italiani in marcia nel deserto
Di mio padre, Francesco Miani, dopo la morte di mia madre, se ne parlava poco. Le notizie che si conoscevano a casa erano quelle già note, da un po’ di tempo non vi era neanche la più piccola novità. Sembrava che mio padre fosse scomparso dal campo di prigionia, sparito dal mondo, si era parlato i primi tempi, allorquando si ebbe la notizia che, era stato fatto prigioniero, in una sortita di controllo del territorio, nella zona ove era accampato il suo battaglione, poi più nulla. Eravamo all’incirca nell’anno 1947 (non ricordo bene il periodo esatto), ci giunse una missiva disgraziata, per la notizia tremenda che ci veniva trasmessa: mio padre era in rientro dalla prigionia; era diretto a Napoli su una nave che lo riportava in patria; Non sarebbe rientrato a Cassano dai suoi famigliari. Era malato. Un malato particolare. Durante la prigionia era uscito di senno. Era diventato pazzo. Infatti, come fu sbarcato, fu direttamente internato in manicomio a Napoli città.

Una notizia che fu accolta da un tremendo urlo di dolore da mia nonna, che si strappò le vesti, si tirò i capelli, si dette schiaffi sul viso e si raschiò la faccia, com’era d’uso in Cassano e non solo nel nostro paese, diciamo come era tradizione nei paesi del sud d’Italia, quando capitava qualche lutto particolarmente sentito (forse, l’usanza, era tramandata dalla magna Grecia a memoria delle opere teatrali della tragedia greca). Ricordo che, la povera donna, piangeva come una bambina. Pianti lamenti e strilli provenivano anche dagli altri parenti, la sorella e i fratelli che accorsero nella casa della nonna alla notizia che, veloce, dilagò per il paese. I pianti, gli strilli, anche improvvisi, che salivano al cielo, non facevano capire bene, a me e mio fratello, la natura di quello che era realmente accaduto, per cui piangevamo per riflesso, perché tutti erano in lacrime, ma, comunque, riuscimmo a comprendere che ci era successo un gravissimo fatto, quasi un lutto. Per giorni amici, conoscenti si alternarono a casa cercando di portare un po’ di conforto alla nonna, agli zii, a me e a Salvatore mio fratello. C’era chi ci accarezzava, chi ci baciava, con il volto mesto e spesso lacrimoso. Il dire di tante persone nei nostri confronti era quasi lo stesso, si ripeteva monotonamente “Poveri figli, prima la madre ora il padre,… sono proprio sfortunati”. Alla nonna tutti le rivolgevano parole d’incoraggiamento e di conforto, ma, lei sembrava assente in quei terribili primi giorni. Noi due fratelli la guardavamo, era afflitta, dolorante, si lagnava, e, noi entravamo in sintonia con lei sia nella tristezza, che nel dolore ed il pianto.

I giorni seguenti, dopo il primo smarrimento, i miei riuscirono a sapere qualcosa di più tramite amici e conoscenti che si presero la briga di indagare e chiedere maggior ragguagli al comune, ai carabinieri, alle autorità in genere. Si venne a sapere che mio padre era realmente ricoverato nel manicomio di Napoli. La diagnosi del suo male era schizofrenia con mania di persecuzione. Una malattia terribile dalla quale difficilmente si riusciva a guarire.

Dopo qualche mese mio padre fu trasferito all’ospedale psichiatrico consortile di Nocera Inferiore, nella provincia di Salerno. Mio zio Antonio gli fece visita e ritornò con notizie che ci fecero accapponare la pelle, il poveretto era rimasto scioccato: raccontava l’andamento della visita; le condizioni del fratello; i trattamenti riservati a questi malati; le camicie di forza usate nel padiglione ove erano rinchiusi; gli elettroshock a cui era assoggettati. Piangeva mentre raccontava tutto. Nel frattempo, sia io, che Salvatore, mio fratello, eravamo riusciti a comprendere la gravità della cosa, per cui, perdemmo la speranza di poter abbracciare nostro padre a casa. Noi non lo avevamo mai conosciuto. Ci convincemmo giorno, dopo giorno che avevamo perso anche il padre, e, che ormai ne eravamo orfani, anche senza che lui fosse morto.

