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La mia prima avventura (Racconto) PDF Stampa E-mail
Scritto da M.Miani   
sabato, 01 dicembre 2012 05:41
ImageMia nonna, quando ero piccolo d’età, mi chiamava “capone”, voleva significare testone- cocciuto, perché già allora avevo una testa che sembrava un pallone, ma, non solo per questo, perché, di fatto, ero testardo come un mulo. Oltre ad aver acquisito un carattere ribelle, quando “m’incornavo”, come affermava lei, e, dicevo “no” per qualche decisione, non vi era alcuna possibilità, né probabilità di farmi cambiare parere. La ritrosia di non voler accettare un cambiamento, mi bloccava; per questo ogni volta, che ponevo davanti ad una decisione la parola “no”, sentivo già l’impossibilità di poter e voler ritornare indietro ed accettare un’accomodante e più morbida risposta Mi sembrava che qualcuno me lo proibisse; le sollecitazioni anche pressanti non facevano che innervosirmi. La contrarietà saliva, e avveniva in me una rivolta, quasi un astio, verso chiunque insisteva per farmi cambiare parere o decisione. Diventavo nervoso, scontroso dando risposte ingiustificate e certamente non educate. Tutto ciò, certamente non era per me una faccenda da gestire senza pericoli, perché, chi ha la mia stessa età, ricorda bene, che molte volte queste rivolte, portavano a rimbrotti con tenore di voce autoritaria, comandi che spesso finivano, dopo una serie di minacce, con sonori ceffoni, i quali se non portavano il buon tempo, certamente facevano capire bene l’errore di non essere comprensivo ed accomodante.  Giusto, quindi il soprannome, che poi mi sono portato sino all’adolescenza. Intorno ai tredici anni ricordo che incominciai a essere più duttile, anche se nel fondo del mio io, nell’animo rimanevo quello che ero: un ribelle in erba.
Spesso mi sono chiesto il motivo di questo carattere, alla luce del fatto che, poi in sintesi finale, di solito sono molto accomodante e tollerante. Sono arrivato alla conclusione di attribuirne la colpa alla particolare fanciullezza che ho vissuto. Ero rimasto orfano di madre a circa cinque anni insieme al fratello più piccolo, di padre già lo ero quasi, di fatto, da quando il mio genitore partito per la guerra, mi aveva visto all’età di un anno, per poi sparire travolto dagli eventi bellici, lasciando in ricordo a mia madre, il concepimento di mio fratello. Questa circostanza mi ha segnato per sempre in bene e in male.
I ricordi di quel periodo nell’insieme sono pochi, vaghi, sfumati, e li rivivo mentalmente come accaduti, con vere scene, e fatti raccontati da altri, non ricordati in prima persona.
Tra tanti un accadimento particolare, un po’ confuso, mi fu raccontato, quando avevo circa dodici anni, da una mia zia, con parole circospette, dettate dall’amore di far conoscere circostanze accadute e che non erano mai state dette, a chi l’aveva vissute in prima persona e, che magari, si faceva qualche strana domanda su qualche accenno, qualche nota che sembrava fuori posto. La ritrosia all’epoca era di prassi, parlare d’alcuni problemi era un tabù, come d’altronde è ancora oggi in taluni centri dell’entroterra. Il mio paese “Cassano” era in questo senso, all’epoca, molto arretrato, per il qual motivo parlare di cose che magari toccavano argomenti su parti personali intime, diveniva impossibile, quasi peccaminoso, illecito.
La strana storia era successa quando io nacqui. Mia madre mi partorì in casa, come tutte le madri del paese erano abituate, aiutata dalla levatrice. Inizialmente sembrava che tutto fosse andato bene, benissimo: ero un maschietto, come tutti si aspettavano, strillavo come tutti i neonati; non si notavano segni o particolari che potessero dar adito a pensieri e a preoccupazioni. All’epoca non si conoscevano le parole down, handicap; si pronunciava appena sottovoce “minorato”, che di solito si traduceva in deforme, per cui non evidenziandosi nessun segno o menomazione particolare tutti festeggiarono la mia nascita e tutti si congratularono e si rallegrarono con mia madre e con il parentado.
Passate le prime ore di soddisfazione e di contentezza, l’allegria lentamente lasciò il passo a qualche pensiero un po’ dubbioso.
