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Magazzeno di Cassano:Ultimo atto PDF Stampa E-mail
Scritto da A.M.Cavallaro   
giovedý, 28 febbraio 2013 11:20
ImageE così ieri si è consumato l’ultimo atto della “vita mortale“di quello che è stato definito sbrigativamente “ex-granaio”. Il pubblico consesso ha deciso di abbatterlo. Senza preavvisi, con  un’azione quasi da imboscata, in quattro e quattr’otto si è bloccata la strada e due grosse macchine demolitrici hanno iniziato lo smantellamento. Niente di strano, nell’epoca della rottamazione è giusto abbattere tutto quello che ci può sembrare d’impedimento alla nostra vita quotidiana o all’esaltazione del nostro orgoglio. Bene, i palazzacci che erano stati costruiti alle sue spalle godranno di una visibilità e di una vista migliori, ma sempre brutti resteranno e forse lo spazio lasciato tristemente vuoto darà maggiori opportunità di parcheggio a coloro che scenderanno dai “cappuccini” o da “Paglialunga” in macchina per far la passeggiata su corso Garibaldi, o ai “tantissimi”(sic) visitatori della “Città delle Grotte e delle Terme”. Chissà cosa avrebbero detto gli antenati dei distruttori se avessero saputo che un giorno i loro discendenti avrebbero fatto scempio di quel “magazzeno” dove spesso, scendendo fin lì alla periferia del borgo e lasciando le fetide spelonche prive di luce e di qualsiasi comodità nei vicoletti colmi di fango e di escrementi del centro storico,  andavano a prendere un po’ di grano, di olio, di cibo ?

Probabilmente avrebbero evitato di procreare.  Certamente non potevano immaginare che quel grande immobile sarebbe stato un giorno d’impedimento per il passeggio da doverlo abbattere. Nel 1751, quando fu eretto con le sue possenti mura dette lavoro e sostentamento a tanti lavoratori e alle loro famiglie. Una volta terminato di tutto punto con le camere di aerazione per impedire che i cereali potessero ammuffire e le sei botteghe lasciate a bella posta sotto i grandi cameroni,  divenne certamente un centro di notevole importanza per le attività che vi si svolgevano e che davano impulso al commercio ed alla produzione di manufatti  di grande pregio. Diversi tipi di artigiani hanno trovato posto in quelle grandi botteghe: vi si producevano pellami, carta, liquirizia, botti, e chissà cos’altro ancora.

ImageDecine di uomini e donne, lavorando nel magazzeno o per il magazzeno, hanno potuto crescere i loro figli e garantire la discendenza,  forse qualcuno di quelli che ora ne ha decretato la distruzione, non sarebbe oggi neanche esistito, perché non procreato  o non sopravvissuto all’indigenza di quei tempi. E immaginate le decine di carri trainati da buoi, da muli e da asini che dal feudo di Gadella e dalle masserie disseminate nei vasti possedimenti attorno alla città portavano nel “magazzeno” tonnellate di vettovaglie, anche questo era un lavoro di grande importanza, le numerose stalle  che si trovavano lungo il  vicino “trottacavallo”, oggi via Luigi Praino, ospitavano i forti animali adibiti al trasporto e poi di fianco (dove oggi c’è la pizzeria) erano stati costruiti gli alloggi per i contadini e i fattori che pernottavano in paese durante i giorni di grande attività. 

Si dice che anche le case, i palazzi, i depositi, i magazzini  dopo un certo numero di anni dalla loro costruzione e continua frequentazione, vengono dotati di un’anima,  il nostro ex-granaio ce n’aveva certamente una e quando s’accorse ieri che quei mostri d’acciaio iniziavano con furore distruttivo a sventrargli le viscere dovette pensare al suo passato, neanche troppo lontano, quando gli uomini erano suoi “amici”e lo riempivano di attenzioni e premure. Ricordò le tante mamme che aspettavano sui gradini d’ingresso per essere prime all’apertura a ricevere un po’ di grano o di farina, d’orzo, di fichi secchi da portare a casa e i tanti uomini che si affaccendavano nel suo interno.  Avrà forse sperato fino all’ultimo di essere rivalutato e adibito a qualcos’altro, certo lui “antico” com’era, non poteva suggerire innovazioni, ricordava però che fino a qualche decennio fa aveva ospitato una cosa moderna, una tipografia in cui venivano stampati  manifesti, inviti, partecipazioni nuziali,  moduli e brogliacci del Comune, proprio di quel Comune che oggi decideva la sua fine. Quanti discorsi ha sentito sul marciapiede ridosso al suo muro esterno, discorsi di gente comune e di gente di grande cultura, dai quali, magari, ha sperato potesse venire un’indicazione, un suggerimento per la sua rinascita, ma niente, chi lo ha distrutto non sa neanche cosa farne di quello spazio vuoto, ha pensato bene di far prima piazza pulita, poi si vedrà.

Solo uno sparuto gruppo di ragazzi, studenti del liceo, unica scuola che riesce ancora ad esprimere dignità culturale in questo nostro sventurato paese, accompagnati da un professore, hanno avuto il coraggio di manifestare la loro contrarietà, ma sono stati debitamente redarguiti e allontanati. Il vecchio morente avrà forse sorriso e ringraziato in cuor suo per quella ultima, spontanea ma vana dimostrazione di affetto.

Ve l’immaginate un tizio che butta i suoi mobili perché non gli piacciono più, ma non sa ancora con che tipo di nuova mobilia arredare la sua casa o non ha addirittura i soldi per comprarsene di nuova?   Per sgomberare non ci vogliono idee, quelle servono semmai dopo, sempreché si sia in grado di elaborarne di interessanti.

Comunque, vecchio amico, ora non ci sei più, fra qualche anno nessuno si ricorderà più di te e il vecchio motto di famiglia dei SERRA (“Venturi aevi non immemor”), che ebbero l’idea di farti erigere, non avrà più senso in questo paesotto che pretende di essere città.  “Stulti uni oblivisci praeterita possunt”.

Antonio Michele Cavallaro

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Le prime due foto sono di Peppino Martire, l'ultima è stata fornita dall'Ufficio Stampa del Sindaco.

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