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Ionio divino, nel mito di "IO" PDF Stampa E-mail
Scritto da P.Caracciolo   
venerdì, 24 febbraio 2012 20:44
Image«Homme libre, toujours tu chériras la mer !» («Il mare, se sei libero, ti sarà sempre caro!»). È il primo verso di L’Homme et la Mer (L’Uomo e il Mare), uno dei più celebri componimenti poetici di Baudelaire. Chi pensa al mare nei mesi invernali? I marinai, i viaggiatori, i sognatori. Osservandolo appare sempre solo, di quella solitudine di chi basta a se stesso, di chi esiste prima dell’esistenza, di chi non ha né casa né padrone perché è insieme sia dimora che signore. «Il mare è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare» è scritto ne I Malavoglia di Giovanni Verga, romanzo che odora di salsedine e miseria. Del mare Ionio. Le sue acque risalgono dalla Sicilia le coste della Calabria. È lì da sempre, realizzazione del mito sempiterno giunto agli umani. Ma perché Ionio?   (cliccare sull'immagine per ingrandirla)

La risposta è da ricercare nel mondo popolato dagli dei: Io, figlia di Inaco, re d’Argo, sacerdotessa del santuario di Era presso questa stessa città, in Grecia; è la protagonista della prima avventura amorosa di Zeus, temibile padre di tutti gli dei travolto dalla passione per la giovane Io incredibilmente somigliante a Era, sua sorella e sposa. Zeus tramutò Io in una bianca giovenca per proteggerla dalla gelosia di Era, ma questa astutamente, dopo averne tessuto le lodi, si fece regalare il bell’animale e l’affidò in custodia ad Argo, mostro dai cento occhi. Il messaggero degli dei, Ermes, per incarico di Zeus, uccise Argo dopo averlo fatto sprofondare nel sonno con un incantesimo; allora Era inviò un tafano a tormentare la giovenca che, tentando di liberarsene, fuggì disperatamente. Io iniziò così l’interminabile vagabondaggio per il mare. Lo Ionio.

Che i miti siano esistiti o meno è un dato di importanza irrilevante. Essi rappresentano l’intima struttura degli uomini, creature pervase, nonostante tutto, da un’inevitabile aura pagana. Il mare è quanto di più mitico possa esserci nel nostro mondo, possiede il fascino del sublime, il terrore attraente che sprigiona l’inarrivabile. Il più bel libro sul mare che sia mai stato scritto è l’Odissea e Odisseo non è forse l’Uomo? Il mare e l’uomo sono profondamente legati dalla reciproca mutevolezza, dal comune ignoto che gli è proprio, dalla caratteristica di essere sostanzialmente soli contro tutti e con tutti. L’entrare in contatto con il mare implica la presenza del noumen, del divino, qualcosa che può essere percepita o meno. Ogni qualvolta si avverte una sorta di accrescimento delle intensità si è di fronte a una via d’accesso, al noumen. L’accesso al divino, al mito non riguarda pochi privilegiati, non gli scrittori o i pensatori; è un bene universale dell’umanità. La religione che sopravvive scrisse anche nelle anime più squallide e meschine, dentro di loro possono scoprire che hanno il germe di una favola. È un concetto espresso da Cesare Pavese, autore che si occupò molto di miti.

Paola Caracciolo

[Nella foto un’opera del pittore Pieter Lastman,  Era scopre Zeus con Io (1618),  National Gallery, Londra (Inghilterra)] 

 

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Sibari: Mare Ionio d'inverno

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