Al primo cambio delle fasciature, un rituale lungo, per i metri di stoffe che si arrotolavano sulle gambe ed il corpo, e, mi facevano sembrare un salame, mia madre, la nonna, i presenti, tra loro mia zia, si accorsero che i panni, le stoffe, che dovevano contenere la pipi, erano asciutte. Niente liquidi. Solo cacca. “Pensa” ripeteva ancora attonita mia zia “niente pipì ma, solo cacca”. Nello stesso tempo che assodavano il fatto, non ebbero modo di pensare, capire cosa era successo che dalla mia bocca spalancata uscì uno strillo, diciamo un vagito di pianto prolungato e insofferente.
“Presto Teresina, vai a chiamare la levatrice. Corri”. Strillò la nonna Cristina la quale, con l’esperienza dell’età, capì che potevano esserci problemi seri. Teresina era allora una ragazza di circa venti anni.
Intanto io continuavo a strillare, piangevo tanto forte e continuo che mia madre iniziò a lacrimare, a sussultare, in preda ad una crisi di nervi e paura.
Di lì a poco arrivò trafilata donna Concetta, la levatrice. Guardò i pannolini, fece alcune domande a mia madre sull’andamento delle cose dopo il parto.
“Gli hai dato il latte?”
“Gli hai cambiato le fasce?”
“Quante volte le hai cambiate?”
Mia madre ad ogni domanda rispondeva veloce, intimidita rossa in viso come un pomodoro. Dalla paura dopo le prime risposte incominciò a balbettare, si confuse, poi sull’insistenza di Donna Concetta, presa dal panico, riprese a piangere, mentre l’ostetrica rivolgeva ormai la sua attenzione al mio piccolo corpo, sperando di comprendere più facilmente cosa c’era che non andava. Mi girò tra le mani, mi palpeggiò il corpo, mi guardò il viso che incominciava a divenire paonazzo, tentò di far cessare il pianto, capì al tocco delle dita che avevo la vescica gonfia, mi osservò attentamente il corpo del possibile reato, il pisellino, come lo definiva chi mi narrava l’evento, e senza far capire ciò che immaginava fosse successo, senza rispondere alle domande che pressanti chiedevano risposte e lumi, si rivolse a mia zia. “Vai lesta a casa del dottor **** (il nome non lo ricordo, ma da informazioni prese in seguito dovrebbe trattarsi del dott. Giuseppe Paternostro), “digli da parte mia di venire subito a casa di Saletta la madonna”. Aggiunse subito, quasi come se la cosa non avesse grande rilievo ”Che si portasse la borsa dei ferri. Digli anche, che io l’aspetto quì e che non mi muovo sin quando non arriva”.
La povera donna, mia zia, era fidanzata, promessa sposa al fratello di mio padre, Giuseppe, scese di corsa i quattro gradini che portavano in strada, e di filato arrivò vicino la fontana del “ped’alive” dove abitava e faceva studio il dottore. Bussò ripetutamente al portone, al suono del battaglio, si affacciò direttamente il medico, che la vide, la riconobbe, e notando l’eccitazione, tirò la cordicella dello scivolo della serratura, senza chiedere nulla. L’uscio si aprì, mia zia entrò, fece l’ambasciata con voce rotta e con lingua veloce. Nel frattempo che l’anziano medico si preparava, gli raccontò  l’accaduto, e rispose quanto più chiaramente le era possibile alle poche domande che il dottore le rivolgeva.
Il dottore  non era giovane,  ma neanche troppo anziano, aveva all’incirca cinquanta anni: “mezzo secolo”, che nel 1938 erano molti, considerati i sistemi di vita dell’epoca e del periodo bellico tormentato, che tutti in ogni caso vivevano. Aveva i capelli brizzolati, da sembrare appena toccati da una lieve nevicata.
Facendo il percorso a passi svelti e lunghi in un battibaleno, giunse a casa di mia madre, mentre mia zia trafelata lo seguiva cercando di mantenere lo stesso passo e la distanza.
Entrò in casa senza bussare scostando l’uscio che era appena accostato, la casa era formata da un unico grande ambiente e quindi subito vide mia madre a letto, e più che vedere me, sentì i miei strilli. Vide i parenti, i vicini, che nel frattempo erano accorsi curiosi a guardare, ed anche per dare una mano nel caso ve ne fosse stato bisogno, com’era abitudine fra il vicinato, e, con il gesto, più che con la parola fece capire a tutti di lasciar la casa. Uscita la folla dei curiosi, donna Concetta, la levatrice, lo mise al corrente, premurosamente e con dettagli tecnici, di quanto accaduto. Il Medico, s’infilo sul naso un paio d’occhiali, si portò vicino a me. M’incominciò ad osservare, anche lui come l’ostetrica mi visitò, cercando di capire cosa vi era che non andava. Mia madre ed i pochi parenti che erano rimasti nel grande stanzone stavano paurosamente zitti, nell’attesa di conoscere le cause che m’impedivano di urinare. Dopo, tirò da parte Donna Concetta, confabulò un istante, prese la borsa dei ferri, fece preparare dell’acqua calda, ordinò di lavarmi, fece stendere sull’unico tavolo presente un lenzuolo pulito, si fece dare alcuni pannolini, un asciugamano e infine mi poggiò su quel tavolo che diveniva il suo tavolo operatorio improvvisato per il lavoro che doveva fare.
