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Autogoverno della civiltÓ comunale PDF Stampa E-mail
Scritto da E.Trentin   
giovedý, 24 maggio 2012 08:48
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Torre di Babele
Lo scrittore Cesare Pavese diceva: "Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via, un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti."  Partiamo da questa frase per proporre ai nostri fedeli webnauti una serie di considerazioni di donne e uomini che hanno visto o vedono nel federalismo un mezzo per poter governare la nostra Italia con una democrazia più partecipata, meno pertitocratica e più attenta alle esigenze, non sempre le stesse, delle diverse areedel nostro paese. Pavese asserisce che il legame con il proprio paese o città è essenziale per potersi sentire parte di un gruppo e noi crediamo che in effetti riconoscersi come parte di un territorio sia fondamentale a condizione che non lo si consideri come l'ombelico del mondo ma una delle tante cellule che restando sane fanno funzionare bene tutti gli organi di un corpo. Iniziamo con un bell'articolo di Enzo Trentin, veneto, propugnatore convinto del federalismo. Buona lettura. (A.M.C.)

L’istituzione comunale sorge in Italia nell’XI secolo, laddove gruppi di cittadini o di abitanti del contado si danno degli ordinamenti giuridico-politici autonomi, sottratti al controllo della feudalità laica e/o ecclesiastica.

Il Comune è un organismo statale (città-stato) in cui si attuano forme di autogoverno politico: esso ha un ordinamento repubblicano, in quanto la fonte del potere risiede nell’assemblea popolare. L’esercizio dell’autogoverno è collegiale e soggetto a pubblici controlli. All’origine della formazione del Comune sta un atto associativo di natura privata, giurata e volontaria, costituito per tutelare, inizialmente, solo gli interessi e diritti di ciascuno dei singoli associati. Col tempo l’associazione, mirando a estendersi, forzatamente, a tutti gli abitanti della città o borgo, cominciò ad esercitare funzioni pubbliche. Il patto comune e giurato di solito veniva fissato in Charte o Statuti che avevano carattere obbligante per tutti i contraenti e costituivano il fondamento giuridico-politico (costituzionale) del Comune, che stabilivano cioè i limiti entro cui i poteri della sovranità potevano essere esercitati. Questo soprattutto nell’Italia centro-settentrionale, dove l’autorità dell’Impero germanico era più formale che reale. Nell’Italia meridionale (normanna) e nei paesi europei, ove le monarchie erano già abbastanza forti, la rinascita della vita cittadina non portò a forme di autogoverno politico, ma solo a forme di emancipazione economica, di sviluppo amministrativo e di affermazione di taluni diritti civili.

 

È una riflessione che dovrebbero fare i vari movimenti indipendentisti quando perorano questa o quella via alla creazione di un nuovo Stato, ma non prefigurano a priori nessun ordinamento specifico.

 

Nella società feudale il governo signorile trovava la sua fonte nell’atto d’investitura da parte del sovrano: l’autorità si giustificava solo se veniva riconosciuta dall’alto. Viceversa, nella società  comunale l’autorità procede per investitura popolare, in quanto il popolo è chiamato a raccolta in assemblee periodiche. Fino all’XI secolo tali assemblee erano convocate per compiti puramente amministrativi e consultivi dal vescovo-conte o dal signore del contado. Nel Comune invece l’assemblea esercita poteri legislativi, deliberativi, elettivi (elegge i supremi magistrati del potere esecutivo) e controlla l’esercizio dei poteri e l’amministrazione civile. Vi è quindi una sorta di democrazia politica, anche se col termine “popolo” va inteso solo il ceto dei notabili, cioè quei cittadini più in vista nella vita civile e politica, per censo o ruolo sociale: i nobili (magnati), cioè i piccoli feudatari che avevano contribuito a fondare il Comune; il popolo grasso (grande borghesia, industriale o commerciale, organizzata nelle Arti Maggiori), che a poco a poco si sostituirà  ai nobili nel governo della città. Il popolo minuto (media e piccola borghesia, artigiani, organizzati nelle Arti Medie e Minori), insieme alla plebe-operai salariati, aspirava a partecipare al governo della città. Con il tempo, e non ovunque, l’assemblea popolare diviene l’evoluzione del potere esecutivo.

