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Vangelo del SS. NATALE PDF Stampa E-mail
Scritto da +V.Bertolone   
mercoledý, 26 dicembre 2012 18:18
ImageDal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 1,1-18 - In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio:  tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;  la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta.  Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni.  Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.  Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.  Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.  Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome,
i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.  E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.  Giovanni gli rende testimonianza e grida: «Ecco l'uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me».  Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia.  Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.  Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.

Carissimi,
siamo riuniti per celebrare la nascita di Gesù, ovvero l’inizio della
continua presenza tra gli uomini del “Dio con noi”. Ciò rende quello odierno un
giorno singolare, unico, eccezionale: è il giorno in cui, contemplando la venuta nella
carne del Figlio di Dio, siamo invitati a riscoprire il senso più vero e profondo della
nostra fede.
Il mio compito, in questo momento, è semplice ma importante: guidare la
nostra comune riflessione per vivere nel modo più vero e profondo il mistero di
grazia rappresentato dal Cristo che proprio oggi viene nuovamente tra la sua gente
per condividere la nostra condizione umana, per rispondere alle nostre domande, per
rompere la nostra solitudine, per comunicarci la sua vita divina.
La sua venuta si inserisce in un contesto in cui dagli scenari del tempo, come
da quelli del cuore, si leva una domanda di speranza: la crisi, al solito, fa pagare ai
più deboli gli errori dei potenti, privi spesso di senso morale; la perdita di orizzonti
umani produce una frammentazione sempre più lacerante del tessuto sociale, mentre
il sistema di dipendenza, che è alla base del sottosviluppo, rischia di determinare una
generale invivibilità del pianeta, schiacciato dal dramma ecologico, dalle migrazioni
esplosive e dalla tragedia quotidiana, troppe volte dimenticata, della violenza e della
fame, come ha profeticamente scritto Papa Benedetto XVI nella sua Enciclica Caritas
in Veritate. E sebbene da venti secoli ormai Dio e uomo siano uniti da un perfetto
abbraccio, come cantava nelle sue poesie Salvatore Quasimodo ancora «non v’è pace
nel cuore dell’uomo, e il fratello si scaglia sul fratello».
La venuta del Cristo, insomma, segna una svolta nella storia, ma la libertà
dell’uomo si ostina a sottrarsi a quell’abbraccio. E prima il pianto del piccolo Gesù,
poi il suo urlo sulla croce e la sofferenza di tanti fratelli continuano a cadere nel
vuoto, a essere ignorati o, peggio, derisi. Qohelet (4,1) ricorda: «Ecco, piangono gli
oppressi che non hanno chi li consoli; da parte degli oppressori sta la violenza,
mentre per essi non c’è alcun conforto». Ma a queste lacrime il mondo pare rimanere
sordo, perché se molti sentono, in pochi ascoltano, mentre il dialogo spesso si riduce
a monologo, giacché ciascuno é convinto d’essere il solo custode della verità.
Di fronte a queste drammatiche realtà, la domanda di speranza si profila in
chiunque non voglia rinunciare all’impegno, costruendo percorsi di speranza, e si
opponga alla resa qualunquista, alla ricerca di un tornaconto egoistico o di gruppo.
C’è da chiedersi se questo tentativo abbia un qualche significato anche per noi,
abitanti d’un villaggio globale sempre più bombardato dalle mille verità di un
relativismo facile e diffuso. Un “Caso” serio mi induce a rispondere di sì: la speranza,
per noi cristiani, non è qualcosa, è Qualcuno. Non uno dei grandi della terra, ma un
Bambino, donato a noi, generato per noi, da Colui che è il Dio potente, il Padre per
sempre. Dal mistero santo che avvolge tutte le cose, è venuto Colui che porta in sé la
giustizia e la pace, quella che non delude, simboleggiata da un Bambino bisognoso
di tutto, ma che ci dona la certezza di un amore eterno, che ci sostiene e ci avvolge
come quello di una tenerissima madre.
C’è un altro aspetto, sorprendente e affascinante, che giustifica la nostra
fiducia: proprio entrando tra le tenebre del mondo Dio manifesta che il suo farsi
uomo è tutto e solo a favore dell’uomo, per la sua salvezza e la sua vita nuova, per la
sua esaltazione alla quasi infinita dignità di figlio di Dio. Il senso teologico della
venuta di Cristo, dunque, non distrugge di per sé la cornice festosa e la poesia del
Natale, ma la colloca nel giusto contesto: Gesù che nasce è la Parola di Dio che si fa
come noi, uno di noi. L’uomo accede così alla condizione di figlio di Dio: il rapporto
uomo-Dio, che il peccato aveva interrotto, è ricostituito in Cristo.
