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Vangelo di domenica 8 Luglio PDF Stampa E-mail
Scritto da +V.Bertolone   
venerdý, 06 luglio 2012 19:27

ImageDal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 6,1-6.  - Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono.  Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani?  Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di  Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui.  Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».  E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì.  E si meravigliava della loro incredulità. Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando.

XIV Domenica del tempo ordinario
8 luglio 2012

Introduzione

Molti fedeli, probabilmente, sono in vacanza inseguendo il meritato riposo alla

faticosa routine del quotidiano.  In fondo la vacanza è sinonimo di svago, di liberazione momentanea da responsabilità e preoccupazioni; è come uno spogliarsi provvisorio dei vestiti di rappresentanza (che sia il ruolo sociale, l’impegno professionale e quant’altro) per indossare quelli meno impegnativi e più leggeri dell’ozio “vacanziero”. Oggi è entrata nell’uso l’espressione di sapore elettronico “staccare la spina”. Però, vacanza o non, la Parola di Dio è sempre con noi, a provocarci, a scuoterci, a farci riflettere sul nostro modo di essere cristiani, interpellandone lo stile (missione) e il contenuto (annuncio). In particolare, in questa XIV Domenica del Tempo Ordinario, la Scrittura aggiunge un tassello al mosaico della identità cristiana: se domenica scorsa abbiamo parlato di vocazione, oggi parliamo di missione. In realtà sono due facce della stessa moneta: non c’è vocazione senza missione, ovvero la vocazione battesimale ci abilita ad essere discepoli e apostoli, seguaci di Cristo ma con la responsabilità dell’annuncio e della testimonianza: diversamente non si è cristiani. Due volti complementari e necessari vanno, dunque, pensati per il cristiano, anche quando è in vacanza: quello del “chiamato” e quello dell’ “inviato”, i cui lineamenti scopriremo oggi, attingendo direttamente dalla Parola.

 

Necessari preamboli

Prima di costruire un ritratto dell’ «inviato», così come emerge dalla pagina del vangelo di Luca, sgombriamo il campo da ogni dubbio possibile: se pensiamo che essere inviati riguardi solo poche persone (missionari, sacerdoti, consacrati) o che esso comporti necessariamente andare in terre lontane, sbagliamo; ma sbaglieremmo anche se pensassimo di poter partire da soli, cioè investiti di un mandato rigorosamente individuale. Sbaglieremmo,infine, pensando che per annunciare e testimoniare ci vogliono dei “supereroi”. Innanzitutto Gesù invia tutti i cristiani (“Il Signore designò altri settantadue”) (Lc 10,1), ed è questo il primo annuncio: si è cristiani quando non si tace l’esperienza dell’incontro con Cristo. In virtù del nostro battesimo siamo chiamati ad essere cristiani e lo scopo di questa vocazione è la missione. È questo il modo originale che il Signore ha trovato per restare uomo tra gli uomini, continuando ad annunciare che Dio è veramente vicino e che il cielo ancora racchiude la terra per proteggere e rinnovare dal profondo il mondo dell’uomo. Quindi non si può vivere come se questo mandato missionario non ci riguardasse: se siamo chiamati ad essere cristiani, siamo anche inviati. Non si può, inoltre, pensare che l’ “invio” interessi poche parti del mondo. Se ci viene malinconia nel vedere chiese semideserte, se rifiutiamo l’idea di vivere in una società che ha dimenticato Dio e, dunque, profondamente “dis-evangelica” nelle sue sovra-, infra- e sub-strutture valoriali e sociali, dobbiamo avvertire forte l’urgenza dell’annuncio. Dobbiamo, in sostanza, aiutare gli altri a riscoprire la presenza del Maestro nel tessuto dell’esistenza quotidiana, facendolo non solo con la parola, ma soprattutto con l’esempio. L’annuncio, poi, non è un’avventura solitaria: è una comunità che manda, sostiene e accompagna lungo le strade della testimonianza. A ben guardare, il secondo annuncio che emerge dalla pericope lucana, (“e l’inviò a due a due”, Lc 10,1), è un gesto concreto di comunione, è la proclamazione della vittoria sulla solitudine. Di fatto un conto è partire soli, un conto in compagnia di un amico, membro della stessa comunità che dà conferma dell’essere cercato, chiamato, scelto, amato, inviato. Quando le difficoltà del viaggio sommate alla solitudine potrebbero scoraggiarci, avere qualcuno su cui appoggiarsi infonde fiducia. Per questo l’annuncio è avventura da viversi in comunità, è evento da celebrare in comunione. E, infine, l’annuncio non richiede forza sovraumana o intelligenza fuor dal comune, né eroismi. Basta essere uomini, comportarsi da uomini. Solo allora l’annuncio della vicinanza di Dio sarà veramente credibile, giacché più ci si immedesima nella propria umanità, più Dio si fa prossimo. L’unica preoccupazione dell’inviato è di farsi infinitamente piccolo perché il suo annuncio possa essere infinitamente grande.

