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PD calabrese:psicodramma inarrestabile PDF Stampa E-mail
Scritto da G.Aloise   
giovedý, 15 luglio 2010 15:41
Aloise
il dott.Giuseppe Aloise
La Louisiana è tornata di recente agli onori della cronaca per via della macchia nera prodotta da una piattaforma della British Petroleum. Un tempo, nel ‘700 – il  secolo dei lumi - , questa terra era un riferimento costante per alcune abitudini dei selvaggi che l’abitavano, il cui comportamento veniva assunto come modello per interpretare forme ed  atteggiamenti “dispotici”.
“Quando i selvaggi della Louisiana vogliono dei frutti, tagliano l’albero al piede e li raccolgono”. Fu Montesquieu ad enunciare questa regola di comportamento per agevolare la comprensione di alcuni fatti  politici. Questo è un atteggiamento tipico di chi ignora la cultura del “limite”.
La metafora forse ci aiuta a capire l’evoluzione della situazione interna del  PD. Ci eravamo illusi che la ricreazione fosse destinata a finire e che al dibattito tutto ripiegato su se stessi potesse sostituirsi una presa di coscienza collettiva sulla crisi , sull’insuccesso elettorale e , soprattutto, sulle risposte da dare ai problemi calabresi.

Ma non è così.
Lo psicodramma collettivo non è finito. Continuano con insistenza gli  atteggiamenti narcisistici che non smuovono l’attenzione degli elettori ma si risolvono in prese di posizioni  incomprensibili se non addirittura ridicole.
Una raccolta delle dichiarazioni apparse sulla stampa negli ultimi mesi dopo la cocente sconfitta elettorale sarebbe un testo interessante per capire come una folta schiera di  dirigenti  politici del Pd e di rappresentanti nelle istituzioni si voti all’irrilevanza politica senza che appaia con chiarezza la motivazione che sorregge l’insieme delle decisioni personali o collettive assunte.
Ora è intervenuto da poco il commissariamento del Partito che ,in situazione di normalità, avrebbe prodotto una tregua , mentre da noi , come effetto immediato, ha prodotto  due forme di ammutinamento.Una esterna alle regole formali ed un’altra all’interno delle stesse regole.
La convocazione dell’assemblea ,massimo organo statutario del partito, che si è risolta in una sorta di autoconvocazione che ha coinvolto membri dell’assemblea, dirigenti e militanti altro non è che una forma pur democratica di ribellismo e di strappo nei confronti del commissariamento.
Sul versante opposto,l’elezione del capogruppo che ha registrato l’assenza di un nutrito numero di consiglieri rispetto agli aderenti al gruppo come può interpretarsi se non come  una forma inedita e tutta calabrese  di ribellismo entro il quadro delle regole?
Queste considerazioni  colgono solo alcuni aspetti della vicenda  del PD e non sono capaci di interpretarne la complessità.
Non ci resta perciò che tornare al secolo dei lumi quando alla conoscenza dei selvaggi, delle loro abitudini e dei loro costumi si attribuiva un ruolo fondamentale per la comprensione della politica e della storia in generale.
Torna perciò istruttiva la metafora dei selvaggi della Louisiana.
Ogni dirigente del PD, ogni leader , ognuno che occupi una posizione visibile all’interno del partito, in questa crisi, vuole raccogliere almeno un frutto : chi occupare una piccola posizione di potere; chi presidiare spazi interessanti per le prospettive future; chi condizionare gli equilibri gestionali del partito magari nell’illusione che il quadro politico su cui si regge il governo del paese si laceri e si vada ad elezioni anticipate e quindi rientrare nel novero dei “nominati” e chi, infine perseguire comunque un obiettivo  magari   indicibile.
Questa folta truppa  si accanisce contro l’albero per rendere più immediato ad agevole il raccolto del frutto.
Non mancano altri che si spendono in un’opera di interdizione volta non già a preservare l’albero ma ad impedire che siano i concorrenti a raccogliere qualche frutto.
Sembra un rito tribale che si traduce nel massacro dell’albero che, segato alla base ,è destinato a rinsecchirsi.
E’ evidente una sola considerazione : in tutti  manca una cultura del limite quasi si sia sospeso il confine tra il partito e la sfera degli interessi personali ed immediati caratterizzati da  una buona di dose di risentimenti e di frustrazioni.
Al Commissario sen Musi, persona accorta e di grande equilibrio, non ci sentiamo di dare alcun consiglio.
L’albero del Pd calabrese, pur non essendo un albero monumentale, cresciuto faticosamente e tra mille difficoltà,  ha un suo valore politico per la storia che narra, fatta di tante ombre ma anche di tantissimi momenti esaltanti.
Soprattutto in periferia per lo sforzo ammirevole ed appassionato di tanti dirigenti ed amministratori può impiantare radici sempre più estese.
Questo albero, per potere continuare a vivere ed a prosperare, dev’essere, però, sottratto alla furia di quanti ignorano il valore della convivenza e della tolleranza reciproca.
Giuseppe Aloise - Articolo apparso su "Il quotidiano" del 14 luglio 2010
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