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Calabresi in Brasile PDF Stampa E-mail
Scritto da L.Alario   
domenica, 23 maggio 2010 17:28

Porto Alegre
Porto Alegre
Il 20 maggio in Brasile si commemoreranno, ufficialmente e con cerimonie particolarmente solenni, i 135 anni dell’immigrazione italiana nello Stato del Rio Grande do Sul, la cui popolazione di oltre dieci milioni e cinquecentomila abitanti (per la precisione 10.582.887), secondo il censimento del 2007, è per un terzo costituita da discendenti di immigrati italiani. Una parte considerevole dei quali è rimasta nel territorio dello Stato, nei luoghi colonizzati e bonificati dai loro avi pionieri.

In uno scritto apparso sulla rivista elettronica Oriundi, con cui si annuncia l’evento, si legge che «nei loro volti, nei loro tratti, nei loro occhi, nel loro lavoro, l'identità italiana emerge».Per l’occasione il Dipartimento di Cultura e il Dipartimento comunale di Educazione, Cultura e Sport Ragamuffin (TS), promuoveranno serate letterarie dal 30 aprile al 20 maggio, di cui cinque dedicate al tema dei 135 anni di immigrazione italiana nel Rio Grande do Sul, ma anche altri eventi culturali allo scopo di far conoscere la letteratura, la musica, la danza e le altre espressioni artistiche proprie della Patria lontana. Ragamuffin è, infatti, considerata la culla dell’immigrazione italiana in Brasile, essendo stato il primo comune ad accogliere, nel lontano 1875 le prime tre famiglie di immigrati italiani.

Le manifestazioni coinvolgeranno soprattutto gli studenti dello State College Ragamuffin, della scuola comunale Nostra Signora di Caravaggio, della scuola pubblica Oscar Bertholdo e delle altre scuole, che fanno parte del distretto. Nel corso delle celebrazioni conclusive del 20 maggio sarà distribuito, nella sala di comunità del Quartiere 4 di Nuova Milano, il francobollo del Comitato Veneto do Rio Grande do Sul in omaggio ai 135 Anni dell´immigrazione italiana nello Stato brasiliano, il quale sarà usato durante tutto l´anno 2010 dalle associazioni che fanno parte della federazione e dalle amministrazioni comunali, in cui sono presenti sedi del Comitato, specialmente in quei comuni, i quali hanno stretto rapporti di amicizia o di gemellaggio con comuni italiani.

Non è possibile riassumere qui il flusso migratorio degli Italiani in Brasile, i quali solo tra il 1870 e il 1950 furono più di un milione e mezzo, provenienti, per oltre la metà, dal Nord della nostra penisola, tra cui i più numerosi furono i Veneti e i Trentini. Essi fondarono non poche città, a cui diedero nomi italiani, dando vita anche a una particolare lingua veneto-italiana-brasiliana, il Talian. Nel Rio Grande do Sul esistono, secondo alcuni studiosi, variazioni del dialetto veneto ormai estinte in Italia da più di cent’anni. Dirò, sicché, dei Calabresi, i quali, benché meno numerosi che negli Stati Uniti (tra il 1876 e il 1920 ne emigrarono solo 113.155), contribuirono a fare grande il Brasile, insediandosi un po’ dovunque, ma concentrandosi soprattutto a San Paolo, considerata la più grande città italiana dopo Roma con i suoi circa sei milioni di abitanti di origine italiana su una popolazione totale di undici milioni, a Belo Horizonte nello Stato di Minas Gerais, a Porto Alegre nello Stato di Rio Grande do Sul, appunto. Sull’importanza, del resto, dell’immigrazione calabrese nella colonizzazione di quest’ultimo vasto territorio ha scritto a lungo Nuncia Santoro de Costantino, un’ Italo – Brasiliana docente della Pontificia Università Cattolica del Rio Grande do Sul. E dei Calabresi emigrati in Brasile citerò qui solo alcuni tra i meno noti, i quali s’imposero con la loro intraprendenza e la loro cultura, distinguendosi per il fatto che non erano emigranti per bisogno, ma per libera scelta, presi dal sogno d’avventura e dal desiderio di scoprire nuovi mondi, venire a contatto con altre culture, conoscere sogni e bisogni di altri uomini. Primo fra tutti Vincenzo Spinelli di Sant’Agata d’Esaro. Egli, dopo aver partecipato alla Grande Guerra, meritandosi due medaglie di bronzo al Valor Militare, e aver conseguito due lauree, una in lettere e un’altra in filosofia, nell’Università di Roma, il 1922 parte per l’Argentina, trasferendosi, dopo dodici anni di frenetica attività, in Brasile, dove opererà fino al 1942, anno del suo arresto a causa della dichiarazione di guerra del Brasile all’Italia. Lo stesso anno è inviato in Portogallo con l’incarico di Direttore dell’Istituto di Cultura Italiana e di professore di lingua e letteratura italiana nell’Università di Coimbra. Il 1949 è chiamato a insegnare lingua e letteratura spagnola nell’Università di Bari, ma due anni dopo è chiamato in Brasile per insegnare lingua e letteratura italiana e filologia romanza nell’Università di Minas Gerais, e lingua e letteratura latina nella Pontificia Università Cattolica di Rio de Janeiro. Il 1955, dopo esser stato nominato Professore onorario dell’Università di Minas Gerais, rientra in Italia, dove, ancora nell’Università di Bari, è chiamato a insegnare lingua e letteratura spagnola nella facoltà di economia e commercio, e Lingua e letteratura portoghese nella facoltà di lettere. Primo Addetto Culturale d’Italia, conferenziere, poeta, narratore, drammaturgo, saggista, linguista, latinista, folklorista, professore universitario, Vincenzo Spinelli è la figura paradigmatica dell’intellettuale meridionale poliedrico, poligrafo, prolifico, che, a cavallo dei due trascorsi secoli, si poteva incontrare in quello che fu il Regno di Napoli, o nelle Americhe, dove si emigrava per necessità, e dove le condizioni erano spesso peggiori di quelle da cui si era fuggiti.

