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Incontri PDF Stampa E-mail
Scritto da L.Niger   
sabato, 13 agosto 2011 11:10
ImageGli incontri (credo anche quelli virtuali) con amici e conoscenti seguono solitamente un rituale codificato. Dopo il saluto iniziale corredato da una stretta di mano meccanica o da un bacio senza emozione e da un sorriso, tra il gioioso e l’amaro, quasi una smorfia di sorriso, e i soliti convenevoli e le domande, che non attendono risposte, abbondano le espressioni tipiche legate al proprio vissuto: sono stanco, avvilito, demotivato; sono tentato dalla rassegnazione e dalla resa; il tempo non mi basta mai;mi sento impotente e fallito; sono angosciato per la mia malattia e/o per quella dei miei familiari e così via. Un quaderno di doglianze e di disperazioni, che ieri, per lo più caratterizzavano e continuano a caratterizzare i miei colloqui clinici, e oggi, invece, dilagano nei rapidi e fuggevoli contatti quotidiani, non risparmiando luoghi e persone, anche nei cosiddetti non luoghi.

Cosa succede in tanti individui, al di là della finta allegria e della tranquilla banalità diffuse colpevolmente dai mezzi di comunicazione, quasi sempre controllati da un potere corrotto e pervasivo, che sorveglia e punisce dalla nascita alla morte? La domanda richiederebbe una risposta articolata e complessa, nonché lunga e, forse, anche noiosa, considerati i nostri avari tempi di solitudine e di riflessione. Mi limito, perciò e per il momento, a sottolineare solo tre comportamenti ricorrenti, con qualche breve considerazione, legati alla frenesia, alla confusione e alla tristezza. Ovviamente, tali comportamenti risultano oggi più marcati e più frequenti per una serie di ragioni, tra le quali vanno certamente segnalate la grave e dolosa crisi economica che stiamo vivendo, che si ripercuote, come sempre, sui poveri e sui deboli, azzerando umanità e diritti, il declino dell’etica pubblica, il degrado culturale, lo sfacelo della politica, lo smarrimento della famiglia,l’agonia delle speranze giovanili,  l’individualismo esasperato e l’incarognimento generale. L’Altro è sempre più lontano e più vicino nella misura in cui può essere utile, funzionale ai propri scopi, spesso inconfessabili e indicibili, coperti da ideali e da valori, che puntualmente vengono traditi e contraddetti. Tutte ragioni che indubbiamente non spiegano in modo esaustivo i comportamenti frenetici, confusi e tristi,  ma ,tuttavia, rappresentano indicatori e, nello stesso tempo, terreno di coltura di un malessere sempre più insopportabile, quasi al limite della famosa ragionevolezza. Ho l’impressione che tutti, o quasi tutti, nel corso della giornata corriamo, abbiamo fretta, ci spostiamo in modo agitato, a piedi o in macchina, non tolleriamo ostacoli, intoppi, ritardi, imprevisti. Come se fossimo convinti, che un minuto o istante possa essere quello decisivo per la nostra vita, nel senso di occasioni da cogliere, di pagine da girare e, quindi, occorre arrivare prima ,battere gli altri sul tempo, tagliare il traguardo(?) da vincitori. E, non poche volte, a vincere sono le patologie organiche e mentali e incidenti vari. La frenesia, sia come lusso sia come necessità, rappresenta un danno soggettivo e interpersonale, ci debilita e ci fa solo sfiorare gli altri, che guardiamo e non vediamo. Anche perché, oltre alla necessaria lentezza, che, talvolta, ci fa cogliere significati che non vediamo, ci mancano la lucidità, una percezione chiara delle cose e degli eventi, un’informazione corretta, indispensabili per poter discernere, valutare e decidere. Viviamo un’epoca in cui vero e falso, finzione e realtà, lecito e illecito sono così frammisti e confusi da rendere problematica qualsiasi valutazione o ipotesi interpretativa attendibile. La manipolazione continua del dato o dell’inventato e la trasmissione fluviale di messaggi contrastanti generano confusione e, in non pochi casi, sconforto e rinuncia a prendere una posizione, per quanto prudente e critica. In un simile contesto il ripiegamento, l’isolamento, lo scoramento scavano dentro ciascuno un abisso di inquietudine e di ansietà, che, non pochi, cercano di placare creandosi dipendenze con conseguenti comportamenti distruttivi. Da qui la tristezza, che di per sé non rappresenta un vissuto negativo nel momento in cui si nutre di vitalità e di finezza e ci allontana quindi dalla vacuità e dallo sperdimento. Nel vivere il dolore, la malattia, la vecchiaia, la morte, il tempo che fugge, che connotano la nostra condizione di esseri finiti, non si può non essere tristi, ma da qui alla depressione, alla rinuncia alla lotta, a fare della tristezza un comportamento abituale il passo è breve e pericoloso.

Mentre scrivo un forte vento agita le foglie e i rami degli alberi e il  loro rumore mi fa da sottofondo, in lontananza un incendio, probabilmente doloso, distrugge altri alberi,  e un gallo continua a cantare, ma  c’è  il sole e la notte sarà ancora lunga.

Luigi  NIGER  

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