 

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Egemonia nobiliare
In quel lasso di tempo il ‘diritto divino’ fu contestato in primo luogo da Marsilio da Padova (per questo la chiesa lo perseguitò) nel Defensor Pacis, (“difensore della pace”. La sua opera più conosciuta), scritto nel 1324, dove tratta, fra l’altro, dell’origine della legge. Marsilio sostiene che è la volontà dei cittadini che attribuisce al Governo, Pars Principans, il potere di comandare su tutte le altre parti, potere che sempre, e comunque, è un potere delegato, esercitato in nome della volontà popolare. La conseguenza di questo principio era che l’autorità politica non discendeva da Dio o dal papa, ma dal popolo, inteso come sanior et melior pars.

 

Parimenti va considerato Bartolo da Sassoferrato che fu il giurista probabilmente più insigne del medioevo, nato appunto nella cittadina vicina ad Ancona e vissuto nel XIV secolo, professore all’Università  di Pisa ed in Polonia, ma apprezzato enormemente in tutta l’Europa. Egli nel trattare la materia faceva attenzione a evidenziare lo spirito di una legge piuttosto che la formula. Proprio di questo periodo fu il passaggio, soprattutto nella nostra penisola, da un potere tutto sommato “legittimo e scevro da assolutismo” (il Comune) ad un potere decisamente più arbitrario e spesso nemmeno legittimato se non dalla forza delle armi (la Signoria), per Bartolo le tesi del diritto romano dovevano essere quindi utilizzate per contrastare una scelta che sarebbe andata contro “l’elezione popolare” nella questione della successione al trono in favore di quella di derivazione divina che in pratica decretava l’ereditarietà.

 

Se questo può considerarsi il contesto generale, come in ogni dove c’è un modo di vedere il bicchiere mezzo pieno, ed un altro per vederlo mezzo vuoto. I due brani che seguono sono citati da M. Th. Lorcin in: Société et cadre de vie en France, Angleterre et Bourgogne (1050-1250), SEDES, Parigi 1975:

 

Alla fine del secolo XII, Richard Devize, monaco di Winchester, parla così dei londinesi e della loro città: «Questa città  proprio non mi piace. Riunisce persone di ogni specie, che vengono da tutti i paesi possibili; ogni razza vi porta i propri vizi e i propri usi. Nessuno può vivervi senza macchiarsi di qualche delitto. Ogni quartiere sovrabbonda di rivoltanti oscenità [...]. Quanto più un uomo è scellerato, tanta più considerazione gode. Non mescolatevi alla folla degli alberghi [...]. Infiniti vi sono i parassiti. Attori, buffoni, giovanotti effeminati, mori, adulatori, efebi, pederasti, ragazze che cantano e ballano, ciarlatani, ballerine specializzate nella danza del ventre, stregoni, gente dedita all’estorsione, nottambuli, maghi, mimi, mendicanti: ecco il genere di persone che riempiono le case. Così, se non volete frequentare i malfattori, non andate a vivere a Londra. Non dico nulla contro la gente istruita, contro i religiosi o gli ebrei. Tuttavia ritengo che vivendo in mezzo ai furfanti, anche loro siano meno perfetti che in qualunque altro luogo…».

 

Guillaume Fitz Stephen, contemporaneo del monaco Richard, ha un’opinione ben diversa: «di tutte le nobili città del mondo, Londra, trono del regno d’Inghilterra, ha diffuso in tutto l’universo la sua gloria, la sua ricchezza, le sue mercanzie, e leva la testa al sommo. È  benedetta dal cielo; il suo clima salubre, la sua religione, l’ampiezza delle sue fortificazioni, la posizione favorevole, la fama che godono i suoi cittadini, il decoro delle signore, tutto torna a suo vantaggio [...]. Gli abitanti di Londra sono universalmente stimati per la finezza delle maniere e dei costumi e per le delizie della tavola. Le altre città hanno dei cittadini; Londra ha dei baroni. Fra loro un giuramento basta a sedare una lite. Le donne di Londra valgono le Sabine...»

 

Come si diceva più sopra, dipende dall’osservatore, è  in ogni caso la campagna che molto evidentemente ha alimentato l’espansione dei Comuni. È probabile che all’inizio (attorno ad Amiens, Macon, Tolosa, Firenze, ecc.) si dirigessero verso la città uomini agiati che erano attirati dalle sue libertà e dalle sue possibilità  di ascensione sociale. Era ancora questo il caso nel contado fiorentino all’inizio del secolo XIII, secolo in cui le famiglie ricche davano alle altre l’esempio del successo cittadino; minoranza migratoria che si trova dappertutto e sempre.

