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La sapienza del sorriso (libro) PDF Stampa E-mail
Scritto da B.Gemelli   
martedý, 27 novembre 2012 06:43

ImageAbbiamo il piacere di segnalare l’ultima fatica letteraria di mons. Vincenzo Bertolone, arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace e già pastore della nostra diocesi.  Come sicuramente ricorderanno i nostri più assidui visitatori, mons. Bertolone è il Postulatore della causa di Beatificazione di don Pino Puglisi, il prete ucciso dalla Mafia in Sicilia, a Palermo per la precisione, nel 1993. Il libro dal titolo “La sapienza del sorriso  - Il martirio di don Giuseppe Puglisi”  non è altro che il resoconto delle indagini approfondite che l’autore ha esperito per dimostrare che la morte di don Pino è da imputare al “suo costante impegno evangelico e sociale nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalità” . Il volume è stato brillantemente recensito da Bruno Gemelli su “Il Quotidiano della Calabria” di domenica 25 Novembre. Recentemente il Papa S.S. Benedetto XVI, ha riconosciuto il martirio di don Pino, quindi è da supporre che quanto prima la causa di beatificazione sarà conclusa, grazie al certosino lavoro di indagine compiuto dal nostro amatissimo amico mons. Bertolone, che ha evidenziato in don Pino l’accettazione libera e responsabile della probabile morte violenta (A.M.C.). (Nella seconda parte l’articolo del Quotidiano)

 

 

 

ImageDon Puglisi il Sacerdote scomodo

 

Una sola volta, mi è capitato di sentire un discorso di monsignor Vincenzo Bertolone.  Accadde alla fine di maggio del 2011 quando il  nuovo arcivescovo metropolita di Catanzaro fece il suo ingresso in città. Ero in piazza, tra il pubblico, ad ascoltarlo. Non ero capitato lì per caso. Ci andai apposta perché un mio amico di Cassano allo Ionio, città da dove proveniva il vescovo siciliano al suo primo impegno pastorale, me ne aveva parlato bene. L'impressione fu ottima e mi colpirono soprattutto certe sue sottolineature verso il sociale. D'altra parte Bertolone era stato preceduto dalla fama di essere il Postulatore della causa di beatificazione di don Pino Puglisi, il prete ucciso dalla mafia palermitana il 15 settembre del 1993.

Adesso mi è capitato tra le mani - non per caso ma perché ho comprato una copia del suo libro - il volume "La sapienza del sorriso. Il martirio di don Giuseppe Puglisi", prefazione del cardinal Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo - Edizione Paoline – pag. 153 novembre 2012 - 13 euro). Nella lettura del libro ho ritrovato il profilo sociale, umano, pio, spirituale appena captato nell'ascolto di oltre un anno fa. E’ un libro di Chiesa, ma è anche una metafora, il luogo dove va collocato il sacerdote nato e cresciuto nel quartiere Brancaccio di Palermo. Il Pantheon di quelli che hanno versato il sangue  del piombo mafioso. Don  Puglisi martire insieme ai caduti appartenenti alle forze dell'ordine, a Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, Rosario Livatino e Antonino Scopelliti, Rocco Gatto e Peppino Impastato, Carlo Alberto Dalla Chiesa e Pio La Torre, Cesare Terranova e Boris Giuliano.  E tanti altri. Oltre 600 vittime nell'ultimo quarto di secolo.

