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Sibari

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L'orribile delitto del 1950 a Cassano PDF Stampa E-mail
Scritto da A.M.Cavallaro   
venerdý, 05 aprile 2013 07:05
ImageLa mia famiglia si trasferì a Cassano nel 1951, io avevo solo sette anni, ma ricordo bene che il paese era ancora scosso dal tremendo delitto che era avvenuto qualche tempo prima. Si trattava dell’uccisione di un giovanissimo pastorello. Ricordo anche il presunto autore del delitto, che dopo la sua scarcerazione riaprì lo spaccio di carni e se ne stava davanti alla sua bottega con atteggiamento di sfida dondolandosi sui suoi lucidi stivali. Il racconto che trovate nella seconda parte è stato tratto dal libro, ormai introvabile, “Il mio paese” di Pino Lombardi, libro che ci è stato gentilmente dato in visione dall’amico Antonio Guidi e di cui abbiamo già scritto sul nostro sito a proposito dell’elenco dei soprannomi cassanesi in esso contenuto (nella seconda parte forniamo il link per raggiungere facilmente quell’articolo). Pino Lombardi emigrò in America a trent’anni e nella sua pubblicazione narra, forse in forma un po’ ampollosa e romanzata, fatti realmente accaduti, anche se i nomi dei personaggi riportati nel testo non sono quelli reali (alcuni sono gli anagrammi di quelli veri). Il libro è arricchito da bei disegni di Battista Santagada. Mi riprometto di pubblicare altri racconti che si trovano in questa raccolta, perché offrono uno spaccato di vita particolarmente interessante del nostro paese in un periodo storico quasi disconosciuto o dimenticato. (A.M.C.)

(Cliccare quì per l'articolo precedente)

 

 

IL MANCINO

 

ImageIL PAESE
Col Dolcedorme, che severo gli si alza alle spalle, s'erge Cassano.
Un paese bruzio, prevalentemente agricolo, a pochi chilometri da Sibari, sua frazione sulla pianura litorale ionica.
Situato tra la gola di due alture, la "Pietra del Castello" e la "Pietra di San Marco", il paese sembra restare tra le due gobbe di un cammello. Incondizionato a seguire lo sviluppo urbanistico interno, per l'impervia zona topografica, dopo l'ultima guerra, cominciò ad estendersi verso il sud, sui declivi, unendosi a Lauropoli, altra sua frazione vicina e continuando a valle, sul fiume Eiano.
La vecchia parte del paese, con i suoi stretti vicoli scoscesi, offre uno spettacolo d'altri tempi, dando un senso di estraneità con il mondo odierno, però piacevole per la presenza di calma e serenità. Si direbbe che tra quelle vecchie scalinate e l'asimmetria di quelle case, esista un conforto intimo.
Verso la fine degli anni quaranta, regnava nel paese una serena semplicità che faceva sentire il desiderio piacevole della calma, della pace: la gioia di vivere benevolmente, virtuosamente. Tuttavia, al di là di questa lieta apparenza, c'era qualcosa che lasciava intravedere il lato negativo. Come in un campo di grano vive la gramigna, così tra quella buona gente, dalla prestanza cordiale e tranquilla, stranamente viveva qualche complesso di forma perversa, di violenza, dovuto forse alla pigrizia per la monotonia, o alla discendenza atavica di gente senza il minimo scrupolo.

 ANTONIO NORMATI

Fu allora che Antonio Normati, detto"U Chianchiero", fece parlare di sé, impressionando l'intera comunità.
Antonio aveva vissuto una fanciullezza rustica dedicata alla pastori¬zia per conto degli altri. Al ritorno dalle armi però, dietro maturata esperienza fuori loco, diveniva un saccentello, comportandosi come se lui solo sapesse, lui solo avesse la risposta esatta. D'altronde, bisognava ammettere che le sue volgari anacronistiche abitudini ebbero un marcato aggiornamento.
Il suo carattere rimaneva, però, volubile qual’era: tenero quanto spietato, mansueto quanto aggressivo. Talvolta, così cortese e gioviale da non lasciare immaginare nemmeno lontanamente il contrario: la bruttura dell'indole satanica che il suo cinico animo racchiudeva.
Aveva aperto una macelleria dopo aver imparato il mestiere. Imparò così bene che, pur essendo mancino, macellava ancora meglio che gli altri.
Alto, aitante, occhi penetranti dallo sguardo incerto. Alacre, con portamento da spavaldo. Vanitoso, più che un pavone. Vestiva elegante, attillato, stivali alti e lucidi, cappa a ruota, pantaloni zuavi e frustino da cavallerizzo. Camminava a passo spedito e cadenzato da far sentire il rumore dei tacchi. Di tanto in tanto, sbiecava furtivo all'intorno per scrutare se qualche donna fosse interessata al suo fanatico fascino.
La gente, ad evitare la sua impulsiva insolenza, si guardava bene dal criticarlo. D'altra parte, tutti sapevano della sua frivola sensibilità ai complimenti. Bastava dirgli: «Antonio, sai nessuno ha stivali belli come i tuoi!» per avere in compenso un supplemento di carne, la migliore.
Aveva sposato la Peppina, una buona e bella ragazza del paese, dignitosa e tutto fare, di modesta famiglia. Dopo un periodo di anni, quando già la famiglia era cresciuta, pensò di aumentare l'entrata giornaliera. Aveva già due figlie pronte da maritare e, per dar loro un buon partito, come usavasi in paese, era necessaria la dote e un buon corredo. Acquistò perciò un modesto gregge per l'eventuale vendita di latte e di formaggio.