Basterà dare solo un’occhiata alla sua densa attività d’intellettuale, perché risaltino sùbito, di là del suo valore di combattente, degli incarichi diplomatici, dei riconoscimenti politici e culturali, dei titoli accademici, della vasta e articolata produzione letteraria e scientifica, il suo vigore operativo, la sua genialità organizzativa, il suo instancabile impegno per la diffusione della cultura italiana, la sua opera generosa per ridare in Argentina e in Brasile dignità di nazione a una folla smarrita di emigrati analfabeti frustrati e umiliati, intendendo egli l’attività culturale come atto totale della comunicazione del sapere. Morto nel 1973, di lui rimangono opere di fondamentale importanza di carattere filologico e scientifico. Dalla sterminata bibliografia traggo solo due opere ancora oggi richieste: il Dizionario completo italiano - portoghese (brasiliano) e portoghese (brasiliano) - italiano e Poesia popolare e costumi calabresi, edito a Buenos Aires il 1923, in cui sono raccolti e sviluppati articoli di Folk-Lore apparsi sulla terza pagina del giornale La Patria degli Italiani di Buenos Aires.

Anche Gustavo Falbo è un Calabrese emigrato per scelta. Nato il 1878, dopo gli studi condotti in Italia e conclusisi con il conseguimento della laurea in Farmacia, emigra in Brasile, stabilendosi definitivamente a San Paolo, dove, pur continuando con successo la sua attività di farmacista, prende a collaborare con la stampa italo - brasiliana (L’Illustrazione Brasiliana, rivista fondata a S. Paolo il 1906; La Gazzetta Italiana, fondata, sempre a S. Paolo, il 1950) e con i circoli italiani, per i quali scrive poesie, articoli varî, numerosi interventi e un atto unico, Federico Il Grande, bizzarria comica scritta per la festa di beneficenza Pro Calabria, il cui Prologo è pubblicato il 1905 da L’Illustrazione Italiana. I suoi ultimi scritti italiani sono una piccola raccolta di poesie in lingua, Primo peccato, del 1897, e quattro articoli di folklore scritti dall’ottobre 1899 al gennaio 1901 per la rivista La Calabria fondata e diretta da Luigi Bruzzano. Muore in San Paolo del Brasile il 1952.

Spirito di pioniere rivela Riccardo D’Elia. Anch’egli, come Falbo, di Cassano, in cui nasce il 16 aprile 1859. La sua esperienza in America del Sud è tutta racchiusa nel libro di ricordi Argentina, Paraguay e Brasile pubblicato il 1906 e premiato con medaglia d’oro all’Esposizione Nazionale di Rio de Janeiro due anni dopo, con cui, scrive la Santoro, «ci permette di rilevare aspetti della mentalità, tratti psicologici, problemi affrontati dagli immigrati e condizioni di lavoro che erano offerte loro, contesto vissuto e fasi di sviluppo della città rio - grandese alla svolta del secolo. La testimonianza del medico calabrese, come fonte storica, offre un buon contributo per la conoscenza della formazione del Rio Grande do Sul». È medico, infatti, Riccardo D’Elia, e di quelli rinomati in Patria, di agiata famiglia borghese (suo padre è farmacista e più volte sindaco della città di Cassano). Ma il paese, la Calabria, l’Italia, attraverso la quale pure viaggia, non appagano il suo desiderio, diciamo pure la sua ansia di sapere. Il 1888, proprio quando la schiavitù è, finalmente, abolita in Brasile, egli, infiammato anche dalle lettere, che amici e parenti, già partiti gli scrivono, parte col Bastimento da Napoli. In Brasile si muove attraverso spazi sterminati e sconosciuti, mangiando churrasco (carne di vitello arrostito allo spiedo) e bevendo chimarrao (infuso d’erba mate) insieme ai gauchos, di notte, accanto al fuoco, e curando ammalati, percorrendo, poiché è per molti anni l’unico medico della regione, lunghe distanze per correre col cavallo là dove lo chiamano, fra persone, che non lo fanno sentire estraneo, essendo, per gran parte, tutte italiane, immigrate come lui, che all’imbrunire cantano «le canzonette del dolce suolo natìo». Contribuisce, insomma, allo sviluppo di un vasto territorio deserto con lontanissimi sperduti miseri villaggi, poi divenuti città, come Santiago, Sao Francisco de Assis, Sao Vicente, e Corumbà, nel Mato Grosso, dove vive alcuni anni. Anche la sua vita intellettuale è intensa. Pubblica, infatti, a Rio de Janeiro, un Manuale pratico di Ostetricia e Pediatria e un Dizionario Medico Enciclopedico, che è del 1929, e altre opere di medicina.

Nonostante la vita frenetica di pioniere, questo nostro inquieto conterraneo, medita spesso sul suo passato, su ciò che ha fatto e che ha sofferto, e per non smarrirsi tra le spine del cuore, si rifugia con la memoria nel suo paese, fra gli affetti lasciati, ma sempre coltivati, fra le persone amate, fra i luoghi lontani, di cui ai nuovi immigrati chiede notizia. Poiché, è acclarato, è il villaggio nella memoria, che salva. Riccardo D’Elia muore a Castelo (ES) 12 giugno 1933.

(Articolo apparso sul quotidiano "Calabria Ora")

Leonardo R. Alario

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