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Malato di mente legato al letto
La domanda che circolava e si ponevano i famigliari, parenti ed amici, era: “Cosa è successo nella mente di Francesco”; ed anche “Poteva solo la prigionia rendere fragile la mente di un uomo?”; o “Aveva qualche problema che, nessuno, prima di partire per la guerra, aveva notato, che non era stato percepito o, qualche tara che s’ignorava in famiglia e al suo esterno?”. Tutti quelli che lo conoscevano, e specialmente quelli che con lui la mattina si recavamo sui posti di lavoro, lo ricordavano come un uomo normalmente tranquillo, non introverso anche se non molto ciarliero. La maggior parte non si poteva capacitare di quanto era accaduto. Rifiutavano di credere, rimuovendo dal loro capo la verità cruda, come se essa fosse un’infausta favola.

La colpa di quanto accaduto, a detta di tutti, era la guerra, che aveva portato mio padre lontano dalla casa, dalla famiglia, fuori paese per servire la patria come soldato. Una guerra che lui non sentiva, ma che il Re, e Mussolini, avevano voluto con forza. Io ascoltavo e maledivo in cuor mio questi due personaggi, mandandogli le più forti bestemmie, anche se non capivo ancora i concetti che stavano e stanno dietro le guerre, né il potere esercitato da questi due signori, che avevano rovinato mio padre, me, la mia famiglia, e non solo noi ma, anche tanti altri milioni di persone in Italia similmente a noi, che eravamo poveri diavoli, ignoranti di tutto ma, che avremmo voluto vivere tranquilli tutti insieme nella pace del paese, fra il parentado, gli amici, i conoscenti e i nostri paesani, anche con quelli con cui qualche volta litigavamo. Tra me meditavo queste idee, e, mi lagnavo perché pensavo che, se all’epoca in cui mio padre parti soldato, fossi stato più grande, senz’altro sarei stato coraggioso, pronto e capace di andare a dare a quei signori un coltellata per farli morire e non far partire mio padre. Non potevo sopportare l’idea che esistesse, vi fosse qualcuno che poteva decidere la sorte degli altri in funzione del proprio tornaconto. Ritenevo e pensavo che questi fossero come i pastori che una volta cresciuti i loro agnelli potevano decidere di uccidere o vendere questo o quello in ragione del peso, del grasso e nessuno poteva interferire sulla decisione. Certamente, non ero in grado di poter gestire tranquillamente il dolore, la rabbia, e il criterio di giustizia che era lungi dalle mie capacità intellettive ma, anche se non lo comprendevo, ciò mi faceva ribollire il sangue nelle vene e nel capo tanto da non farmi capire cosa pensare e quello in cui credere. D’altronde, non solo come ragazzo, ero ignorante del tutto, ma non avevo mai ascoltato discorsi su questi argomenti, non frequentavo la chiesa ove avrei sentito qualche parola di prossimità dell’individuo, e dell’amore reciproco tra gli uomini, come figli di uno stesso unico padre, del valore dell’amore verso il soggetto lontano e diverso, del termine perdono in senso allargato a tutti e non solo ristretto alle nostre conoscenze vicine. La mia famiglia era cristiana, ma, non praticava la religione, era digiuna dei concetti di fede e di quelli propriamente cristiani, per cui io seguivo i loro discorsi, mi allineavo, senza troppo riflettere, alle loro imprecazioni contro il destino che ci aveva fatto questo torto, e, contro chi aveva manipolato il pensiero e la vita di altri uomini con i loro modi di fare, al solo scopo e unico fine: La loro convenienza; la bramosia di potere. L’unica cosa certa che riuscii a comprendere era la descrizione del carattere di mio padre conosciuto come uomo tranquillo, non attaccabrighe, semplice, buono, amante della famiglia, lavoratore, non incline al bere ed al gioco, onesto, non truffaldino, responsabile nelle azioni, giusto nei fatti per questo modo di essere, e per le sue caratteristiche di uomo. Mi dicevo sembrandomi giusto che effettivamente egli aveva avuto un torto grandissimo dal mondo, da chi aveva ignorato le sue inclinazioni e la sua voglia di stare vicino alla propria famiglia, senza alcuna volontà di andare lontano per uccidere altre persone uguali a lui, che nulla gli avevano fatto e nulla lui aveva fatto a loro: Non odiava, nessun uomo sia che fosse nero o bianco, sia che parlava altra lingua, o credeva in un altro Dio, ed aveva altra bandiera.