I  COCCIDE E LA MASSERIA "CERAFI"

Rosa Normati, cugina di Antonio, sposata a Salvatore Coccide, proprietario della masseria "Cerafi", pregò il marito di offrire ad Antonio, libero ovile e pascolo per il suo gregge.
Fu così che Salvatore, da buon parente, dette il benvenuto ad Antonio per ogni suo fabbisogno.
I terreni della masseria "Cerafi" si estendevano dal breve piano della contrada "Vrichi" al declivio verso sud-ovest e seguivano fino ai ruderi del vecchio cimitero del paese.
La masseria "Cerafi" veniva chiamata dalla gente la "Masseria Maledetta". Si raccontava che fatti orribili si susseguivano in quel luogo da far rizzare i capelli. Finanche Battista, il necroforo, che abitava dietro il cancello del cimitero, a pochi passi della masseria, aveva paura. Diceva che preferiva dormire tra le croci all'aperto, anziché in quella masseria. Infatti, raccontava che, talvolta, alla mezzanotte, spinta dal vento, saliva dalla valle un'eco di grida inumane seguite da lamenti isterici e da ululati. I famigliari di Battista tremavano, mentre Antonio, i cugini Coccide, e un po' tutti quelli della masseria, palesavano una certa apatica non curanza; forse per dimezzare, o sfatare addirittura le popolari dicerie.

INFATUAZIONE

Le frequenti visite di Antonio alla fattoria, per la cura del suo gregge, portarono a maturare una particolare fraterna affezione tra lui e i cugini, così generosi. L'affezione avvicinava sempre più l'intimità.
Quando rimaneva solo con Rosa, Antonio sentiva una certa morbosa attrattiva, una sensazione calamitosa mai notata prima. Forse perché Rosa, dopo sposata, s'era fatta formosa e la procacità delle sue forme bruciava la libera barriera dei sensi di Antonio che mai tentò di fermare.
Antonio non conosceva l'educazione morale. In lui era innato il materialismo. Era convinto che soltanto il piacere dei sensi faceva toccare la vera felicità, e che la donna, chiunque fosse, vivesse soltanto per i piaceri degli uomini. Stava per oltraggiare il pudore della cugina, e non capiva di demolire la morale sessuale, un ordinamento sociale. Capiva invece di sentire la gioia nell'avventura di un amore furtivo ... sentiva il fascino di questa lotta con il sangue che gli bolliva nelle vene acceso dalla malia erotica.
Il suo perverso sensuale temperamento era sempre sveglio per dare urto agli statici componenti della morale civile e cristiana: questa volta per soffocare la luminosa natura di Rosa, madre e moglie onesta che, con il marito e i due figli, viveva una serena affettuosa solidarietà famigliare.

LA CUGINA

Rosa, ignara del destino spietato che preparava a spingerla nel baratro dell'ignominia, passava le ore della giornata tra i lavori vari della fattoria e le faccende di casa. Canticchiava in sordina mentre accudiva a tutto. Nelle sue movenze c'era un'austerità che la rendevano piacente.
Occhi neri, lucidi e grandi tra le orbite infossate. Il naso, quasi camuso, dava al volto una deliziosa vivacità. Labbra rosee e bocca grande che nell'aprirsi al suo lampante sorriso, lasciava vedere l'alline¬ata stesura dei denti bianchi come le perle. I capelli, foltissimi, color fulvo-castano, scrimati sulla fronte alta, doppiamente intrecciati, la incoronavano. Buona quanto ignorante, ma non volgare. Non era una bellezza da diva. Era una donna il cui fascino muliebre racchiudeva un'amabile mistero.

ImageIL PASTORELLO E LA MADRE

Salvatore, il pastorello di Antonio, s'era oramai avvezzato con le pecore, le capre, in compagnia di Fido, il bravo cane del gregge.
Passava le giornate suonando i vari zufoli di canna da lui fatti.
Quando i corvi passavano, volando verso la valle, fermava di zufolare e con la fionda si addestrava a colpirli.
Al calar del sole, con l'aiuto di Fido, radunava il gregge e, con grida, sassate, lo dirigeva verso l'ovile. Mungeva un po' di latte per la mamma, si fermava poi a giocare con gli altri ragazzi della fattoria e, a sera inoltrata, zufolando, tornava dalla mamma.
Salvatore era un bel ragazzo decenne, agile come un daino, capelli castani e ricci che gli coprivano la fronte. Un'anima candida dagli occhi di angelo.
La madre, Grazia, era una donna matura di sembianza dignitosa. I paesani la chiamavano "Scicchitella", un vezzeggiativo dialettale. Pove¬ra in canna, aveva affidato il figlio ad Antonio, mentre, sbarcando il lunario, faceva servizi domestici da una casa all'altra.
Antonio teneva buona cura di Salvatore. Provvedeva a tutti i suoi bisogni. Per la Scicchitella poi, riservava settimanalmente la carne ed altri primari generi alimentari.

