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La politica dell'antistato PDF Stampa E-mail
Scritto da N. Urbinati   
venerdý, 03 settembre 2010 16:37
Urbinati
Nadia Urbinati
È arduo farsi un´idea precisa della portata della trasformazione politica prodotta dai governi Berlusconi. Ma è urgente cominciare a fare un rendiconto per poter agire con prudente speditezza e capire che cosa fare. Partiamo dalle accuse mosse dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, al premier nel momento del suo congedo burrascoso dal Pdl. La prima accusa è di trattare gli affari di stato come affari di partito e gli affari di partito come affari suoi; la seconda accusa è di far passare l´impunitá per garantismo. La logica patrimonialista viene denunciata da anni; ora è confermata dal suo piú autorevole testimone. Queste le componenti inanellate: lo Stato è il partito e il partito è l´azienda del premier; di qui nasce la politica dell´illegalitá, che non è dunque una semplice questione morale. Tutto si lega nella logica privatistica che è, questo è il punto, una logica dell´anti-Stato.

Questo governo non lascerá solo macerie, dunque. Lascerá qualcosa di nuovo, forse il lascito piú tremendo e anche quello che occorrerá subito demolire, senza second thought. Il monito di qualche giorno fa del presidente della Repubblica a mettere in moto gli «anticorpi» interni alla nostra democrazia è un autorevole punto fermo dal quale partire. È urgente smontare il metodo di governo messo in piedi in questi anni, ovvero l´identificazione della decisione con l´emergenza, dell´informazione con la propaganda, della giustizia con la persecuzione, della legge con i lacci alla libertá, della pratica dell´illecito con la favola della «poche mele marce». A questo metodo corrisponde il teorema, sintetizzato dal presidente della Camera, della illegalitá sistemica, composta e ridimensionata ad arte come questione morale. Ma dietro il linguaggio bonario delle «poche mele marce» che il premier e i suoi Tg dispensano per noi popolo dell´ascolto passivo, si nasconde una vasta e organica trama di governo sotterraneo degli affari, delle amicizie, dei privilegi; una trama che ha la natura di una politica dell´anti-Stato, volta a cambiare il carattere del potere pubblico e delle relazioni tra Stato e cittadini.