Nel tempo successivo incominciò a circolare una verità sulle circostanze dei fatti accaduti a mio padre, che, anche se rocambolesca, poteva avere una sua validità, anche se non confermata da circostanze e testimonianze, date, nomi, luoghi precisi. All’origine vi era una serie lunga di cose accadute nella mia famiglia: la malattia di mia madre; la sua morte; l’ansia e la volontà di non rendere problematica la già difficile prigionia di mio padre. Era successo che, protraendosi nel tempo le condizioni di malattia di mia madre, una mia zia Miluccia (Carmela), la sorella minore di mia madre, manteneva la corrispondenza con mio padre, e, scrivendo, a nome della sorella, dava notizie non dettagliate sulle condizioni della famiglia, dicendo poco sulla malattia di mia madre. In alcuni casi isolati scriveva ”Tua moglie è stata poco bene” altre volte “ ha avuto la febbre”, “Ora sta bene”. Notizie, che se giunte nelle mani del poveretto,queste, potevano scambiarsi per condizioni di normalità, che frammiste alla realtà di non avere uno scritto dalle mani proprie della moglie, l’avevano un po’ abbattuto nello spirito. Una normalità in qualche modo forse accettata da mio padre, considerando che, in casi di malattia, poteva capitare di non riuscire a scrivere. Questo nella realtà era veramente accaduto.

Purtroppo le condizioni di mia madre nella sua protratta malattia, non erano migliorate, anzi, con il passare del tempo, esse si erano aggravate sino al punto di non ritorno che la portò velocemente a morte. A quel punto zia Miluccia, anche stimolata da mia nonna e dai fratelli di mio padre, che non se la sentirono di scrivere la tragica verità, decise di preparare l’animo di mio padre lettera, dopo lettera con notizie sempre più gravi e preoccupanti sulla salute della moglie, alla quale mio padre era molto attaccato e che amava. Si sperava che così facendo, la sua fibra e maggiormente il suo spirito, non sarebbero stati colpiti da un dolore tremendo e improvviso. Mia zia continuò a scrivergli i fatti che accadevano alla consorte e alla famiglia, come si stesse dando un veleno, nel caso non in forma reale, ma moralmente, con dosaggi sempre più alti con la speranza che nel frattempo il suo spirito, come novello Mitridate che nel corpo si era assuefatto a sopportare fisicamente i veleni dei cospiratori, si potesse rassegnare alla idea di una possibile scomparsa della moglie. L’idea fu di comunicargli le notizie con scritti successivi che potevano dare l’ammalata: diventata gravissima; in condizioni non più sopportabili; in fin di vita; che aveva avuto l’estrema unzione; e, in ultimo che era deceduta serenamente attorniata dai parenti e dai figli. Effettivamente la cosa andava come si era ipotizzata. Destino volle che non tutto filasse liscio, per dirla terra, terra non tutte “le ciambelle riescono con il buco”. Purtroppo prima che si potessero scrivere le tappe successive più dolorose, o, poiché non erano giunte nelle sue mani nemmeno le altre missive, la sorte volle la sua vittima programmata per una vita futura diversa da quella che erano le attese sue e dei parenti, e creò le premesse affinché il famoso gatto proverbiale ci mettessi lo zampino.

