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La politica? Troppo seria per i politici PDF Stampa E-mail
Scritto da E.Trentin   
mercoledý, 20 giugno 2012 18:05
 
Platone
Platone
Si sa che Platone non era un democratico. Nella “La Repubblica (Libro V)”, Platone riconosce soltanto un criterio supremo di giudizio, l’interesse dello stato. Ogni cosa che lo rafforza è buona e virtuosa e giusta; ogni cosa che lo minaccia è cattiva, perversa e ingiusta. Le azioni che servono a esso sono morali; le azioni che lo mettono in pericolo sono immorali. In altre parole, il codice morale di Platone è strettamente strumentale: è un codice di utilitarismo collettivistico o politico. Il criterio della moralità è l’interesse dello stato. La moralità non è altro che igiene politica. Questa è la teoria collettivistica, tribale, totalitaria della morale. E giustamente Karl Popper giudica duramente il pensiero di Platone. Pensiero che ha avuto tanta influenza sulle ideologie politiche che tante tragedie hanno causato agli esseri umani. Una delle più brillanti esposizioni della posizione di Platone si trova in Limits of State Action di Wilhelm von Humboldt, un’opera del 1792, che però fu pubblicata solo sessanta anni più tardi. Secondo l’autore, lo stato tende a «rendere l’uomo uno strumento per le proprie arbitrarie esigenze, trascurandone i fini individuali»

Nel 1870, un altro autore (Michail Alexandrovič Bakunin) disse: «Prendi il rivoluzionario più radicale e mettilo sul trono di tutte le Russie, conferiscigli poteri dittatoriali e nell’arco di un anno sarà peggiore dello stesso zar. È nella natura delle cose non aspettarsi che, su un alberello trasformato in bastone, spuntino le foglie».
 Ci si chiede spesso: la gente vuole la libertà, con le responsabilità che ne conseguono, o preferisce farsi governare da un padrone benevolo? Gli apologeti dell’attuale distribuzione del potere sostengono coerentemente una delle varie versioni del concetto dello schiavo felice. Più di due secoli fa J. J. Rousseau denunciava politici e intellettuali che usavano sofismi per occultare quella che secondo lui era l’evidente indole connaturata al genere umano, la libertà: «Attribuiscono all’uomo la naturale tendenza alla schiavitù  senza riflettere che per la libertà vale ciò che vale per virtù e innocenza: ne percepiamo il valore finché ne siamo in possesso, e ne smarriamo il gusto non appena le perdiamo». A dimostrazione della sua teoria,

Jean Jacques Rousseau
Jean Jacques Rousseau
Rousseau ricorreva alle meraviglie compiute da tutti i popoli liberi per difendersi dall’oppressione.

«È vero che chi ha abbandonato la vita libera  non fa altro che vantarsi della pace e della quiete che prova mentre è in catene. Ma quando vedo altri sacrificare i piaceri, la quiete, la ricchezza, il potere e la vita stessa per conservare l’unico bene che è tanto disprezzato da chi l’ha perso, quando vedo moltitudini di selvaggi nudi che disprezzano la voluttuosità degli europei, sopportando la fame, il fuoco, la spada e la morte solo per proteggere la loro indipendenza, mi sembra che non spetti agli schiavi ragionare di libertà.» Un commento che possiamo riformulare per adattarlo alla con temporaneità.
Considerazioni analoghe vennero espresse una quarantina di anni dopo da Immanuel Kant, il quale non poteva accettare l’idea secondo cui certe persone «non sono ancora mature per la libertà», per esempio i servi di un padrone terriero: «Se accettiamo questa premessa, non si raggiungerà mai la libertà; non è infatti possibile giungere alla maturità per la libertà senza averla prima acquisita; occorre essere liberi per imparare a servirsi in modo virtuoso delle proprie libere facoltà. I primi tentativi saranno ovviamente grossolani e porteranno a una condizione più penosa e pericolosa della precedente, caratterizzata dal predominio ma anche dalla protezione di un’autorità esterna. È tuttavia possibile giungere alla ragione solo grazie alle proprie esperienze, e per esercitarsi bisogna essere liberi. Accettare il principio secondo cui la libertà è priva di valore per le persone che controlliamo e che abbiamo il diritto di negargliela per sempre significa violare il diritto di Dio, che ha creato l’uomo per renderlo libero.»

