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Vogghiu fari u Carbineri PDF Stampa E-mail
Scritto da T.Cavallaro   
gioved́, 09 giugno 2011 08:22
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Ciccio Cavallaro
All’alba del 9 giugno di venticinque anni fa, si spegneva nel suo letto Ciccio Cavallaro, mio padre. Da allora in questo giorno mi sveglio sempre prestissimo e mi ritornano in mente i concitati e dolorosi momenti che seguirono subito dopo la sua dipartita. Poi i ricordi si accavallano e riaffiorano altri fatti, avvenimenti dell’infanzia, della gioventù, gli anni trascorsi sotto il suo sguardo severo ma amorevole, guida forte e sicura. La sera prima aveva ricevuto la S.Comunione dalle mani di don Peppino De Cicco, che visitava quasi tutte le sere i suoi parrocchiani ammalati, così era spirato sereno, forse quasi senza accorgersene. Stamane mi è tornato in mente quel che ci raccontava della sua infanzia di povero pastorello nell’arida terra della locride dov’era nato e cresciuto, non ne parlava spesso, ma un giorno, dopo mie reiterate insistenze, mi parlo' dell'avvenimento che l’aveva fatto decidere di “fare il carabiniere”. La breve storia che trovate nella seconda parte è avvenuta in un’estate del 1916, aveva solo 7 anni, l’Italia combatteva ancora la Grande Guerra e tutto il paese soffriva enormi disagi, ancora più accentuati nella nostra povera e dimenticata regione. Ringrazio tutti gli amici che si ricordano ancora di don Ciccio Cavallaro (il don era solo un segno di stima e affetto) e che mi onorano della loro amicizia.

 

 

 

 