INATTESA OPPORTUNITÀ

Un fatale giorno d'estate, laddove il monotono frinire delle cicale, in pieno caldo afoso, seccava le orecchie di Antonio che, pensieroso, col solito passo spedito, si avviava verso la masseria "Cerafi", il cielo divenne cupo.
Folate di vento cominciarono a sollevare la polvere a mulinello, preannunciando il temporale e, come presagio di sventura, balenii saettanti squarciavano le dense nubi; il loro tuono faceva vagare l'eco nella valle del vecchio cimitero.
In quel momento, Rosa si affacciava all'uscio del terraneo. Si trovò davanti Antonio che, fulmineamente spinto dalla porta, chiusa dall'im¬petuoso vento, cadde con lei per terra. Lui steso sopra di lei.
Si guardarono. Sembravano timidi, impacciati. ..
C'era nell'aria un odore acre di sudore, tiepido come la primavera fiorita, come il vigore della gioventù.
Antonio, sbalordito quanto contento per quella inattesa opportuna realtà, non riusciva quasi a crederla ... Cominciò a stringere fortemente a sé la cugina con l'impeto di una belva. Temeva che il delizioso incanto di quel fortuito momento occasionale dileguasse, che quel suo paradiso chiudesse le porte ai suoi sognati desideri ... Continuava così a tenere stretta la povera donna come in una morsa, seguendo il suo impulsivo desiderio carnale.
Rosa, sbigottita da quel fatale agguato, era diventata rossa come un papavero. Cercava disperatamente di liberarsi dalla stretta, ma Antonio, in piena concupiscenza, non cedeva, né si fermava di baciarla, nonostan¬te lei, a bocca chiusa, tentasse di girare la testa.  Per la povera donna furono momenti terribili. Era finita tra le braccia di un bruto.

TURBAMENTO

L'esistenza tranquilla di Rosa era stata troncata da un uomo senza scrupoli. La sua vita felice, pacifica tra i due figli ed il marito, era stata turbata.  Fu una tempesta a del sereno. Quella notte non chiuse occhio. «Me, sventurata!» diceva piangendo.
Voleva palesare il fattaccio al marito, ma conoscendo la sua indole irosa, tremò al pensiero di una tragedia. E poi, cosa avrebbero pensato i suoi figli? Cosa sarebbe avvenuto?
«Rosa, non ti senti bene?» disse il marito, accorgendosi del dormi¬veglia della moglie.
«Ho mal di testa» lei rispose. «Vado in cucina a prendere un cachet». Tergendosi una lacrima che le tremolava sulla guancia, si alzò dal letto. Aveva paura che Salvatore si accorgesse del suo accentuato turbamento.
Infatti, un'espressione dolorosa si manifestava sul suo volto. Non poteva riaversi dallo sbigottimento; un fremito convulso l'invadeva di tanto in tanto, pensando all'infausto accaduto. L'animo ormai straziato s'impregnava di odio. Quel sincero sentimento d'affetto che nutriva per il cugino si dileguava ... Rosa giurava a se stessa che mai più avrebbe permesso ad Antonio un'altro affronto del genere.
Ma il diavolo aveva già messo la coda.