Chiamandolo anti-Stato riconosciamo che questo partito-governo-azienda ha e ha avuto una filosofia, un progetto preciso, a suo modo sovversivo e radicale. In una lettera a Repubblica del 5 luglio scorso, il Ministro Bondi, spiegando la tempra innovativa del suo leader, affermava che la «solitudine» del premier rispetto, non all´opinione pubblica, ma «al mondo politico, istituzionale e culturale», al mondo delle «alte magistrature istituzionali» era causato proprio dal fatto che il premier è «totalmente avulso» dalla logica dello Stato di diritto, dal «potere di veto derivante da una architettura istituzionale» e «dalla sedimentazione di norme burocratiche». Questa analisi è illuminante e da prendere sul serio. Il presidente del Consiglio è un «uomo nuovo», e per questo ammirato da chi ha sempre sentito le istituzioni come un impaccio alla libertà, invece che come canali di coordinamento delle azioni collettive per rendere la libertà individuale sicura perché non alternativa alla libertà altrui.
ImageQuesta è una rottura radicale con lo Stato moderno; e una ferita che peserà sulla nostra democrazia, nonostante i suoi provati anticorpi. Peserà, perché l´ammirazione per il guasconismo del neofita non è per nulla un fatto isolato, ma una componente della nostra tradizione politica nazionale. Che il Premier sia visto come un modello di modernità a paragone dei funzionari pubblici (le «alte magistrature istituzionali») è segno di una filosofia radicalmente sovversiva della modernità: un´esaltazione della rivolta del dominium (potere della forza, economica e privata) contro l´imperium (potere del pubblico). Un nuovo ancien régime nell´età del mercato, una rivincita dell´oikos contro la polis, della «fatticità» della forza degli interessi contro la «nomatività» delle relazioni pubbliche, del fastidio quasi a veder trattare «me» e «te» come uguali nonostante il «mio» potere sia tanto più grande del «tuo», della repulsione verso l´eguaglianza di rispetto. Alcuni «rivoluzionari» di quarant´anni fa sono rimasti irretiti e stregati da questo «uomo nuovo» perché hanno visto in lui la personificazione della loro convinzione che l´idea della legge imparziale sia ideologia da parrucconi, fatta per nascondere il «vero» potere, quello che opera nella società, che agisce senza orpelli e senza ipocrita imparzialità.
Perché onorare le istituzioni se sono solo una formalità e un espediente ideologico? Perché non ammirare il potere nella sua diretta espressione? La lettura della «solitudine» di Berlusconi rispetto al mondo dello Stato rivela questa antica attrazione per il «realismo» contro la norma, il disprezzo per chi crede nel diritto e non sa ammirare il potere «reale», un potere capace di rimescolare il pubblico e il privato gettando alle ortiche la stantia e ipocrita arte liberale della limitazione e della separazione. L´illiberalità, denunciata anche da Fini, è la logica che presiede un´idea di libertà come potenza.
La pratica del rimescolamento di pubblico e privato che il Premier e i suoi amici e ammiratori hanno inaugurato in questi anni è un macigno che pesa e peserà ancora sulla nostra vita pubblica. Smantellare questa politica anti-istituzionale radicale è il compito più urgente, un compito il cui successo dipenderà da almeno due fattori: che l´opinione pubblica e l´informazione facciano il loro lavoro di svelamento e critica, che non accettino più di essere strumenti di nascondimento della verità per tenere i cittadini spettatori passivi e adoranti; che l´illegalità venga chiamata col suo nome e perseguita con sistematica determinazione affinché il governo degli affari sia smantellato e la sua filosofia si mostri per quello che è, una ideologia del potere illimitato.

 