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Ciccio giovane carabiniere
Locride 1916
I due bambini, seduti su due montarozzi di creta in fondo ad un valloncello all’ombra di un ulivo rinsecchito, guardavano le loro capre che cercavano con pazienza i radi fili d’erba in mezzo alla pietraia riarsa dal sole. Era quasi mezzogiorno, lo capivano dal sole a perpendicolo sulle loro teste, sentivano la fame che cominciava ad azzannar loro le viscere, ognuno aveva nel fazzoletto un pezzo di pane duro e una piccola zucca piena d’acqua. ‘u ‘Ntoniceddu aveva in tasca anche una crosta di formaggio, ma non aveva nessuna intenzione di dividerla con il compagno, ‘u Cicciareddu, e perciò aspettava il momento propizio per poterla mangiare di nascosto per non suscitare l’invidia dell’amico.
“mi faci fami,mangiamu?” disse Ciccio, che aveva solo sette anni, e ‘Ntoni, di qualche anno più grande, per levarselo di torno: “Sai che ti dico, perché non arrivi al fondo di massaru Filippo, che ha un bell’albero di fico, ne raccogli un pò che ce li mangiamo col pane? Io intanto sto attento anche alle tue capre.”
Ciccio aveva già adocchiato i bei fichi neri e grossi che pendevano dai rami della “ficara” di massaro Filippo, ma aveva una paura matta di essere scoperto da quest’ultimo; l’ultima volta c’aveva provato ‘Ntoni ed era stato scoperto e picchiato più volte con una verga d’ulivo; i segni gli erano rimasti sulle gambe per più di due settimane; se fosse capitato a lui, ma’ gli avrebbe dato il resto una volta a casa, lei glielo ripeteva sempre: “Senza mangiari e senza ‘mbiviri, m’ arrubbari mai”.
‘Ntoni però diventava più insistente e cercava di convincerlo ricordandogli che loro avevano visto da lontano massaro Filippo allontanarsi verso il paese con il suo cane, e che quindi non sarebbe tornato almeno da lì a due ore; e continuava poi a magnificare la squisitezza di quei fichi succosi e dolci.
Ciccio resistette, resistette, poi si lasciò convincere soprattutto per aver visto anche lui massaro Filippo allontanarsi.
Cominciò a muoversi accquattato fra gli arbusti in direzione del muretto di pietre a secco di là dal quale si ergeva maestoso il gigantesco fico. Fattosi sotto si arrampicò agilmente sul muro e d’un balzo fu dall’altra parte, salì facilmente sull’albero e cominciò con ingordigia a mangiare il primo fico che riuscì a cogliere mentre l’amico di là dal muretto lo incitava a raccogliere più frutti possibili.
Ciccio si riempì la camicina, piena di rammendi ma pulita badando di non sporcarla col latte di fico, e cominciò la risalita del muretto tenendo con una mano i lembi della camicia con il prezioso bottino e cercando di aiutarsi con l’altra nell’arrampicata che ora diventava difficoltosa, mentre ‘Ntoniceddu gli gridava di fare presto.
Il bambino era quasi giunto in cima al muro quando da dietro la casupola in cima al sentiero vide spuntare due carabinieri a cavallo che avendoli visti si avvicinarono al trotto verso di loro.
‘Ntoni se la filò a gambe levate e buttatosi in un fosso cercò di nascondersi, il povero Ciccio nella fretta di scendere dal muro per correre a nascondersi a sua volta, non mollando, però, i lembi della camicina, cadde a pancia in giù nella polvere, fu raggiunto da uno dei due carabinieri che sceso da cavallo capì quello che il bambino stava facendo, lo prese da un braccio lo aiutò a sollevarsi senza profferire parola.
‘U Cicciareddu tremava come una foglia mentre una paura pazzesca si impossessava della sua anima, aveva sentito dire in paese che i carabinieri picchiavano i ladri con dei grossi nerbi di bue prima di metterli in gattabuia, lui era sempre andato a nascondersi ogni volta che passavano vicino a casa sua per paura che potessero incolparlo di qualcosa, il cuoricino batteva così forte che lo avrebbero sentito da lontano, chiuse gli occhi riparandosi il volto con la mano aspettando la temuta punizione.
Stranamente non succedeva nulla, il carabiniere gli parlò benevolmente, così almeno gli parve, perché non riuscì a capire un’acca o quasi di quello che gli diceva, poi aprì gli occhi e vide che quell’uomo baffuto sorrideva lievemente mentre gli porgeva uno dei fichi rimasti illesi dopo la caduta: “Mangia puteo, che devi aver una gran fame, per questa volta non ti porto in guardina, ma stai attento che la roba rubata fa sempre una brutta fine, vedi i fichi che hai preso? Sono quasi tutti spiaccicati, hai arrecato un danno e non ne hai tratto profitto.”
Ciccio tranquillizzato un pò, cercava di scappare, ma il carabiniere lo fermò e cavata di tasca una monetina, gliela porse dicendo con quella parlata strana: “Tieni se hai fame quando torni in paese comprati un tocco di pane”. Ciccio raramente aveva posseduto del denaro, qualche volta era stato mandato dalla mamma a prendere qualcosa alla bottega di Catuzza, ma mai con i soldi, poi pensava la mamma a pagare quando riusciva a raggranellare poche monete lavorando a giornata per i campi.
Prese la moneta, erano due soldi, bastavano per comprare un pane intero, ma lui non lo sapeva, e voltandosi di scatto fuggì via.
Dietro di se sentiva le risate dei due carabinieri mentre si allontanavano lungo il sentiero. Ristette nascosto dietro un arbusto di ginestra finché non scomparvero alla vista. ‘Ntoni intanto era scappato lontano e non rispose ai richiami dell’amico.
Fu la prima volta che aveva parlato con uno di quegli sbirri, come li chiamavano in paese, e non gli erano sembrati così terribili come glieli avevano descritti. Tutto contento per lo scampato pericolo, ma soprattutto per la moneta che stringeva nella manina si mise a saltare fra le pietre e i fossi per radunare il suo piccolo gregge e tornare a casa, voleva raccontare a ma’ quello che gli era successo, in cuor suo promise che avrebbe fatto di tutto per diventare anch’egli un Carabiniere.

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