kant
Immanuel Kant
La citazione è importante anche per il suo contesto di riferimento. Kant difendeva la Rivoluzione francese nel periodo del Terrore contro coloro i quali ne prendevano a pretesto gli esiti per dimostrare che le masse non erano pronte al privilegio della libertà. Crediamo che questa idea kantiana, debitamente aggiornata, mantenga intatto il suo valore anche oggi. Nessun individuo razionale approva la violenza e il terrorismo, specie quello degli stati post rivoluzionari che, caduti in mano a una feroce autocrazia, hanno raggiunto più di una volta indescrivibili livelli di brutalità. Allo stesso tempo, nessuna persona umana dotata di comprensione può condannare risolutamente le violenze che accadono quando masse a lungo soggiogate si ribellano agli oppressori o compiono i primi passi verso la libertà e la ricostruzione sociale.
Alcuni anni prima, Humboldt aveva formulato un’idea simile a quella di Kant. Anche lui disse che la libertà e la varietà sono condizioni preliminari per l’auto realizzazione: «Nulla favorisce la maturità per la libertà quanto la libertà stessa. Questa verità non verrà forse ammessa da chi si è spesso servito dell’immaturità come scusa per la repressione. Ma, secondo noi, essa deriva indiscutibilmente dalla stessa natura umana. L’impossibilità della libertà può solo emergere da una carenza di forza morale e intellettuale; corroborare tale forza è l’unico modo per compensare la carenza, e questo esercizio presuppone la libertà che risveglia spontaneamente l’attività.» Chi non lo capisce, insisteva Humboldt, «potrebbe essere sospettato di equivocare sulla natura umana e di voler trasformare gli uomini in macchine».

Ai giorni nostri a portarlo al pronto soccorso di un ospedale ateniese è stato un gruppo di giovani. Si occupavano di quel vecchio con una tenerezza che ha commosso il medico di guardia ma lo ha fatto anche arrabbiare: “Vostro nonno è in crisi respiratoria perché ha inalato i gas lacrimogeni della polizia. Non è grave, ma gli anziani,  in questi giorni di violenza, bisogna tenerli in casa!”. I giovani – idioti! – hanno riso, guardandosi fra loro. Più tardi il vecchio è stato dimesso. Il medico lo ha rivisto il giorno dopo in una grande fotografia su un giornale; con i suoi capelli candidi e il corpo appesantito dagli anni, stava in prima fila in un gruppo di manifestanti che si opponevano a una carica di poliziotti. “Anche Manolis in piazza”