 

È ugualmente certo che, dal secolo XII in poi, gli agiati erano preceduti, o seguiti, dai fuggiaschi, dai poveri, dagli straccioni che, con l’aiuto dell’espansione, divennero sempre più numerosi; i laboratori cittadini assorbivano l’eccedenza di popolazione dei villaggi, i figli dei contadini parcellari o anche (attorno a Pisa ed anche attorno a Beaucaire e a Saint-Gilles) gli agricoltori rovinati dal mercato urbano e dall’estensione dei pascoli sui terreni che producevano grano. L’area di attrazione urbana, tanto più era estesa quanto più il centro era attivo, tendeva dunque a raggiungere villaggi sempre più lontani, ma che, all’apogeo del mondo abitato, restavano inseriti nella regione. Verso il 1300 Arles resta una città provenzale, Amiens piccarda e Lione franco-provenzale; solo le metropoli commerciali, politiche o universitarie contano un numero importante di forestieri; ma dappertutto l’effettivo dei nuovi arrivati supera largamente quello degli originari del luogo (in certe parrocchie di Pisa, verso il 1260, gli immigrati sono dal 50 al 66 per cento).

 

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stemmi con gigli
Non che le grandi famiglie siano sconosciute in città, o che la coscienza di lignaggio vi sia precocemente venuta meno; il lignaggio domina la vita sociale e politica delle città mediterranee fino al secolo XIV almeno; nei secoli XI e XII ha rafforzato la sua consistenza, ravvivato la sua memoria genealogica, accresciuto il controllo del patrimonio, lottato per trasmettere al primogenito la domus magna e il governo del gruppo. A Firenze, Metz, Reims, Valenciennes, Verdun il potere s’identifica col lignaggio; «la famiglia secerne il potere come il potere secerne la famiglia» (H. Bresc). Minacciati o indeboliti, i lignaggi hanno determinato la creazione delle vaste parentele artificiali riunite sotto un nome totemico.

 

Il rapido rinnovamento dei gruppi dirigenti – ogni pochi mesi o una volta l’anno – la collegialità sistematica, dunque la larga ridistribuzione dei poteri che portano con sé, offrono a una maggioranza di confratelli l’occasione di adempiere a una funzione di sentirsi responsabile. In breve, il cittadino che fa parte di una confraternita è, nel suo gruppo, un cittadino o può diventarlo.

 

La storia delle città occidentali è intessuta di episodi di violenza, di spaventi o di rivoluzioni che hanno come posta l’onore familiare, la partecipazione ai consigli o le condizioni di lavoro. In altre parole, molti cittadini, anche se vissero lunghi e difficili periodi di tensione, sfuggirono agli orrori della sommossa e della repressione, ma tutti dovettero affrontare quasi quotidianamente un’atmosfera di violenza.

 

In altre parole, nella città socialmente gerarchizzata, l’individuo è tratto parecchie volte nella sua vita a giurarsi amicizia con uguali o con persone che pretendono di esserlo. Anche se le gerarchie non tardano a ricomparire, la dinamica sociale riunisce periodicamente dei volontari che temporaneamente credono all’uguaglianza. È questa la ragione per cui le sommosse cittadine non furono sempre dei semplici turbamenti, tutt’altro; prima di ritrovare le gioie della comunità  primitiva, dell’età dell’oro, o del Millennio, molti (come il Comune di Damme nel 1280 i Ciompi di Siena o Firenze negli anni 1370, ecc.) desiderano far tappa in una città reale più giusta. Ma è soprattutto la ragione per cui, in definitiva, le sommosse furono tanto rare. Le reti di socievolezza cittadina integravano l’individuo a un tempo in un territorio, in catene di solidarietà tra persone che uguali non erano, e in accordi tra uguali; questi legami mascheravano le contraddizioni primordiali, temperavano gli urti, contenevano le spinte impetuose, elaboravano o difendevano infine una quantità  di valori e di maniere di vivere, in breve, una cultura che tendeva a diventare comune al medio e al basso ceto. Grazie soprattutto alle loro confraternite i cittadini impararono a viver bene prima di morir bene.