Questo zampino, si rese concreto con le vesti di un compaesano, ignaro di tutte quegli scritti di mia zia, ai quali non c'erano state risposte, ma che si sperava che mio padre avesse ricevuto. Questo compaesano era stato fatto prigioniero come mio padre. Capitò per sfortuna nello stesso campo di prigionia. I due si conoscevano, dopo la sorpresa si scambiarono abbracci e notizie di vario genere.

“Francesco!....Tu qua.” E subito “Come stai?”

“Ma… sto bene…, Come vedi, sono prigioniero di questi (gli inglesi). Sono stato catturato durante un’uscita in perlustrazione con altri soldati, dopo uno scambio di colpi di moschetti, fummo accerchiati e dopo un lungo peregrinare per l’africa e altri paesi sono finito in questo campo.” Riprendendo fiato “Tu come sei arrivato qua. Che ti è capitato?”

“Ma,… Niente di trascendentale il mio battaglione cadde in una imboscata e dopo due giorni di combattimento il nostro comando fu costretto ad alzare la bandiera bianca di resa". Proseguendo “Eravamo ormai senza munizioni, cibo, acqua, senza carburanti per i mezzi meccanici e con un numero elevato di perdite e di feriti gravi, che non sapevamo come curare non avendo più scorte di medicine. Mancavano disinfettanti, compresse, capsule. Non era rimasta neanche una benda, né un cerotto per medicare le ferite. Nulla, nulla!.. Eravamo in pieno deserto libico, non potevano raggiungere il resto delle nostre forze, e, nessuno dei nostri battaglioni riusciva a venirci in soccorso. Una situazione terribile. Tutti temevamo per la nostra vita. Meno male che il comando decise di arrendersi, altrimenti nessuno avrebbe potuto raccontare quello che era successo”.

“Dimmi, poi come sono andate le cose?”

“Gli inglesi, i nostri nemici, ci fecero consegnare le armi, ci dichiararono prigionieri, ci rifocillarono, con quel che avevano: acqua, pane, una minestra, quindi dopo un giorno ci misero in cammino. A piedi, ci incamminammo nel deserto verso l’Egitto, dove arrivammo stremati, ma per nostra fortuna vivi. Successivamente su carri ferroviari e su autocarri ci trasferirono in campi di concentramento diversi, fino a che alcuni di noi son finiti qui”.

Lo scambio di notizie proseguì, com'era normale che succedesse tra vecchi amici, i quali non si vedevano da anni e continuò per circa un’ora cordialmente. I due erano contenti per essersi ritrovati tra tanti sconosciuti italiani come loro prigionieri, ma, che non erano compaesani, né che parlavano il cassanese: poter esprimersi con il proprio dialetto era un piacere tra i due, anche in quelle condizioni. Come ho detto, il piacere di parlare nella loro lingua madre, il fitto dialogare animato dai ricordi comuni continuava, quando mio padre, avendo appreso che l’amico era stato in paese, prima di essere fatto prigioniero, per una licenza premio, chiese notizie della famiglia, della moglie, dei figli Michele e Salvatore.

“Tua madre Cristina sta bene, un pò invecchiata, ma sta bene, i tuoi fratelli sono anche loro sotto le armi, i tuoi figli vivono con “zi” (zia) Cristina (alla mamma di mio padre che, essendo anziana gli estranei alla famiglia, le davano l’appellativo di zia come si usa in altri contesti paesani), gli altri parenti se la cavano al men peggio considerando i tempi che si corrono”. A mio padre suono male la notizia che i figli stavano con la madre, per cui riprese. “E, mia moglie come sta? Perché i miei figli vivono con mia madre?” Quasi avesse un presentimento disse con forza, con fare pressante, veloce e con voce accorata.“Ma è successo qualcosa?...dimmi la verità come stanno i fatti?...Raccontami!”.