L'AMANTE

Antonio non si fece vivo per qualche settimana. Aspettò che le acque si calmassero.
«Vai via!» gridò di rabbia Rosa, con gli occhi sfavillanti e le braccia tese, minacciose, Quando un giorno lo vide ritornare. Antonio si fermò. Impassibile.
Un sorriso ironico schiudeva le sue labbra. Il suo atteggiamento cominciò a destare ancor più lo sdegno di Rosa.
Lui, concepita la sua errata azione, si ricredette. Come un lupo sotto le vesti di agnello, cambiò tattica. Voleva assolutamente che Rosa divenisse sua. Provò Quindi di calmare l'irritazione d'animo della donna e, con fare sottomesso, s'avvicinò, dicendole:
«Rosa, ti voglio bene. Non ti voglio far del male. Ferma il tuo furore.
Entriamo nel terraneo ... Perdonami, ti spiegherò ... Pensaci, Qui Qual¬cuno potrebbe sospettare ... TI supplico, andiamo!»
Furono parole dette con espressione piena di sottomissione, con soave dolcezza, forse usate all'occasione per la prima volta. Parole che dettero un senso di calma a Rosa che, col pensiero che Qualcuno avesse potuto veramente intuire Qualcosa, frenò il suo contegno.
Entrarono nel terraneo. Antonio chiuse la porta.
Pieno di tenerezza, con melliflue adulazioni, cominciò a convincere Rosa di mutare il suo sdegnoso atteggiamento.
Cadde in ginocchio davanti a lei. .. con fare tremante e con voce tremula, dopo un profondo sospiro ... le disse:
«Rosa, perdonami!. .. Non posso reprimere i miei sentimenti d'amore per te ... So che mi è proibito amarti ... ma noi siamo fatti per amarci, per godere la vita assieme ... inebriarci nel piacere. Perché dare al nostro cuore una stupida sofferenza, soltanto per scrupoli di morale? Perché aver paura del mondo che ha creato la maschera del pudore, della fedeltà? .. Quanta gente ama di nascosto e si atteggia a moralista! ... e noi che siamo giovani, con il sangue pieno di voglia, dobbiamo soffrire da stupidi!. .. »
Il silenzio dominava Rosa ... Cominciò a tremare ... Non sapeva più parlare ... cercò di allontanarsi.
Lui, ancora ginocchio ne, cinse le braccia attorno alle sue gambe fermandola.
«Non lasciarmi! TI prego! Tu non hai paura di me ... hai paura dello scandalo ... dei tuoi! Ebbene, siamo uguali: tu hai marito e figli ed io ho moglie e figlie. Ma sia tuo marito, come mia moglie, non sono più interessati al piacere, a soddisfare i nostri desideri. .. L'uno pensa agli affari, l'altra a sistemare le figlie. Godiamo Quindi la vita, godiamola assieme, finché siamo giovani... il tempo passa ed ogni giorno è un piacere perduto! ... »
Piano, Antonio si alzò in piedi, e, con infinita dolcezza, carezzandole le guance, le sfiorò i capelli con un bacio.
La sua voce calda, appassionata, aveva adescato il cuore della cugina. Il respiro di Rosa divenne affannoso ... Gli occhi divennero languidi. . la bocca, semiaperta, piena di alito caldo. Non si reggeva più in piedi.
Antonio la strinse a sé ... sentì il calore delle guance brucianti della donna ... le accarezzò ... poi, portando le mani nei capelli intrecciati, cercò la bocca e la baciò.
Rosa, così selvaggiamente scatenata, era divenuta così ingenuamen¬te buona. Poverina! ... non ponderava che quella sua leggera volubilità stava per carezzare un fatale passionale capriccio.
Inconscia dell'inganno, era stata attirata da Quelle parole e carezze come un incanto, mentre Antonio, vigliaccamente, gustava la gioia di aver raggiunto il suo desiderato scopo, ignobile scopo.
L'esperienza dongiovannesca e la sua teoria materialistica gli affer¬mavano, ancora una volta, che la donna, nonostante il pudore, la fedeltà ed il sentimento, per natura resta volubile. Sentiva così l'orgoglio di aver vinto la riluttanza di Rosa, debellandone lo sdegno e suscitando in lei il convincimento di una vita migliore ... di piacere.
Da quel giorno, in tacito consenso, cominciarono a vivere un idillio indisturbato. Avvenne così che, mentre man mano il tenero atteggia¬mento di Antonio andava dileguandosi, Rosa diveniva non soltanto l'agognata amante, ma la schiava a soddisfare le sue voglie.

FATALITÀ

Un giorno d'agosto spirava uno scirocco umido e caldo. Ebbre di sole, le rondini garrivano nel cielo azzurro, intrecciando i voli con i corvi che, dai loro nidi, lassù tra fichi d'india, sulla roccia a picco della "Pietra del Castello", volavano verso la valle.
Alla masseria "Cerafi", nell'acre odore di fieno, regnava una pesante quiete, rotta di tanto in tanto, da qualche latrato o muggito di qualche vacca. Razzolavano piluccando le galline sull'aia, mentre i galli, ogni tanto, lanciavano il loro spavaldo canto.
Sulla collina zufolava Salvatore, guardando il gregge che pasceva al pascolo. Quando lo stimolo del mangiare si fece sentire, s'accorse di non aver la merenda.
Giornalmente, Rosa provvedeva a preparare per lui un paniere con la merenda. Quella mattina il ragazzo, forse per fatalità, lo dimenticava sul tavolo della cucina.
Corse alla masseria. Aprì la porta del terraneo. S'avviò verso la cucina, ma sulla soglia si fermò impacciato ...
Rosa, spettinata, in veste succinta, era fra le braccia di Antonio ... Sorpresa e turbata dall'indiscreta attenzione di Salvatore, cercò di frenare l'emozione e, con forzata disinvoltura, lasciando Antonio, s'av¬vicinò al ragazzo dicendogli:
«Perché sei tornato dal pascolo?»
Salvatore, timido, senza rispondere, additò il paniere della merenda, ancora sul tavolo. Sull'istante, Antonio intuì e, con subdola indifferenza, glielo porse. Il ragazzo si allontanò fulmineo.
Apriti cielo!....
Rosa, con gli occhi lucidi e la faccia contratta da una smorfia di dolore, andava muovendo la testa come una forsennata. Il manto dei lunghi capelli dondolava da un'anca all'altra come flutto agitato del mare.
«Fuoco, fuoco mio!. .. Siamo rovinati!. .. » Pronunciava quest'espres¬sive parole paesane con dolorosa emozione, mentre il volto si rigava di lacrime.
Antonio, non dava peso allo strazio di Rosa. Duro come il solito, camminava su e giù per la stanza pensieroso ... Intravedeva una scabro¬sa situazione da risolvere. Ponderava quindi come avrebbe potuto delinear la ... Intanto, forzando un sorriso, per rianimare la donna, con voce benevole prese a dire:
«Via, Rosa, calmati! Non disperarti!... Cerchiamo invece assieme come sistemare la faccenda. E poi. .. dopo tutto, diremo a Salvatore di non parlare, cercheremo di convincerlo».
«Già ... come dire ad un bambino "non toccare"» rispose Rosa, col pianto in gola.
Antonio, considerando di non poter determinare, continuò:
«Senti, in ogni modo, prova a calmarti. Vai a riposare ... La calma è una buona consigliera. io me ne vado».
Pensieroso, si allontanò, lasciando Rosa col veleno nell'animo.