 

Profilo dell’inviato

Una volta sgombrato il campo da ogni fraintendimento, si può tracciare la fisionomia dell’inviato, nella quale, in realtà, tutti noi battezzati dovremmo riconoscerci, o quanto meno, provarci. E così scopriremmo che sorgente e nutrimento della missione è la preghiera: essere apostoli, infatti, non è frutto di un nostro disegno, ma nasce dalla preghiera, nella quale andranno cercati lo stimolo, la forza, l’orientamento all’azione. E qualora questo intimo collegamento con la sorgente venga meno, assisteremo ad un fuoco che si spegne, ad un apostolato che si riduce ad un “mestiere”. L’inviato, poi, si compiace della debolezza e della mansuetudine ,che non sono atteggiamenti di rinuncia e rassegnazione, ma espressioni della volontà di donarsi senza riserve, senza pretese e, soprattutto,liberamente. L’unica forza a sua disposizione è una parola disarmata e disarmante, che può essere respinta, derisa, contraddetta. E anche di fronte al rifiuto e all’ostilità, la parola d’ordine del missionario è libertà, è testimonianza pacifica e serena, è dolcezza e amore anche verso l’ostinata negazione. Lo stile dell’iniziato è la povertà. L’efficacia della missione non dipende dai mezzi umani impiegati, non da opere colossali, non da strutture imponenti, o da tecniche all’avanguardia poste in atto. Anzi, l’assenza di tutto ciò rappresenta una possibilità in più per rendere più credibile l’annuncio. Liberato da tutte le pesanti sovrastrutture create dall’uomo, e che di umano hanno poco, si sforza di presentare l’originaria condizione umana, quella buona e bella quale è uscita dalle mani di Dio, prima del pane, del denaro, del vestito, prima cioè di abbandonare la fiducia nella provvidenza divina, lasciandosi travolgere dalla inquietudine dell’avere e del potere, ancor prima che l’aspirazione naturale dell’uomo alla pace e alla carità venga soffocata dalla smania di prevaricazione. Questa originalità semplice, inoltre, si accompagna all’essenzialità, ovvero alla capacità di discernere e scegliere ciò che veramente conta, senza attardarsi nei cerimoniali mondani, nei ritualismi celebrativi, dove l’apparire trionfa nelle maschere della vanità e dell’esteriorità. L’apostolo, invece, non è uno che “appare”, non si compiace dei privilegi, degli inchini, dei sorrisi formali o dei discorsi di circostanza: egli “scuote la polvere” dei battimani, dei consensi organizzati, degli ossequi superficiali, delle adesioni di convenienza, degli entusiasmi episodici, che tutto fanno fuorché far emergere la verità del Vangelo. Però il suo comportarsi rigorosamente secondo lo stile del Vangelo lo farà apparire un sovversivo, attirando su di sé la malevolenza, l’ostilità e perfino l’ostracismo del mondo, di cui “intende” minare il sistema di valori basato sulla vanità, sulla competizione, sul denaro, per cui un uomo vale per la quantità delle cose che possiede, non certo per i suoi valori, la sua dignità, la verità profonda che lo rende ciò che è; vale se è capace di manipolare gli altri. In opposizione a tutto questo “naviga” la barca dell’apostolo e anche se fosse costretto ad attraccare, non importa, la gioia per la traversata non lo abbandona, la speranza di arrivare alla meta non scema. Egli sa, infatti, che oltre ogni tempesta c’è sempre il sereno e il vento che placidamente gonfia le vele, così il male non può vincere sul bene, e l’errore non prevalere sulla verità. Dio è prima di Satana e la vittoria su di lui già l’ha riportata Cristo sulla croce. Forte di questa verità, e nonostante le delusioni del presente, l’apostolo sa di potere vincere e di poter iscrivere il proprio nome nel libro della vita terna. È bello e confortante sapere che questa speranza è propria di ogni cristiano.

 

Conclusioni

Scrive lo scrittore francese F. Mauriac: “Per me la predicazione più efficace del sacerdote è sempre stata la sua vita. Un buon prete non ha nulla da dirmi: io lo guardo

e ciò mi basta”. Estenderei queste parole, magari rivestendole di una patina orante, a tutti i cristiani che, proprio in virtù del proprio battesimo, sono diventati per il popolo di Dio anche sacerdoti. Cambiando alcune parole, aggiungendone o togliendone altre, e trasformando la frase in preghiera, la riscriverei così: “Prego affinché l’annuncio più efficace di ogni cristiano sia sempre la propria vita, giacché un buon cristiano non ha nulla da dire: lo si guarda e ciò basta”. È così che la missione diventa contagiosa.

Serena domenica

     

  + Vincenzo Bertolone
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