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La tomba (racconto) PDF Stampa E-mail
Scritto da De Maupassant   
lunedý, 04 marzo 2013 08:40

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Guy de Maupassant
Di Guy de Maupassant vi proponiamo questo breve racconto, all'apparenza macabro, che narra di un amore cha va oltre la vita terrena    -       Il 17 luglio 1883, alle due e mezzo del mattino, il guardiano del cimitero di Béziers, che abitava in una casettina in fondo al camposanto, fu destato dai latrati del suo cane chiuso in cucina. Scese subito e vide che l'animale annusava sotto la porta abbaiando furiosamente, come se qualche vagabondo si aggirasse intorno alla casa. Il guardiano Vincenzo prese il suo fucile e uscì di casa guardingo. Il cane partì di corsa in direzione del viale del generale Bonnet e si fermò di colpo presso il monumento funebre della signora Tomoiseau.  Il guardiano, avanzando con circospezione, scorse un lumino dalla parte del viale Malenvers. Passò fra le tombe e fu testimonio di un orribile atto di profanazione. Un uomo aveva dissotterrato il cadavere di una giovane donna seppellita il giorno prima e lo stava tirando fuori dalla tomba. Una piccola lanterna cieca, posata su un mucchio di terra, rischiarava quella scena ripugnante. Il guardiano Vincenzo, slanciandosi sul miserabile, lo atterrò, gli legò le mani e lo condusse al commissariato di polizia. Era un giovane avvocato della città, ricco, stimato, di nome Courbataille.  Fu processato. Il pubblico ministero ricordò gli atti mostruosi del sergente Bertrand e commosse l'uditorio. Brividi d'indignazione passavano nella folla.