Il nostro paese è forse l’ unico tra quelli democratici ad avere più di un governo senza saperlo. Almeno tre governi. Da quello che è uscito dalle urne due anni e mezzo fa ne sono nati per gemmazione altri due, quelli che di fatto dominano all’ ombra della legittimità elettoralee del controllo dell’ opinione. Vediamo di capire la natura di questi due governi i quali, per ragioni diverse, sfuggono al giudizio pubblico e sono in flagrante violazione della legge e delle regole democratiche. C’ è innanzi tutto un governo sotterraneo, quello invisibile degli affari illeciti, una catena di relazioni tra alcuni imprenditori, faccendieri, politici e uomini del crimine organizzato della quale noi cittadini intuiamo l’ esistenza e la gravità perché scampoli di racconti ci giungono dalla carta stampata e dalle intercettazioni (due strumenti di ricerca della verità prevedibilmente scomodi). Con una sistematicità di relazioni di corruttela consolidate in questi anni, pezzi del nostro territorio, della nostra ricchezza nazionale, dell’ economia, della società, delle istituzioni stanno per essere occupati e dominati da questo governo sotterraneo e privato della P3. Paradossalmente, questa articolazione di potere sporco e molto radicato pare essere l’ unico ‘ governo’ nazionale: non conosce né rivendica il federalismo, non fa discriminazione fra Norde Sud, edifica un ordine parallelo alla legge e al mercato “pulito” dovunque sia possibile, tiene insieme un’ alleanza di affamati di privilegio e denaro con la speranza dell’ impunità, tutti fattori che compongono una colla molto resistente, quasi più di quella del civismo che dovrebbe reggere le istituzioni, guidarei comportamenti dei pubblici ufficiali e ispirare le forze politiche. Lo Stato italiano sembra essere usato come un involucro per coprire un sistema di relazioni che ha i caratteri dell’ anti-Stato. Invece di essere la sede che consente il “governo pubblico in pubblico”, lo Stato è usato da queste forze occulte per creare un governo segreto di potentati privati. La tensione tra la magistratura e i giornali e la maggioranza politica è da leggersi come parte di una lotta durissima nel tentativo di soggiogare tutti i poteri istituzionali e di addomesticare l’ opinione pubblica. Un segno di questa competizione tra lo Stato della legge e il governo dell’ anti-Stato è rintracciabile proprio nell’ argomento garantista usato dai politici corrotti per cercare di restare al loro posto: “Non mi dimetto fino a quando non c’ è una sentenza del tribunale” è una dichiarazione che denota tra le altre cose un fatto gravissimo: la decadenza, il disprezzo quasi, della rappresentanza politica, la quale non si sorregge sulla prova provata dei tribunali, ma sulla fiducia che dovrebbe legare con vincolo libero eletti ed elettori. Perché, evidentemente, l’ accusa non ancora provata è comunque un macigno che si frappone fra i cittadini e i rappresentanti. E se l’ ombra di sospetto da sola non è sufficientea consigliare le dimissioni, ciò significa che la sfiducia, o il timore di perdere la fiducia dei propri elettori, non funziona più come deterrente; significa anzi cheè irrilevante quello che pensano i cittadini di chi li rappresenta, che la loro opinione non determina, non controlla, non influenza più chi opera nelle istituzioni. Significa infine che l’ elezione serve non a istituire la rappresentanza ma a creare commessi di affari e clientele. Questo è uno degli effetti più micidiali che il governo sotterraneo ha sulle istituzioni democratiche, le quali sono usate per coprire ciò che né la legge né i cittadini devono vedere, per fare l’ opposto di ciò che le istituzioni politiche devono fare. Entra a questo punto in gioco l’ altro attore del nascondimento. L’ altro dei due governi che operano nel nostro paese è quello fittizio dei media. Se il governo degli affari privatiè invisibile perché segreto, questo governo dell’ immaginario mediatico è una costruzione per il pubblico, pensata e messa in scena per un destinatario che deve essere e restare passivo, un’ audience priva di argomenti che servano a formulare giudizi valutativi; un pubblico che è anzi fabbricato dal sistema mediatico e da chi dovrebbe essere oggetto di monitoraggio affinché non veda, non si renda conto, non sappia che dietro all’ immagine propagandata o non c’ è nulla o c’ è ciò che non si deve vedere. Il governo creato dai media è astratto, irreale: uno spettacolo che va in onda tutti i giorni, alcune volte al giorno da diversi mesi e mette in scena la favola del fare e dell’ ottimismo, la rassicurazione che la corruzione lambisce solo pochi, e poi la storia delle cospirazioni ordite da poteri indiscreti come i giornali o eversivi come i magistrati. Questo governo dell’ immaginario mediatico non corrisponde a un governo esistente ma copre quello che il governo esistente fa, cosicché nessuno alla fine sa da chi é governato. Perché di questi due governi, uno segreto e uno immaginario - il primo tragicamente reale ma nascosto, il secondo visibile ma irreale - nessuno si basa sulla fiducia dei cittadini: il primo per l’ ovvia ragione che vive nel sottosuolo e nessuno dei suoi atti deve trapelare; il secondo perché è un’ invenzione commerciale fatta ad arte da chi governa con l’ esito che i cittadini non dispongono di una realtà di riferimento autonoma alla quale rivolgersi per cercare conferme o smentite a quello che si vede e si sente. L’ Italia ha due governi molto potenti, gestiti e organizzati in modo da evitare il giudizio, della legge e dell’ opinione pubblica. È questa segretezza che li rende a tutti gli effetti una negazione della democrazia, anche se sono il prodotto di una maggioranza che governa con il consenso elettorale. 