Alla domanda, il povero amico, che conosceva quanto accaduto, e, stava per dargli le condoglianze, per la morte della moglie, restò interdetto, quasi non voleva proseguire il discorso. Ma, costretto dalla circostanza e dalla pressione di mio padre, con un filo di voce, che voleva insieme scusarsi, disse repentinamente “Ma come, tu non sai?... Non hai saputo?... Non ti hanno scritto?” E mio padre subito più allarmato e preoccupato, agitato e veemente “Non so cosa?... Cosa non mi hanno scritto?”  Prendendolo per le braccia, facendogli pressione forte sui polsi, ripeteva “Cosa non so? Cosa non so?... Me lo devi dire tu cosa non conosco!”. Prendendo fiato “Mi devi dire tutto, cosa è successo?”. Anche se altamente amareggiato e infuriato, non pensava alla morte di qualcuno, né tantomeno alla possibilità che l’amico parlava della moglie, anche se aveva intuito che qualche incidente, qualche guaio grosso era successo. Il povero amico nel frangente si trovava a mal partito e non certo benediva il caso che l’aveva portato li, nell’animo si rammaricava e si addolorava perché la notizia grave, che doveva dare sulla forte richiesta, nel caso, non la voleva dare, non la dava per niente tranquillo, né serenamente. Nelle condizioni in cui stavano tutte e due gli sembrava di dare una coltellata all’amico: Anche se inconsapevolmente, a malincuore si fece forza e riprese a parlare “Tua moglie è stata molto malata” girando a lungo sulla verità ”è stata grave, per cui i tuoi figli li ha portati a casa sua  tua madre, zi Cristina. e …” Fece una pausa poi prendendo fiato si fece coraggio riprese il parlare sottovoce con un groppo in gola e la paura di dire e dare la vera notizie che, aveva capito, non era giunta mai all’amico.“e… sai come succede, quando la malattia non passa, l’ammalata si aggrava.

Hanno chiamato i medici più di una volta. I parenti gli sono stati vicini, però” “ Però cosa, cosa!?” gli urlò sulla faccia “ Però alla fine non ci fu più nulla da fare, tua moglie non guarì”. Con una voce che sembrava un lamentoso soffio, proveniente da lontano, con voce liberatoria infine disse “ Tua moglie purtroppo è morta”. Non poté dire altro poiché mio padre si accasciò al suolo strillando sotto shock “No!, No! Non è vero! …È una bugia, non può essere! Dimmi che non è vero! Dimmi che ti sei sbagliato con un’altra donna. Dimmi….” Il povero uomo ora piangeva, era a terra stordito, impotente a reggere quella notizia nera, così grave. Era impossibilitato a comprenderla e accettarla. Faceva pena. L’amico restò senza parole, poi vendendo Francesco in quelle condizioni, cercò di sollevarlo, l’abbracciò, dicendogli “Su coraggio, Fatti coraggio. Scusami… Non immaginavo che tu non conoscessi i fatti” quasi gli chiedeva perdono, ma mio padre, rimasto a terra era muto, senza fiato e forze. Il compagno l’aiutò a rialzarsi, quasi l’alzò di peso, l’accompagnò vicino ad una panca , cercò ancora di parlargli di dirgli parole di conforto, ma non vi era nessuna reazione, nessuna parola, per cui chiamati alcuni altri prigionieri italiani, lentamente l’accompagnarono nella sua baracca di prigionia. Stordito cadde in un sonno profondo intervallato da veglie lamentose senza pianto. La sera non ritirò il rancio, non mangiò, restò, sul tavolaccio-brandina, immobile, con gli occhi aperti, spalancati nel vuoto, a cercare una ragione, che non riusciva a pensare, per la confusione che si era creata nel capo.