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Manolis Glezos bloccato da un poliziotto
spiegava il quotidiano. Manolis Glezos, novant’anni, è uno dei due resistenti greci che, esattamente 71 anni fa, la notte del 30 maggio 1941, scalarono il colle Eretteo per strappare dal Partenone la bandiera nazista inalzatavi dagli invasori tedeschi. Con lui, quella notte, c’era un altro studente, suo coetaneo: Apostolos Santas detto “Lakis”. «Lakis è morto il 30 aprile scorso. Altrimenti – dice Manolis – sarebbe stato in piazza con me contro la dittatura internazionale che ci impone di diventare più poveri o di scomparire.»
Quale bandiera sventola oggi sulla Grecia? Quella di una storia gloriosa e terribile, sanguinosa e luminosa della quale anche noi (la nostra cultura, il concetto di civiltà, di democrazia) siamo figli o quella della legge barbara e regressiva del più forte che schiaccia il debole? Ricordate gli spot televisivi berlusconiani per insegnarci la riconoscenza per chi comprava il superfluo e svendeva il nostro bilancio? La Grecia è un esempio di questa riduzione di sovranità. Mai  l’umanità ha conosciuto nella sua storia una simile offensiva contro la dignità che milioni di cittadini erano riusciti a conquistare negli ultimi due secoli, pagando un altissimo prezzo di sangue. A quella che era stata definita «civiltà del  lavoro», scrive adesso Eduardo Galeano, subentra la «civiltà della paura»: paura di non trovare lavoro, paura di perdere il lavoro trovato, paura che il lavoro diventi sempre più duro, paura che il lavoro venga sempre meno retribuito. Retorica? Un numero crescente di lavoratori torna nei capannoni delle fabbriche emiliane frantumate dal terremoto, anche prima della verifica della loro abitabilità: preferiscono rischiare la morte piuttosto che il salario. E c’è di peggio. La paura si accompagna allo sberleffo con il quale gli “esperti” credono di rendere più incisive le lezioni che impartiscono  ai cittadini. Come dice ancora Galeano, un tempo anche gli uomini della destra convenivano che le grandi  miserie erano figlie di grandi ingiustizie; ma da qualche tempo hanno cominciato a predicare che la povertà è la punizione per le eccessive pretese dei lavoratori: «Avete voluto troppo. Adesso bisogna ridurvi il Welfare!»
 Intanto i ministeri dello Stato italiano costano quasi un miliardo di euro al giorno. Ce lo ricorda il Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza: 779 miliardi di euro. Ma anche, per intenderci, un milione e 508mila miliardi delle vecchie lire. Così fa più effetto. Per dare l’idea della mostruosità della cifra. Che, per quanto difficile anche solo da immaginare, è tutt’altro che irrealistica. È quanto, ogni anno, sborsa lo Stato. La cosiddetta spesa pubblica. Ben 283 miliardi riguardano solamente il funzionamento dei ministeri. Non resta che dire che, forse, era l’ora che si iniziasse a tagliare. Il comitato interministeriale guidato dal Mario Monti, entro fine mese, dovrebbe emanare il decreto con cui saranno espresse le linee guida della spending review. Con ogni probabilità, sarà ufficializzata la previsione di risparmio pari a 5 miliardi entro il 2012, un’inezia, e di 8,5 per l’anno successivo; altre briciole. Poi, si vedrà. Va da sé che, di anno in anno, le falcidie dovranno aumentare. Sì, ma come?
La sacrosanta quanto improrogabile revisione delle spesa, infatti, potrebbe rivelarsi un boomerang. Eugenio Caperchione ci spiega perché: «Al di là dell’ammontare della cifra, che di per sé, effettivamente, è impressionante, occorre capire come viene utilizzata. Se lo Stato spende, ad esempio, per pagare bravi insegnanti, garantendo un’istruzione di qualità e logiche meritocratiche, o per assicurare l’efficienza della sanità,  allora la spesa, seppur elevata, è ragionevole e sostenibile. Il problema è che, in certi casi, le spese delle pubbliche amministrazioni sono tutt’altro che funzionali. È noto a tutti come la spesa pubblica pro capite, rispetto ai Paesi più avanzati, sia decisamente superiore a fronte di servizi peggiori.»
 Ammainata su tutta l’Europa la bandiera di Manolis e di Apostolos? Può darsi, e può darsi che altre ne vengano presto portate nelle botteghe degli antiquari, a cominciare da quella dell’Italia dei professori altezzosi e dei partiti precipitati nel marasma etico in cui agonizza la sedicente Seconda Repubblica. I partiti politici ed i loro collaborazionisti stanno franando sotto il peso di privilegi intollerabili che si sono auto-elargiti. C’è tutto un brulicare di nuovi tentativi aggregativi. Le proposte più disparate ottengono udienza in convegni e consessi della più diversa natura. Nessuno che pensa minimamente ad introdurre il facile e tempestivo utilizzo di quelli strumenti che permetterebbero ai cittadini ‘sovrani’ di diventare essi stessi il governo. Molti parlano di volere territori amministrati come la Svizzera; nessuno, o quasi, che si spende per realizzare gli strumenti attraverso i quali in paese più povero di risorse naturali, è il più ricco di libertà e benessere economico.

Enzo Trentin

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