Al momento si rivolse verso la nonna e mia madre in maniera bonaria: “Il bambino non fa la pipì, giacché deve avere il canale ostruito, com’è successo, non ha importanza, ma bisogna intervenire immediatamente”. Guardando, le interlocutrici mute e impietrite per la notizia e per il termine “immediatamente”, usato dal medico, riprese con voce più professionale: ”Ora io cercherò di sopperire alla deficienza mettendo in comunicazione il canale urinario di uscita con la vescica” Sì fermo un istante, poi continuo “mi raccomando di stare in silenzio, chi non se la sente di assistere e bene che vada fuori”.
V’è da precisare che, negli anni in cui è successo quanto mi stava raccontando la zia, in Cassano, e nei paesi limitrofi non vi era ospedale, il più vicino si trovava a Cosenza distante quasi ottanta-novanta chilometri, circa due ore di strada da fare con un’automobile. Con la carrozza a diesel, della Calabra Lucana, la ferrovia a scartamento ridotto che serviva la zona, era possibile arrivare sino a Spezzano albanese, poi da questa stazione, bisognava cambiare mezzo e prendere un treno a vapore, che portava a Cosenza, così il tragitto diveniva più lungo ed essendo più lento, s’impiegavano circa tre ore, ciò solo se, le coincidenze fra i due mezzi, fossero state precise nei tempi d’arrivo e di partenza. I pericoli, se volevano portare il neonato all’ospedale, erano legati non solo ai tempi, ma, anche, ai vari disagi, dovuti alle distanze della casa e dell’ospedale, dalle stazioni ferroviarie; non di meno, dai preparativi delle persone per la partenza, che nel caso sarebbero divenuti frenetici, ma senz’altro lenti, per l’incognita di affrontare un tale viaggio, e per la paura che era subentrata dopo la triste scoperta e, anche alla novità per la mamma che non aveva mai messo il naso fuori dal paese.
Il dottore, che mia zia chiamava don Peppino, messo a conoscenza di quello che doveva fare, lesto apri la borsa dei ferri, prese, una bottiglietta d’alcool, un ago, un bisturi, disse alla levatrice, oramai divenuta sua aiutante “Mantieni il bimbo fermo in modo che io possa operare tranquillo”, quindi disinfettatesi le mani, disinfettati i ferri, prese il bisturi e l’ago e cercò di canalizzare la vescica con l’esterno.
Mentre io strillavo per il dolore della puntura (lei ricordava solo questa, ignorava anche il taglio, simile alla circoncisione ebraica, che il caro medico mi fece), e per l’urina che mi premeva la vescica, don Salvatore fece un primo tentativo, a questo seguì un secondo, poi un terzo che ebbe esito positivo. Così io feci la prima pipì che usci rossa per il sangue delle ferite, e che maggiormente mi fece strillare per il bruciore che l’urina procurava passando sulla carne lacera.
Oramai la donna aveva detto tutto, si rilassò e riprese il racconto: “Se non era per don Peppino, tu eri morto, e certamente con te veniva Saletta la povera madre tua”.
“Dopo questo miracolo il dottore se ne andò, mentre si prendeva cura di te la levatrice, Donna Concettina, alla quale il buon medico lasciò precise istruzioni, pregandola di venirti a far visita più volte in quei giorni e di tenerlo informato”. La zia mandò una calorosa benedizione al dottore ricordandolo con affetto, terminando il racconto: “Che Dio lo tenga in gloria” giacché era da qualche tempo defunto e tutti lo ricordavano per le capacità e per il buon cuore, cosa questa che non in tutti i letterati si trovava, così diceva lei e non certo aveva torto.
Per mia buona sorte nel tempo la notizia del fatto non mi servì a nulla, ma la poveretta nel raccontare quel che mi successe, era tutta preoccupata e ne aveva ben ragione considerando la delicatezza dell’intervento e le possibili conseguenze. L’avventura finì con l’intervento, ma era stata, strana, pericolosa ed eclatante al momento.


Michele Miani
Da “miei ricordi”
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