 

Sono, per esempio, i vicini che, fino al secolo XIV, prendono in consegna il corpo del defunto col compito di accompagnarlo al cimitero parrocchiale. La documentazione permette di rado un’esatta misura dei diversi legami sociali intessuti all’interno del quartiere o della parrocchia; ma sembra che fossero sempre eccezionalmente densi. A Lione i battellieri e i salariati del quartiere Saint-Vincent sposavano (poco dopo il 1500) quattro volte su cinque delle ragazze della parrocchia. A Firenze, nel secolo XV, la maggior parte dei matrimoni si concludeva nell’ambito del «gonfalone» e anche uomini spinti a «uscire» dal quartiere dal livello della loro situazione economica e dalle ambizioni politiche sceglievano i padrini dei loro figli fra i loro vicini ed amici. La sepoltura parrocchiale infine ha di gran lunga il sopravvento, soprattutto fra la gente del popolo, sul fascino dei cimiteri degli Ordini mendicanti e nessuno dimentica la fabbriceria nelle sue ultime volontà (J. Chiffoleau, B. Chevalier).

 

La popolazione, in quanto massa, appare formata di cellule ristrette, di nuclei familiari di tenue densità; la famiglia cittadina è  più ridotta della famiglia rurale; la sua stessa struttura la rende fragile, almeno negli strati medi ed inferiori. Rari sono i padri che possono maritare le figlie all’età della pubertà, fra i 12 e i 15 anni; l’età media si innalza a 16/18 (Firenze, Siena 1450), 20/21 (Digione 1450) e, agli allarmi di san Bernardino da Siena (secondo lui ci sarebbero state, a Milano, nel 1425: 20.000 ragazze da maritare) rispondono quelli del consoli di Rodez nel 1450 (60 ragazze di oltre i 20 anni ancora nubili per povertà su 265 famiglie). Sappiamo anche che gli uomini si sposavano tardissimo: a più di 30 anni in Toscana, verso i 25 a Tours e Digione, in un tempo in cui il livello di vita e le speranze di promozione sociale rendevano la sistemazione più facile che non uno o due secoli prima [...], Il matrimonio, in città come in paese, è dunque una «vittoria sociale». (P. Toubert) che costa cara, al termine di una prolungata giovinezza. Questo ritardo nel matrimonio preoccupava i notabili che ci vedevano il germe di peccati innominabili e che affettavano di ignorare che era il solo mezzo per gli umili di non essere sommersi nella miseria. Quest’aspetto strutturale delle famiglie cittadine, già sensibile a Genova nel secolo XII (gli artigiani si sposano quando i genitori sono morti), ne porta con sé un altro: la frequente rottura tra coniugi; la durata media di un’unione, a Venezia, tra il 1350 e il 1400, presso i non nobili è di soli dodici anni (di sedici presso i nobili). Età matura e rotture: insieme alla fecondità decrescente delle donne, alla mortalità infantile che colpisce più duramente i poveri, all’aborto frequente (praticamente lecito a Digione fino a tre mesi) e alle pratiche contraccettive senza dubbio sviluppate nelle città italiane (ma ignorate o rarissime nelle città francesi) spiegano lo scarso numero dei figli; mentre la differenza d’età  fra marito e moglie fa della vedova una figura molto più familiare che in campagna.

 

Ma il matrimonio, molto spesso, fra gli artigiani modesti o gli operai è frutto di una scelta personale; questo per assenza di un patrimonio o di un’autorità paterna. La famiglia cittadina appare così  più duttile, più fragile, e anche meno duratura della famiglia contadina. Anche le ‘fraterne’, più rare che nei villaggi e per la maggior parte stipulate temporaneamente, sono facilmente disciolte per volontà di uno del contraenti. La ricomposizione del lignaggio, così netta nella campagna, va in frantumi davanti alle mura e la famiglia artificiale è, nelle classi inferiori, contrattuale e di breve durata.