Quando il magistrato si sedette, scoppiarono delle grida: "A morte! A morte!" Il presidente fece gran fatica per ristabilire il silenzio.
Poi gravemente pronunciò: “Imputato che cosa avete da dire a vostra discolpa?”
Courbataille, che aveva rifiutato l'assistenza di un avvocato si alzò in piedi. Era un bel giovane, alto, bruno, dal viso aperto, lineamenti energici, occhi vivi.
Dei fischi partirono dal pubblico.
L'accusato si confuse e cominciò a parlare con voce un po' velata, un po' bassa in principio, ma che a poco a poco diventava più ferma.
"Signor Presidente, Signori Giurati, ho pochissime cose da dire. La donna di cui ho violato la tomba era stata la mia amante. L'amavo.     .
L'amavo non solo di un amore sensuale, non solo di una semplice tenerezza di anima e di cuore, ma di un amore assoluto, completo, di una passione travolgente.
Ascoltatemi:  Quando la incontrai per la prima volta, provai, vedendola una strana sensazione. Non fu stupore, né ammirazione, non fu affatto ciò che si dice il 'colpo di fulmine', ma una sensazione di squisito benessere, come se mi avessero immerso in un bagno tiepido. I suoi gesti ,mi seducevano la sua voce mi affascinava, guardare la sua persona mi dava un piacere infinito. Mi sembrava anche di conoscerla da molto tempo, di averla veduta altre volte. Portava in sé qualcosa del mio spirito.
Essa mi appariva come una risposta a un richiamo lanciato dalla mia anima, a quel vago e continuo richiamo che durante tutta la vita noi lanciamo alla Speranza.
Quando la conobbi un po' meglio, il solo pensiero di rivederla mi dava un profondo e squisito turbamento; il contatto della sua mano con la mia era per me una delizia tale che non avevo mai immaginato l'eguale: il suo sorriso mi colmava gli occhi di un'allegrezza folle, mi dava voglia di correre, ballare, rotolarmi per terra.
Divenne dunque la mia amante.
Fu più che un'amante, fu la mia stessa vita. Non aspettavo più niente sulla terra, non desideravo nulla, più nulla. Non invidiavo più nessuno.
Ora, una sera che eravamo andati a passeggiare un po' lontano lungo il fiume, cominciò a piovere. Ella prese freddo.  L'indomani si manifestò una polmonite. Otto giorni dopo spirò.
Durante le ore di agonia, lo stupore, lo sgomento m'impedirono di capire bene, di riflettere.
Quando ella morì, la disperazione brutale mi stordì talmente che non avevo più pensieri.
Piangevo.
Durante tutte le orribili fasi dell'inumazione, il mio dolore acuto, furibondo, era ancora un dolore da pazzo, una specie di dolore sensuale, fisico.
Poi, quando la portarono via, quando fu sotto terra, la mia mente ritornò chiara di colpo e passai attraverso una serie di sofferenze morali così spaventose che lo stesso amore che essa mi aveva dato era caro a quel prezzo.
Entrò in me questa idea fissa: 'Non la rivedrò più'.
Quando per un giorno intero si pensa a questa idea, la pazzia vi travolge! Pensate! Un essere è là, un essere che voi adorate. Un essere unico, perché nel mondo intero non ce n'è un altro che gli somigli. Quell'essere si è dato a voi, ha creato assieme con voi quella misteriosa unione che ha nome Amore. I suoi occhi vi sembrano più vasti che lo spazio, più affascinanti che il mondo, i suoi occhi chiari nei quali la tenerezza sorride. Quell'essere vi ama. Quando vi parla, la sua voce versa in voi un'onda di felicità.
E tutt'a un tratto quell'essere sparisce! Pensate! Sparisce non soltanto per voi, ma per sempre. È morto! Capite questa parola? Mai, mai, mai, in nessun luogo, quell'essere esisterà più. Mai più quegli occhi guarderanno più, mai più quella voce, mai più una voce eguale, fra tutte le voci umane, pronuncerà nella stessa maniera una delle parole che la sua pronunciava.
Mai più rinascerà un viso simile al suo. Mai più, mai più! Si conservano i calchi delle statue; si serbano delle impronte che ripetono alcuni oggetti con gli stessi contorni e gli stessi colori. Ma quel corpo, quel viso, non riappariranno mai più sulla terra. E tuttavia nasceranno migliaia di creature, milioni, miliardi, e molte più ancora, e fra tutte le donne future, quella non si troverà mai più. È possibile? Si diventa pazzi a pensarci.
È vissuta venti anni, non più, ed è sparita per sempre, per sempre, per sempre!
Pensava, sorrideva, mi amava. Più nulla! Le mosche che muoiono in autunno non sono meno di noi nel creato. Più nulla!  E pensavo che il suo corpo, il suo corpo fresco, caldo, così dolce, così bianco, così bello, se ne andava in putrefazione sotto terra, in fondo a una cassa. E la sua anima, i suoi pensieri, dove?
Non rivederla più! Non rivederla più! Mi ossessionava il pensiero di quel corpo decomposto, che forse potevo ancora riconoscere. E volli rivederlo ancora una volta.
Me ne andai con una vanga, una lanterna, un martello.
Scavalcai il muro del cimitero. Ritrovai la fossa; non era stata ancora chiusa.
Scoperchiai la bara. Sollevai una tavola. Un odore orribile, il lezzo infame della putrefazione mi salì alla faccia. Oh! il suo letto profumato di mammola!
Aprii ciononostante la bara, abbassai la luce della lanterna. Il suo viso era bluastro, gonfio, spaventoso! Un liquido nero era colato dalla bocca.
Lei! Era lei! Il terrore mi afferrò. Ma allungai la mano e presi i suoi capelli per avvicinare a me quel viso mostruoso!
Fu allora che mi arrestarono.
Per tutta la notte ho conservato, come si conserva il profumo della donna dopo un amplesso d'amore, l'odore immondo di quella putredine, l'odore della mia amata!
Fate di me quello che volete."
Uno strano silenzio pesava sull'aula. Sembrava che si aspettasse qualche cosa ancora.
I giurati si ritirarono per deliberare.
Quando essi ritornarono in capo a pochi minuti, l'accusato sembrava privo di timore, e anche di pensieri.
Il presidente con le formule d'uso gli annunciò che i suoi giudici lo dichiaravano innocente.
Egli non fece un gesto, e il pubblico applaudì.

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