ImageLa mattina susseguente l’amico l’andò a cercare, provò a dirgli qualche parola per cercare di scuoterlo, ma Francesco, mio padre, restò muto, rifiutò la colazione trascinandosi come un ebete, nello spazio del recinto prigionieri. Durante tutta la giornata continuò triste a rimuginare tra se la notizia del lutto che gli era caduto addosso improvvisa. Il secondo giorno dopo l’incontro, l’amico, si incominciò a preoccupare ed avvertì i commilitoni e poi il comando del campo, il quale non poté far altro che accertare il fatto e cercare di capire se poteva intervenire in qualche modo sulla persona e sulla psiche dell’uomo con qualche medicina per affievolirne in qualche misura il dolore. Purtroppo nulla poterono, mio padre non accettava colloquio. Non rispondeva che con monosillabi incompressibili e lontani dalla realtà. Non voleva medicine né cibo. Incominciò a chiamare la moglie, a gridare il nome di Saletta, restando con gli occhi fissi verso il recinto del campo. L’amico lo sentì più volte sussurrare ”Saletta perché, perché?” ed anche “Saletta perché mi hai lasciato?” qualche volta la frase detta diventava anche più continua con dolore ed amarezza “Perché mi hai abbandonato? Che ti ho fatto? Perché mi hai tradito?  Con chi stai?… dove?”. Andando in giro per il campo si rivolgeva al compagno, che cercava di non abbandonarlo, chiedendogli “Ma con chi è andata? Con chi si è messa?” Il povero uomo, anche lui triste ed amareggiato, cercava di fargli comprendere che la moglie era veramente morta, non l’aveva tradito per andare amante, con un altro uomo. Francesco gli rispondeva “Tu non mi vuoi dire la verità, per non mortificarmi, ma io so. Io so che è così”. Per alcuni giorni continuò questo tipo di discorso, poi un giorno passeggiando mio padre esclamò “La vedo! Saletta è dietro il recinto mi sorride, non mi saluta, mi guarda indifferente, si prende gioco di me” rivolgendosi al compagno, “ Guarda, guardala anche tu. Vedi… vedi se ne va!” L’amico incominciò a pensare che Francesco stava scivolando verso il dirupo della malattia mentale, anche considerando che era divenuto scorbutico, attaccabrighe, si isolava, aveva timore di tutti e di tutto. Il tempo passava e mio padre non rinsaviva, l’amico lentamente capì e valutò che era diventato malato di mente. Purtroppo dopo poco tempo questo compagno fu trasferito in un altro campo di prigionia e non ebbe più notizie delle condizioni di salute dell’amico Francesco

La chiacchiera se così si può definire, la storia, che circolava in paese, aveva un suo fondamento, date le condizioni di salute di mio padre durante la prigionia, come successivamente si seppe. La sua cattura era avvenuta dopo che era rimasto ferito in più parti del corpo, nella scaramuccia con i soldati inglesi che l’avevano fatto prigioniero. I presupposti che davano credito e verità a queste notizie erano anche: le condizioni con cui si viveva relegati in prigionia; il campo con tutte le restrizioni che aveva non di certo era un albergo; gli inglesi che non trattavano le persone con maniera gentile; le poche notizie che gli erano giunte, sulle condizioni della moglie, che non la davano malata e grave, quindi non facevano pensare ad un epilogo veloce e disastroso; l’amore forte che legava lui e la consorte; la distanza e la separazione dolorosa dalla famiglia.

Io stesso in seguito ebbi modo, quando, grandicello, incominciai fargli visita da solo, allorquando, qualche volta, lo spronavo a parlare della mamma. Lui mi raccontava che spesso la vedeva passeggiare al di là del muro di cinta dell’ospedale, con fare beffardo, quasi a provocarlo. Le indagini fatte nel nosocomio, tra i medici e gli infermieri parlavano di schizofrenia dovuta a stress emotivo, da carenze affettive e con mania di persecuzione collettiva.

Io e mio fratello nel seguito dei giorni, dopo la notizia non sapevamo persuaderci e capire a fondo quello che ci era successo, né quello che veramente era accaduto a nostro padre, ma, passando i giorni lentamente ritornammo alla realtà quotidiana la scuola, i giochi. i capricci, le marachelle, la normalità delle cose quotidiane ci assorbì in modo tale che passavamo le giornate senza essere immersi nel dolore, quasi dimenticandolo, ricordandolo solo allorché qualcuno riprendeva il discorso sull’accaduto, sulla sfortuna, sulla disgrazia, sul destino che si era accanito nei confronti della famiglia e in definitiva su noi, specificando qualche volta che avremmo avuto un futuro difficile, oscuro, una crescita con grandi difficoltà non facilmente sormontabili.

Michele Miani

da “miei ricordi”

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