RIMORSO

Il trauma psicologico di Rosa toccava l'estrema intensità. Sentiva la mente offuscata, il bisogno di distendersi, per dare al suo corpo il riposo necessario. Ma appena ebbe la testa sul guanciale, proruppe in disperati singulti. .. Quel pianto rifletteva il suo fallo: l'armonia di un mondo prismatico di piaceri in naufragio verso una triste, vorticosa fine.
La meschina, finalmente s'accorgeva del disonorevole peso della vergogna; s'accorgeva di celare, sotto la maschera di mamma e di moglie, il suo perverso egoismo ... Non riusciva a riposare ... Si sedette sul letto col volto nelle mani. .. Il rimorso le mordeva l'animo.
«Ho tradito la mia famiglia! ... » mormorava «Ho tradito me stessa.
    Lui è riuscito a corrompermi l'anima, a spingerla nel fango della lussuria! ... Mio Dio!. .. Cosa ho fatto?     Non ci sarà più pietà per una mamma snaturata! ... per una fedifraga! »
La donna, invaghita dalle lusinghe di un uomo egoista, impunemen¬te materialista, abbagliata dalle fatue promesse di un bruto, sentiva ora l'inquietudine della sua infelicità. Come un fragile naviglio sbalzato dai flutti di una marea burrascosa, cercava di trovare un porto di salvezza. Si susseguivano incessantemente pensieri di immagini tenebrose ... Mi¬nacciosi s'affacciavano i volti dei figli e del marito. Era cominciata per lei la lotta della sopravvivenza che forza l'uomo a liberarsi dai tentacoli del maligno vizio, mentre lo stato d'animo viene spinto da Satana verso lo smarrimento, la sconfitta.
Lotta immane è questa! ... Ma la lotta della sofferenza, anche nella sua forma più fallimentare, è sempre un passaggio per chi vuole avvicinarsi a Dio. E Rosa, finalmente, s'avvicinava a Dio.

MORBOSA PERTINACIA

Antonio, separatosi da Rosa, arrivava a casa con gravi pensieri. Si sentiva minacciato dalla convinzione che presto in paese avrebbero saputo della sua tresca amorosa. Non temeva però tanto l'odioso insulto, cui sarebbe venuto ad essere esposto, quanto il pensiero per la sua famiglia e per suo cugino Salvatore. Si sentiva inchiodato dal suo spirito imperioso, mai provato dall'umiliazione.  Non potendo contare sulla speranza di ulteriori alternative, l'irre¬quietudine del suo pensiero cominciava a vagare su funeste idee ... Ma l'idea di rivolgersi a Dio era assurda: lo negava per paura di vederlo giudice ... Tanto, Satana aveva ormai gelato il suo cuore.
Misero! Non capiva che innanzi a Dio non c'è uomo senza colpa. Non sapeva che il pentimento purifica l'animo, anche il più perverso! Segui¬tava a camminare sulla strada dell'ignominia, comoda ai suoi fini. Contava d'evitare, in ogni modo, di esporsi allo scherno dei paesani... Il suo egoismo, il suo orgoglio, il suo cuore di gelo, non conoscevano che drastiche sataniche soluzioni. Mai un pensiero, sia pure pallido, esistette in lui di avvicinarsi verso una vita coerente alla società umana. Senza dire poi quella cristiana! Un'indole scura, dura, dannata, mai può sfiorare una coscienza chiara: manca la spiritualità, la fede. È la fede che porta all'esistenza morale di una vita nel suo vero senso e scopo cristiano.
Ma la fede esige rinunzie, umiliazioni, sacrifici. La fede è la morte dell'orgoglio, della sensualità, dell'istinto animale. E Antonio, anche volendo, sentiva istintivamente che non poteva rinunziare alla vita del vizio; il suo cammino era segnato da Satana. Ormai era divenuto la maschera dell'uomo. Il suo piano era ben tracciato.