E sul punto, nella postfazione dello scrittore Nino Barraco, si legge: "Non è un trofeo la santità. Così, don Pino Puglisi non è il nome di una Chiesa che voglia pulirsi l'anima, non è il riscatto, il titolo liberatorio dall'addebito di un silenzio o addirittura di una connivenza col passato, non è il recupero di un diritto di cittadinanza. La Chiesa non ha bisogno di un lasciapassare, non ha da esporre bandiere, non ha da usare il nome di don Puglisi come tutela del suo esserci, non da ostentare cartelloni con cortei, legittimi, dell'antimafia. La Chiesa è pronta a riconoscere, per prima, le sue colpe, sa di doversi convertire ogni giorno al Vangelo, alla "violenza" della Parola che grida, che è dissenso, provocazione, contro la prepotenza, la corruzione, la nequizia della terra. Lo scandalo della Parola che accusa. È mafia uccidere, ma è mafia anche il disinteresse, la noncuranza, il benessere di chi non ama. Quando si capirà? Chi non ama uccide». Ecco il valore, la pregnanza della testimonianza attiva. Ecco la cifra di don Puglisi declinata da monsignor Bertolone che raccoglie e valorizza la testimonianza di vita e di fede del prete martire.

TI Presule catanzarese ha conosciuto bene l'ambiente in cui ha vissuto don Puglisi per essere stato egli medesimo membro di quella comunità dalle tante cromature sociali. Ha incrociato l'apostolato del sacerdote per essere conterraneo e contemporaneo di quella terra, di quella stagione. Osservatore e operatore del magistero caritatevole della comunità religiosa chiamata "II boccone del povero" che opera nel capoluogo siciliano.

Scrive il cardinal Romeo nella prefazione:

"A monsignor Bertolone va riconosciuto non soltanto il merito di aver ben interpretato i sentimenti e l'attesa dell'intera Chiesa di Palermo, ma anche di essersi avvalso di tutti gli strumenti più validi e di precise competenze perché il martirio di don Pino venisse riconosciuto come provvidenziale epilogo di un'esistenza sacerdotale spesa totalmente al servizio di Dio e dell'uomo» . L'autore introduce la sua conoscenza personale affermando: "Di don Puglisi conoscevo e apprezzavo l'impegno pastorale e quello civile, entrambi originati, come il suo pensiero attesta, dalla medesima fonte (e come potrebbe essere .altrimenti ?), alla quale" attingeva un altro sacerdote, ucciso in terra di missione una trentina d'anni prima: padre Francesco Spoto, settimo Superiore Generale della Congregazione Missionari Servi dei Poveri, anche lui siciliano, anche lui animato della stessa legge d'amore e della cui causa di beatificazione supermartyrio ero stato designato, a suo tempo, Postulatore, da padre Giuseppe Giorgio, Superiore Generale della Congregazione Missionari Servi dei Poveri». Che a Palermo, come detto, conoscono appunto, come "Opera del boccone del povero". Monsignor Bertolone ricorda come la causa di beatificazione di don Puglisi, quando giunse nelle sue mani, fosse arrivata a un punto morto. Sicché il libro si presenta oggi come una sorta di bilancio –se mi si passa il termine - del suo lavoro istruttorio per la causa medesima. E lo zelo dell'arcivescovo di Catanzaro è tale che in un capitolo in appendice si riassume e si descrive tutto l'iter della canonizzazione della Chiesa quando essa giunge alla santità. In «questo scritto sono racchiuse le ragioni sottese alla beatificazione di don Puglisi». II libro si dipana attraverso dieci capitoli nei quali il Presule segmenta tutti i passaggi  della vita di don Puglisi, dal valore del martirio alla memoria del sacrificio passando per un profilo biografico e per le tante domande che questa vicenda ha posto e pone. E singolare come l’VIII capitolo – “Una vittima speciale della Mafia” sia preceduto da una citazione della giornalista Oriana Fallaci che recita: «Ci si dimentica sempre che un eroe è un uomo, soltanto un uomo, e che resistere a una tirannia, subire sevizie, languire per anni in una cella senz'aria né luce è a volte più facile che battersi nell'equivoco e nelle lusinghe della normalità». Da quì il rilancio dell'autore che scrive: «ll nesso tra martirio e parola di Dio esclude in maniera assoluta che il beato abbia mai pensato per se stesso all'eventualità della morte violenta alla stregua di quanto avveniva per altre eroiche vittime della mafia. La figura e l'opera di don Puglisi però non sono omologabili a quelle dei servitori dello Stato e in generale di tutti coloro che si opposero alla mafia, ben consci della possibilità non remota di pagare con la vita».