Ecco il paradosso del Natale e della fede cristiana: il debole Bambino che giace
nella mangiatoia è il Salvatore del mondo. L’Incarnazione del Verbo cambia la nostra
condizione umana, offrendoci di vedere la sua Gloria e di capire quale sia il volto del
Mistero di Dio, grazia, amore, benevolenza. La paura di quel Mistero finisce poiché il
Verbo, facendosi carne, ha reso manifesto che Dio è amore. Inoltre, in Lui la persona
umana è ricostruita nella sua forma originaria: mentre fino al Cristo Iddio beneficava
l’uomo attraverso l’intervento dei profeti, ora è Lui ad agire nel suo Figlio unigenito,
immediatamente e personalmente.
Giungendo la luce a squarciare le tenebre, noi siamo indotto a scegliere. Ci
sono uomini che dicono di vedere, ma in realtà sono ciechi: costoro sono perduti,
poiché non incontreranno mai Cristo. Ce ne sono altri che dicono di non vedere, ma
ritengono che nessuno possa guarirli: costoro sono disperati e hanno consegnato la
loro vita al nonsenso. Altri ancora dicono di non vedere e chiedono a Cristo di essere
guariti dalla sua Verità: costoro sono salvati.
Ecco le tre possibilità che si aprono alla nostra libertà in questo giorno
santissimo. È Luca, nella odierna pagina del Vangelo (2,1-14), ad assicurarci che non
si tratta di una storia inventata, di una proiezione del nostro cuore stanco e deluso di
fronte alla scena dei mali del mondo. Questa natività così tenera e semplice ci mostra
che la vita ci è donata dal Mistero amorevole di Dio. «Siamo opera delle sue mani»,
esclama il profeta Isaia: questa è la verità di ciascuno di noi. Questa è pure la verità di
Gesù, il Figlio del Padre, il Verbo che fatto carne è venuto ad abitare in mezzo a noi.
La nascita di Gesù a Betlem, allora, non è un fatto che si possa relegare nel
passato, ma presuppone l’intera storia umana: il nostro oggi e il futuro del mondo
sono illuminati dalla sua presenza. Egli è il Vivente (Ap 1, 18), colui che è, che era e
che viene (Ap 1, 4): «Di fronte a lui deve piegarsi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra
e sottoterra, ed ogni lingua proclamare che egli è il Signore a gloria di Dio Padre
(cfr Fil 2, 10-11)».
Incontrando Cristo, ogni uomo scopre il mistero della propria vita. Gesù è la
vera novità che supera ogni attesa dell'umanità e tale rimarrà per sempre, attraverso il
succedersi delle epoche storiche. Gesù è nato, cioè ha voluto avere un inizio come le
sue creature, lui che era eterno, proprio per condividere con noi il tempo, la storia, la
carne. E come tutti noi ha scelto di avere una fine, una morte. Ha compiuto questo per
deporre in tutte le nascite e in tutte le morti, con la sua presenza, un seme divino.
Come scrive Testori, il Natale del Figlio di Dio «riflette e assume, illumina e redime,
benedice e consacra tutte le nascite», tutte le vite.
Dobbiamo amare la vita dei viventi, perché in essa si celebra un’epifania di
Dio, uno svelamento della sua condivisione della nostra realtà, una rivelazione del
suo amore. E la nostra esistenza acquista un senso nuovo e più profondo nel momento
in cui ci poniamo in ascolto di questa verità e la riconosciamo come vera, autentica,
capace di dire ciò che sperimentiamo, ma che sovente non riusciamo ad esprimere:
non ci facciamo da soli, ma siamo radicati in una relazione che ci sostiene.
Celebrare il Natale, dunque, non vuol dire soltanto preparare un bel presepe
con tanti pastori, con i Magi e la carta che funge da volta celeste. È ben altro; vuol
dire ascoltare il pianto dei Bambini e degli ultimi, cercare la pace in noi e fuori di noi.
Soprattutto, vuol dire riconoscere che il Cristo ignorato da chi spreca offendendo la
miseria, è sostegno per chi chiede, conforto ed aiuto per i puri di cuore che cercano
comprensione ed affetto, trovando un punto di riferimento nella Parola che fa
risplendere la vita, che dà splendore e bellezza all’esistenza, che continua a spargere
frammenti di stelle nelle notti buie della storia.
Auguri a tutti, allora: agli uomini di ogni razza, a chi crede e a chi non spera, a
chi è solo anche in questi giorni. Auguri di un Natale buono, luminoso di fede, santo
d’amore. Un Natale che ci purifichi e ci renda cristianamente limpidi, che ci faccia
compagni dei poveri ed abitanti della casa del Signore, di quella casa in cui, scriveva
Gianni Rodari, «c’è posto per tutti ed una pace che scalda più del sole».
La prepotenza che abbaglia ancora l’“Ulisse” che è in noi, troppo sicuro di sé
nel voler conquistare la conoscenza o persino salvare il mondo, lasci il posto alla
silenziosa accoglienza della Grazia, della Parola fatta carne per la salvezza degli
uomini. La Vergine Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, ci aiuti a entrare nel vero
spirito del Natale; siano i suoi sentimenti ad animarci, affinché ciascuno possa
disporsi con sincerità di cuore e apertura di spirito a riconoscere nel Bambino di
Betlem il Figlio di Dio venuto sulla terra per la nostra redenzione.
Auguri di ogni vero bene desiderato. Buon Natale.

+ Vincenzo Bertolone

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