FERALE SCOPERTA

Erano passati due giorni da che Salvatore sorprese l'idillio. Antonio non s'era fatto vivo alla masseria.
Rosa, intanto, aveva preso la decisione di tagliar corto. Detestava Antonio come mai alcuno. Per lei ormai era un farabutto, fuori d'ogni buona qualità. Continuamente pensava con vago terrore all’impetuosa passione per lui, ed i pensieri assorbivano ancor più la collera su quanto era accaduto.
La povera donna non desiderava altro che liberarsi dall'angoscia che la schiantava, l'accasciava dal dolore al pensiero che Salvatore avesse detto o andasse dicendo qualcosa .. Terribile ... crudele aspettativa!
Singhiozzando, in ginocchio davanti al suo letto, deplorava la sua vergogna, rivolgendosi ancora una volta a Dio: «Signore, non credo ch'io possa essere intesa da Te ... sono una donna indegna ... sono perduta ... Abbi pietà di me!. .. Chiedo il Tuo aiuto ... Deh, non negarmelo! ... Poni la Tua mano sul mio capo ... Proteggimi!. .. ».
Era scesa la sera.
Il rosso del tramonto si schiariva con l'azzurro. C'era nell'aria un odore amaro d'arbusti d'oleandri.
I contadini avevano lasciato i campi ed erano già a casa. Sulla masseria Cerafi sembrava scendere la tristezza dal cielo come la brina.
«Mamma, mamma!» gridava il figlio di Rosa. Rosa si affacciò alla finestra. «Mamma, Salvatore non è ancora tornato dal pascolo».  La donna rabbrividì. Le apparve come un lampo un repentino timore.
Riprendendosi pian piano, rispose: «Giuliano, vai a vedere cosa è successo. Subito!»
Il cuore di Rosa balzava ... non voleva credere ad un presagio di sventura. Circostanze strane... Cominciò a percorrere di stanza in stanza quella casa così grande e silenziosa e, agitata da una febbrile incertezza, col cuore in gola, si mordeva le labbra ... D'improvviso si vide Giuliano davanti. Era tornato correndo. Tutto sudato. Affannosamente, con voce tremante, le disse: «Mamma!... Mamma!. .. Una disgrazia!... Salvatore è morto! ... » D'un tratto, ogni energia, ogni speranza, ogni resistenza, abbando¬navano la donna. La mente si offuscava ...  Rosa cadeva a terra, svenuta.

SOPRALUOGO

La nefasta notizia si divulgò presto per il paese. Fu una commossa e profonda sorpresa, specialmente per coloro che conoscevano intima¬mente Salvatore, un ragazzo d'oro.
Intanto, il maresciallo e due carabinieri si recavano sul posto per l'usuale procedura del rapporto legale sul sopraluogo. Naturalmente, fu chiamato il dottore a constatarne il decesso.  Salvatore fu trovato giù nella valle che dalle mura del cimitero scende fino al canneto. Dalla bocca usciva un pezzo di canna internato nella gola.  Tutte le apparenze lasciavano intravedere una disgrazia, sia pure non  facilmente spiegabile.
Quando già il maresciallo e il dottore ebbero investigato ed esaminato le presupposte cause, s'udirono le grida disperate di "Scicchitella", la madre di Salvatore che si avvicinava correndo, seguita da gente amica e da curiosi. Il maresciallo le andò incontro, ad evitare che la poveretta potesse vedere Quell'orrenda scena.
«No, lasciami. .. lasciami passare!» La povera donna implorava di liberarsi dal maresciallo che la fermava.
«Voglio vedere mio figlio!... Figlio, figlio mio!» gridava con le lacrime che, dalle guance, si posavano sulle labbra.
«Quale disgrazia!. .. Tu eri il mio angelo ... la mia vita ... la mia gioia! Figlio mio! ... Lasciatemelo vedere!»
Frattanto il dottore faceva trasportare il cadavere all'obitorio del cimitero.
Il maresciallo, commosso dal dolore di quella povera mamma, con dolcezza le diceva: «Signora mia, stia calma. " Suo figlio non è quì. .. non si disperi! Abbia pazienza ... lo vedrà all'obitorio».

SGOMENTO

La sera stessa, nell'obitorio, Antonio, condolente in sembianza, confortava Scicchitella con parole commosse per l'occasione, ma il pianto della povera donna, nell'angoscia più violenta, riempiva di mesti¬zia l'animo dei pochi presenti. La sua pena incuteva spavento. La misera gemeva presso il cadavere del figlio. Con le chiome sparse sugli omeri sembrava l'allegoria del dolore. Quella mamma avrebbe commosso anche gli animi più crudeli, ma l'animo di Antonio rimaneva impassibile, freddo.
Fu così che dopo il suo forzato e simulato rammarico, Antonio rimaneva a lungo immoto come una statua davanti al feretro. Lì il suo volto, pallido come la cera, rispecchiava il suo animo di bruto.
Poi, senza commiato, a testa bassa e con passo lento, lasciava l'obitorio.
La notte era buia. Piovigginava.
I lampi si succedevano con frequenza. Il vento sferzava in pieno la faccia di Antonio, irritando i suoi lineamenti induriti come il suo cuore. Di tanto in tanto un brivido gli faceva stringere le spalle; non era un brivido di freddo, forse la contrazione dei suoi nefasti pensieri. Passando davanti la masseria indugiava per un istante, poi, deciso, riprendeva i passi verso casa sua.
Intanto Rosa, in preda ad una tristezza inesprimibile, era con i figli che, paurosi, commentavano la tragica vicenda.
Ella, quasi inebetita, pallida, di tanto in tanto, balzava lievemente dal terrore. Poi, dominando se stessa in qualche modo, mandava i figli a dormire. Era passata la mezzanotte. Salvatore, il marito, per fortuna, da più giorni assente per affari, tornava la prossima settimana.
Rosa non chiudeva occhio. La pioggia imperversava. Il vento, impetuoso, sibilava tra le imposte delle finestre. Sembrava che anche la natura avesse voluto esprimere il dolore per quel caro ragazzo; sembrava come estirpare, con i suoi elementi, l'egoismo dell'uomo, il suo orgoglio.  Rosa, pur non sicura che Antonio avesse ucciso il ragazzo, pensava che la disgrazia fosse avvenuta per causa sua. Il dubbio si faceva così più incisivo sotto la sferza del rimorso.
Frastornata, non potendo superare la crisi psicofisica che la domina¬va, piangendo disperatamente, cadeva in ginocchio:
«Dio mio, ho paura! ... Salvami.