Perché dice questo monsignor Bertolone'? Lo spiega subito dopo laddove, citando il pensiero del gesuita e teologo Karl Rahner, scrive a un certo punto: «certo, "anche colui  che cade in una lotta legittima intervenendo per un ordine cristiano di valori nella società, costui, in ultima istanza, da un punto di vista teologico e metafisico, è una vittima "passiva" ha uguale diritto rispetto al martire che soffre il martirio solo passivamente secondo il concetto tradizionale", ma la differenza tra la morte di padre Puglisi e quella dei rappresentanti delle istituzioni è chiara e sta nelle motivazioni della condotta base: mentre giudici, poliziotti  e  altri servitori dello Stato pongono a fondamento delle proprie azioni  il dovere, la coerenza, l'obbedienza indiscussa alla legge, chi ha fatto della missione cristiana il proprio fulgido codice deontologico risponde si alle leggi dello Stato, ma in primis a quella di Cristo: l'amore di Dio e del prossimo». «Questa distinzione ­ aggiunge l'autore - è presente anche in teologia, che su di essa è andata sviluppando le proprie analisi e teorie proprio a partire dai primi anni Novanta».  

Perché don Puglisi fu ucciso dalla mafia? Lo spiega lo stesso arcivescovo: «La verità è infine emersa. Quella giudiziaria, vergata con inchiostro indelebile dalla Cassazione, dice che l'omicidio fu deciso dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviario per mettere a tacere un sacerdote scomodo, socialmente impegnato, che col suo ministero di pastore di anime, di formatore di coscienze cristiane, soprattutto di quelle dei fanciulli, li ridicolizzava sottraendo loro manovalanza, prestigio e potere, come del resto sprezzantemente li rimproverava uno dei capi indiscussi di CosaNostra, Leoluca Bagarella. Chi diede l'ordine di ucciderlo lo fece non per eliminare un pericoloso nemico, alla stregua di magistrati, giornalisti, esponenti delle forze dell'ordine e della società civile, ma per cercare di fermare un luminoso testimone di fede».

Com'era don Puglisi? Ancora monsignor Bertolone ce lo consegna nel candore del ricordo: «Puglisi era persona tutta di un pezzo, agiva umilmente, con semplicità, senza cercare visibilità, anti eroe: annunciava e proclamava l'Unico Necessario, il Padre Nostro. E fu proprio l'essere un uomo libero, armato della sola forza della Parola, a costargli la vita, giustiziato dall'odio che i mafiosi nutrivano verso il suo munus sacerdotale. Lasua figura riveste un ruolo di grande importanza per la società civile, per la Chiesa universale, in particolare per la Chiesa palermitana e siciliana e per tutte quelle che si confrontano sul proprio territorio con le organizzazioni criminali, perché il suo sacrificio ha svelato il grande inganno della mafia:  sedicente portatrice di religiosità. il suo esempio è stato ed è così forte da aver attraversato il tempo: nei 19 anni trascorsi, Brancaccio, Palermo, la Sicilia, l’Italia, il mondo non lo hanno dimenticato. Centinaia sono le strade, le scuole, le piazze che portano il suo nome». Dunque, per dirla con Tertulliano, conclude il Postulatore: "Nel sangue dei martiri v'è il seme dei cristiani". E nel sacrificio di don Puglisi v'è un chiaro esempio di fede e di impegno, che acquista un rilievo ancor maggiore in tempi segnati dalla crisi dei valori e dell'identità. Uccidendolo, credevano di averlo messo a tacere. Si illudevano: Puglisi parla ancora» . Il libro di monsignor Vincenzo Bertolone getta un fascio di luce che si riverbera anche sulla Calabria.

Bruno Gemelli (Il Quotidiano della Calabria)

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