 

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supplizio per i bestemmiatori
Le «meretrici» erano state in un primo tempo sottomesse all’arbitrio e la fornicazione era stata considerata una colpa fondamentale. Nei fabliaux alla ragazza di facili costumi non si riconosceva il diritto di fondare una famiglia (M. T. Lorcin); nei secoli XIII e XIV i bordelli restavano ancora chiusi di notte, durante tutta la quaresima, e le città che gestivano la prostituzione pubblica erano rare. Dopo il 1350 le restrizioni si attenuarono, il marchio sul vestito si fece discreto, o addirittura sparì, i poteri municipali istituzionalizzarono la prostituzione. Attorno al 1400 a Venezia, a Firenze, un po’ dopo nelle città francesi, le autorità ne facevano un elemento del complesso dei valori civici, uno strumento di salute pubblica. E questo d’accordo coi curati.

Dopo la metà del secolo XIII, in effetti, i più lucidi dei teologi avevano considerevolmente attenuato la gravità della fornicazione semplice e, dopo il 1300, gli autori di trattati o di manuali di confessori sembrano situarla in qualche modo ai confini del peccato veniale. I chierici, nell’atto stesso di porsi dei problemi sulla validità  del guadagno, sulla qualità del lavoro, dunque sulla tariffa delle meretrici, introducevano un elemento di misura e di razionalità  nell’amore venale. Alla svolta dei secoli XIV e XV le idee più  novatrici ebbero ragione dell’ortodossia dominante: i moralisti insegnavano che la carnalità era naturale, che andava vissuta nel matrimonio, ma, dato che raccomandavano un matrimonio ritardato, frutto di matura riflessione e del consiglio dei parenti, dato che denunciavano con accresciuta vivacità i peccati contro natura, in definitiva permettevano ai celibi di fornicare con le meretrici a condizione che cambiassero strada all’età del matrimonio.

Non c’è affatto da stupirsi dunque se san Bernardino da Siena non dice una parola dei bordelli senesi o fiorentini aperti o ingranditi di recente; se Frère Richard a Parigi non parla affatto della prostituzione; se i giovani, soli o in gruppo, vanno dietro i loro abati, con scoppi di gioia, nella Bonne carrière… i padri davano ai figli il danaro per le ragazze e per il vino.

Da questa rapida e per certi versi superficiale carrellata, si scopre che le persone nate fra il Mille e il Millequattrocento: la donna (mulier), il cavaliere (miles), il cittadino (urbanus), il mercante (mercator), il povero (pauper): non avrebbero inteso il significato della parola «intellettuale» (intellectualis) attribuita all’uomo istruito, ma vivevano in una realtà non molto dissimile dalla nostra, e per certi versi godevano di maggiori libertà che non noi cosiddetti democratici.

Qualcosa ci unisce e qualcosa ci divide dall’uomo medievale. Quello che dovrebbe contraddistinguerci non è tanto la consapevolezza di non poter arrivare alla verità, ma solo alla sua ombra, alla verosimiglianza, poiché in tutte le cose che esponiamo non dovremmo pretendere di definire la verità ma soltanto la nostra opinione.

 Enzo Trentin

 Riferimenti Bibliografici

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    Cohn, Samuel KIine, The Laboring Classes in Renaissance Florence, New York-Londra 1980.
    Histoire de la famille, diretta da A. Burguière, Chr. Klapisch-Zuber, M. Segalen, Fr. Zonabend, Parigi 1986.
    Histoire de la France urbaine, diretta da G. Duby, t. II, La ville médiévale des Carolingiens à la Renaissance, a cura di J. Le Goff, Parigi 1980.
    J. Le Goff, L’Uomo medievale Parigi 1987.
    Histoire de la vie privée, diretta da Ph. Ariès e G. Duby, t. II, De l’Europe féodal à la Renaissance, diretta da G. Duby, Parigi 1985 (trad. it., La vita privata, vol. II, Dal feudalesimo al Rinascimento, Roma-Bari 1987).
    Le Goff, J., Pour un autre Moyen age, Parigi 1977; L’imaginaire médiéval, Parigi 1985; La bourse et la vie. Économie et religion au Moyen age, Parigi 1986 (trad. it., La borsa e la vita, Roma-Bari 1987).
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    Jacques Rossiaud, Il cittadino e la nuova città. 1987
    Muir, Edward, Civic Ritual in Renaissance Venice, Princeton (N. J.) 1981.
    Rossiaud, J., La prostituzione nel Medioevo, Roma-Bari 1984.
    Trexler, Richard C., Public Life in Renaissance Florence, New York 1982.
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