IL DOTTORE

Il dottore Cadu, un uomo dall'aspetto marziale, erculeo, dotato di carattere energico, era di cuore sensibile. Amava i poveri, ma detestava la delinquenza. Infatti, con l'avvento del Fascismo, fu uno dei fascisti centu¬rioni che, con il manganello e la purga sottomise i più temuti delinquenti che allora, sin dalla fine della prima guerra mondiale, spadroneggiavano nella zona comunale e nei dintorni, causando lutti ed angustie.
Il dottore era conosciuto come eccellente medico-chirurgo per vari successi ottenuti nel campo chirurgico. Per le sue mani erano passati e passavano disparati casi, talvolta carni a brandelli che operava, curava e guariva.
Quella strana disgrazia di Salvatore, però, lasciava la sua mente analitica perplessa. Non riusciva a convincersi come il ragazzo fosse caduto e ... quella canna che avrebbe causato la morte. Contava però sull'autopsia; qualche cosa avrebbe dovuto dar fuori un indizio.
Il dottore era anatomo-patologo incaricato dalle autorità legali del comune agli esami necroscopici dei cadaveri per stabilire le cause della morte. Perciò, il giorno seguente, Battista, il necroforo, all' ordine del dotto¬re, approntava la sala anatomica del cimitero per l' occasionale procedu¬ra dell'autopsia.  Durante la dissezione, il dottore si accorgeva che il cuore del ragazzo era di recente perforato ... S'insospettiva. Cominciava quindi ad esami¬nare attentamente il cadavere e, finalmente rilevava l'apertura di un'im¬percettibile foro cutaneo alla destra del torace ... Gli balenò un'idea: sapeva che Antonio Normati era mancino e metodico nell'uccidere gli agnelli, usando una lunga spilla d'acciaio dal diametro sottilissimo.
Non c'era più dubbio, Salvatore era stato assassinato e col metodo freddo, ossia senza sangue, così chiamato. Solo Antonio era il macellaio che soleva uccidere in tale modo gli animali: non scannava, come usualmente usavano gli altri macellai al mattatoio.
Si presentava però un altro mistero. Perché Antonio avrebbe dovuto uccidere il ragazzo?

IL CARABINIERE TARAGONE

Sciolti i dubbi della morte accidentale di Salvatore, grazie alla valente perspicacia del dottor Cadu, le circostanze presero ad assumere un particolare rilievo.
Il maresciallo dei carabinieri, dopo la letture del riporto medico¬legale, sbalordito, passava subito in seria considerazione la criminosa situazione. Affidava il caso al carabiniere Taragone, ordinandogli di iniziare le indagini subito e con la massima segretezza.
Il carabiniere Taragone differiva dai suoi colleghi per la notorietà acquisita. Era conosciuto come il volpone della caserma. Infatti, sapeva il fatto suo in materia di crimini. Non era un detective, ma una volta sulla traccia da seguire era più che un segugio.
Amava il paese. Era l'amico di tutti. Con i paesani mangiava, beveva tuttavia, gentilmente li ammanettava quando questi passavano il1imite della legge. Era al corrente delle più segrete indiscrezioni di molta gente del paese. Così che, quando il maresciallo gli affidò il caso Normati, si sentì contento ... Per lui era come se il cacio fosse caduto sui maccheroni. .. Già, perché aveva sempre sospettato una tresca amorosa tra Antonio e Rosa. Non ebbe però mai ragione d'impicciarsi. Questa volta però gli serviva ad aprire l'uscio del mistero.