Il "partito-azienda" avrebbe, secondo Nadia Urbinati, "....costruito l' "uomo nuovo", ammirato da chi ha sempre sentito le istituzioni come impaccio alla libertà, invece che come canali di coordinamento delle azioni collettive per rendere la libertà individuale sicura perché non alternativa alla libertà altrui. In questa direzione si sarebbe operata una rottura radicale con lo Stato moderno.
Un segno di filosofia radicalmente sovversiva della modernità: un'esaltazione della rivolta del dominum ( potere delle forza, economica e privata) contro l'imperium (potere pubblico).
Sorge così, descrive l'autrice e noi che scriviamo queste note sottolineiamo, un nuovo ancien règime nell'età del mercato, una rivincita dell'oikos (la casa del dio) contro la polis (la città), della forza degli interessi contro la "normatività" delle relazioni pubbliche.
Ed un interrogativo: perché onorare le istituzioni se sono una formalità e un espediente ideologico?
Perché non ammirare il potere nella sua diretta espressione?

Così si è formato un nuovo Anti-Stato in Italia, in forma originale rispetto al quadro delle democrazie occidentali e ancora diverso da quello "classico" dei decenni precedenti ( compreso quello del "tintinnar di sciabole" e delle bombe nelle banche e nelle piazze; e ancora singolare, anche se forse frutto di una certa filiazione da quello ipotizzato nel famoso documento della P2).
A questa analisi aggiungiamo però un ulteriore interrogativo (che comunque, nell'articolo già ampiamente citato si adombra, quando ci si interroga sul lascito di questo tipo di situazione intorno ai profondi mutamenti già avvenuti all'interno del nostro sistema politico).
L'interrogativo: quanto ha pesato sul crearsi di questo negativo, fortemente negativo, stato di cose la scelta della personalizzazione della politica?
Una scelta esasperata incautamente dalla sinistra finita con l'accodarsi a modelli e schemi chiaramente provenienti da una storia diversa da quella della formazione dei grandi soggetti di massa ( pensiamo al maggioritario, vero punto di partenza di tutti i guai di cui stiamo discutendo, giù, giù, fino all'elezione diretta di Sindaci e Presidenti di Regione, con quel "governatore" che grida vendetta sul piano del lessico politico, alla presunta "vocazione maggioritaria" per ridurre il sistema italiano ad un forzato bipartitismo che si risolve, sempre alla fine, nel promuovere un referendum attorno al già menzionato "uomo nuovo", alle primarie che in questa situazione assumono davvero l'aspetto dell'esaltazione di questa "anti - politica. E abbiamo ricostruito di corsa...).

La sinistra ha contribuito, non semplicemente come pensa qualcuno non elaborando una legge sul conflitto di interessi (questa situazione è frutto di un insieme di fattori che vengono da molto più lontano), a formare questa degenerazione profonda dell'agire politico e del rapporto tra l'agire politico e la condizione materiale di vita della gente.
Una degenerazione che ha prodotto soggetti assolutamente allineati sul terreno dell'avversario: che vi si contrappongono, proclamando valori alternativi ma che, nella sostanza stanno dentro al meccanismo perverso di chi pensa che l'idea della legge imparziale sia ideologia da parrucconi, fatta per nascondere il vero potere, quello che opera nella società, che agisce senza orpelli e senza ipocrite imparzialità: un potere che può essere interpretato soltanto da un signore illuminato, da un "unto", demonizzato o esaltato a partire dal lato delle quinte da cui si presenta al proscenio.
Insomma: c'è da meditare sui guasti provocati all'agire politico.

C'è poco tempo: la crisi stringe i suoi cerchi e non è vero che l'ondata neoliberista è in crisi (anzi sta accentuando i suoi meccanismi di espulsione di milioni di persone dalla possibilità di esprimere una propria dignità civile: pensiamo a cosa accade nel mondo del lavoro), la sfiducia collettiva fa passi da gigante.
Ritrovare la strada di una azione collettiva, di una solidarietà politica e sociale, di una unità di fondo attorno ai temi della democrazia rappresentativa, riprendere i punti decisivi dell'identità della nostra Repubblica dettati dalla Costituzione, mettere da parte questa pericolosissima "personalizzazione" anteponendovi la partecipazione democratica, il dibattito culturale, la scelta collettiva.
Ricordando ancora che non vi è nulla di peggio di una sinistra che utilizza le armi della destra.

Nadia Urbinati

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