Image CONFESSIONE

Erano passati tre giorni dalla morte di Salvatore ed il cadavere restava ancora in obitorio.
Verso le dieci della mattina, Taragone consegnava a Battista il foglio di ordinanza indicante il fermo della sepoltura fino a nuovo ordine, per ragioni legali. Si avviava poi, a passo lento, verso la masseria "Cerafi".
Il cielo era sereno.
Una sottile brezza faceva circolare nell'aria l'odore dei cipressi, mentre il gracchiare dei corvi tagliava il silenzio di quel luogo. Rosa sentì bussare alla porta del terraneo. Andò ad aprire. Si trovò davanti Taragone che, gentilmente, chinando il capo, le disse: «Buon giorno, Signora».
Alla vista del carabiniere, la donna rimaneva di stucco. Non riusciva ad aprir bocca ... Dopo una lieve titubanza, timorosa, rispondeva: «Buon giorno, carabiniere ... cosa desidera?» «Non si allarmi, Signora! Sono venuto per qualche semplice informa¬zione. Veda ... » e qui Taragone, un po' indeciso su come iniziare, si fermò un istante a riflettere, poi:
«So che tra lei e Antonio Normati esiste una certa relazione ... di parentela ... direi piuttosto intima».
Rosa divenne paIlida.  Si appoggiò allo stipite della porta per non cadere. Taragone, capì subito d'averla imboccata bene e, con fare amichevole, piano, riprese: «Signora, non abbia paura ... Le confidenze rimarranno tra noi. Si tratta soltanto di aiutare la legge a fare giustizia. Le assicuro che non sarà fatto il suo nome. E poi. .. lei non ha niente a che fare col delitto».
La parola delitto dava ormai definita conferma al terribile dubbio di Rosa su Antonio. Crollò il capo per celare l'emozione, mentre le lacrime cadevano dagli occhi già arrossati dal pianto. Seguì una lunga pausa. Poi, riprendendo coraggio, rianimata dall'ac¬cento bonario del carabiniere, si volse a lui come per chiedere aiuto e, con espressione indefinibile:  «Sono oppressa dal rimorso!. .. » e proruppe in singulti strazianti.
Il pianto della donna destava compassione. Taragone si avvicinò a lei e, battendole la mano sulla spalla, come per scuoterla dalla depressione, docilmente le disse: «Signora, sia forte!... Lei non ha commesso nessun reato. Non ha ucciso nessuno. Mi dica solamente perché Antonio uccise il ragazzo».
Rosa, che pur nella peccaminosa passione per Antonio non aveva abbandonato il concetto matriarcale della famiglia, sentiva ancor più il bisogno di ritornare a se stessa. Quella mattina, col pentimento, col rimorso, col dolore, l'abominevole esperienza la portava di fronte ad una nuova dimensione della vita: sentiva tutta l'essenza della redenzione. Era pronta ad affrontare e rigettare ogni mascherato tentativo illecito. Ma aveva paura, tanta paura
Con le lacrime che rigavano le gote, continuò: «Fu la mia condotta ... il mio colpevole accecamento a causare la morte di Salvatore ... »
«Ma Signora, lei non l'ha ucciso!»  «Sì, è vero ... ma se Salvatore non ci avesse sorpresi, non sarebbe morto».
A questo punto, supplichevolmente, a mani giunte: «Per carità, non voglio la maldicenza dei paesani. Non dica niente ... ho figli e marito ... morirei dal dolore!»
Penosamente si sedette per non cadere. Poi, appoggiando la testa al tavolo vicino, cominciò a piangere convulsamente.
Alla pietosa scena, Taragone, toccato dal dolore della povera donna, con tono sempre più affettuoso, riprese:
«Signora, stia tranquilla. Le prometto che nessuno saprà qualcosa. Si calmi, lei non è implicata. Questo suo sfogo d'animo è stato un aiuto per lei... Vedrà, si sentirà meglio. Vada a riposare. Le chiedo scusa se l'ho disturbata. Mi perdoni... Le ripeto, stia tranquilla. Tutto andrà bene. Buona fortuna, Signora».
Taragone, conosciuto ormai il motivo del delitto, tornava alla caserma, lasciando la poveretta desolata che, spinta dal dolore, cadeva in ginocchio. Piangendo, con devoto fervore, si volgeva a Dio, ancora una volta pentita.

L'ARRESTO

Come tutte le cose al mondo giunte al loro apogeo, buone o cattive che siano, declinano, così le nefaste azioni di Antonio, giungendo al traguardo della crudeltà, trovavano il fermo della giustizia.
Antonio, nonostante la sua ambigua personalità, capace d i dominare a suo piacimento i propri sentimenti, era divenuto paranoico: solitario, scontroso, intrattabile.
La moglie, ignara dei fatti, attribuiva il cambiamento al dispiacere per la morte di Salvatore.
Ben lontano dal pensare che il dottore avesse potuto rilevare qualche indizio con l'autopsia, la diabolica fantasia di Antonio convergeva sulla tattica dell'avvenuto omicidio. Ma, nella sua proterva ignoranza, pur sicuro di aver compiuto un delitto perfetto, capiva che la tumulazione del cadavere l'avrebbe fatto sentire più libero nelle sue azioni.
Aspettava, quindi, che Salvatore venisse sepolto per recarsi poi da Rosa e dirle: «Vedi, siamo liberi. .. La morte di Salvatore ci ha salvati».
Ma era giunto allo scoglio, contro il quale si infrangeva la sua umana perversità. Prima ancora che la sua diabolica fantasia avesse il tempo di creare nuovi peccaminosi intralci, Iddio lo fermava, ponendolo nelle mani della umana giustizia.
Il giorno seguente veniva arrestato.

CENNI BIOGRAFICI DI ANTONIO NORMATI

Il Normati nacque il 25 marzo 1908 a Cassano Ionio (Cosenza). L'episodio ebbe luogo a partire dal 1948, epilogato con l'omicidio del ragazzo, il 29 marzo 1951, quando il Normati fu indiziato e arrestato. Il 1952 fu condannato a 30 anni di reclusione.  Il 1953, dietro revisione del processo, fu assolto per insufficienza di prove. Ritornato a casa, nonostante ripudiato dalla moglie e dai figli, mise su di nuovo una macelleria. I paesani però, non vedendolo più di buon occhio, non compravano carne da lui. Fu così costretto a chiudere.
Trovatosi ormai solo, si trasferì a Roggiano Gravina (Cosenza). Lì continuò a vivere con una donna del luogo che da tempo conosceva.  Un fatale giorno del 1980 divenne cieco. Abbandonato dalla concubina, visse d'accattonaggio, finché, disperato e  randagio, mori il 1987.

Tratto dal libro "Il Mio Paese" di Pino Lombardi

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