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Un ricordo di mons. Barbieri PDF Stampa E-mail
Scritto da F.Doni   
martedý, 18 maggio 2010 20:13
mons. Baribieri
Mons. Barbieri
In occasione dell’inaugurazione della mostra fotografica dedicata al mai dimenticato vescovo di Cassano mons. Raffaele Barbieri, che aprirà i battenti nelle sale del museo diocesano il prossimo 21 maggio, l’amico Ciccio Doni ci ha gratificato con un ricordo del “suo vescovo” struggente, ricco di sentimento e privo di retorica. Doni lo ricorda non solo nella sua qualità di pastore della chiesa cassanese, ma anche come educatore ed esempio per i giovani di allora che, come Doni, gli sono stati vicini nel loro “excursus studiorum”. Doni non è un narratore agiografico  (tanto di moda oggi), racconta con semplicità condità da  rispettoso  affetto, alcuni episodi  di cui è stato testimone in prima persona, che lo hanno segnato nell’anima e nel ricordo. Invitiamo a leggere la nota che segue e la bella poesia che Francesco Doni dedicò al vescovo delle sue “prime trenta primavere” dopo la  dipartita dal mondo terreno.(l'amministratore)

 

<< Le braccia di pietà che al mondo apristi
Sacro Signore , da l'albero fatale ,
piegale a noi che , peccatori e tristi ,
teco aspiriamo al secolo immortale >>

Questi  versi di carducciana memoria  il Vescovo delle mie prime trenta primavere , Sua Eccellenza mons.  Raffaele BARBIERI soleva ripetere a noi ragazzi di ginnasio e di  liceo negli anni cinquanta e che ,quali alunni del convitto vescovile in Castrovillari , un giorno avremmo occupato posti di responsabilità.
Ricordo ancora che allora molti ragazzi partecipavano alla Via Crucis.
Quell'anno.forse il 1953,   frequentavo la seconda liceo e dopo aver ascoltato una  Sua conferenza su San Tommaso  che  definiva  il << il palombaro dello spirito>> venne la settimana prima della Pasqua e per le vie della cittadina del Pollino si snodò la processione del CALVARIO... la via Crucis. A me toccò  la quarta stazione.
Ma monsignore era rauco e non poteva dal Palazzo di Città  completare la sua Stazione ( la quattordicesima ). Si rivolse a monsignor Pennini che era all'epoca il Rettore del Convitto facendo il mio nome.
Raccolsi le mie forze, mi fermai un attimo solo, e poi, come d'incanto iniziai a parlare.Un  fiume in piena . Feci un figurone.
DOPO TANTI  ANNI ,oltre 50, ringrazio il mio Pastore  e il mio Crocifisso in cui CASSANO SI ESALTA E SI RITROVA

  in suo ricordo….

La sera  del  31  gennaio del 1968 fra le 20 e le 21, mentre passeggiavo con il professore GENNARO ARCIDIACONO, allora  Presidente dell’Azione Cattolica  diocesana ,nonché preside della scuola medi adi Cassano ed altri amici, l’ing. Cirianni, il professore Gaetano Santagada, già sindaco di Morano, Agostino Samengo , funzionario della Direzione Provinciale del Tesoro in Cosenza ,vedemmo,  DON CICCIO FERA, parroco della Cattedrale sul portone dell’episcopio  che si sbracciava facendo cenni per farci avvicinare. E così  venimmo   a conoscere che Monsignore era morto.

Salimmo  e vederlo disteso sul  letto fu cosa che mi toccò profondamente. Una commozione sentita e sincera per tutto quello che aveva fatto e rappresentato per noi giovani.

In quei momenti davvero commoventi salivano alle mie labbra :

 << Ei fu siccome immobile>>;

 << All’ombra dei cipressi e dentro l’urna >>

Quanti ricordi, quante speranze: tutte avverate nella luce del Dio che atterra e suscita , che affanna e che consola. In quel preciso istante,  il mistero della morte e la grandezza del dolore , mi  fecero capire tante cose. Lo stupore fu grande.

Vedere la sua maglia rattoppata , i panni dimessi e di qualità assai modesta. La sorella,  Elisabetta , ai piedi del letto , piangeva sommessamente. Diventai piccolo, piccolo  e amai ancora di più il mio Pastore. Ora  vorrei ripulirle le mie parole, disincantarle , renderle traslucide come la stella che brilla ogni sera ad Oriente per parlare di Lui.

Di Vescovi ne ho visti  ben otto. Tutti buoni vescovi, ma Lui il figlio prediletto  della vicina San Marco Argentano resta il mio VESCOVO,  quello << delle mie trenta primavere >>.

La sua aggettivazione era unica. Tetragono, poliedrico !  Per me resta il Michelangelo della parola. Parlava a braccio e nei miei ricordi,  mi sembra  sentire il famoso 

 < < Decuit, potest ergo fecit>> di Jean-Baptiste Henri  Lacordaire

<< potest , decuit  : ergo fecit>>

 Mi venne raccontato, da un signore  di Malvito , paese che appartiene alla diocesi di San Marco Argentano, Remo Gramigna ,funzionario della Cassa  di Risparmio a Cosenza, che  ancora giovane sacerdote, assieme ad un altro sacerdote, Pietro Casella,  della sua stessa età, alla presenza di Nicola Zingarelli ,nella chiesa del Gesù a Napoli fece,   un giovedì Santo,  una predica di Passione,che riscosse l’applauso dell’estensore del vocabolario della lingua italiana.

Allorchè  si stava per sopprimere la sede vescovile cassanese

MI  IMPEGNAI TANTO E REDASSI  UNA INDAGINE sociologica che feci pervenire ai principi della Santa Romana Chiesa : Cardinali Eugenio Tisserant, Federico Tedeschini  che incoronò la nostra  Addolorata e Carlo Confalonieri, che gradirono il lavoro da me fatto.

Confalonieri ebbi modo anche di conoscerlo di persona ed intrattenere con Lui corrispondenza epistolare.

IL VESCOVO BARBIERI

Monsignore Bertolone, bontà sua, ha voluto che dessi uno sguardo ad una tesi  presentata all’università su mons. Barbieri. Il lavoro della dottoressa Rizzo è un buon lavoro. Da tutte le fonti consultate e dalle persone avvicinate ha potuto, in parte, mettere in risalto  alcune qualità  di monsignor Barbieri.

Certamente un grande Vescovo, ma anche un uomo come tanti nostri fratelli :  intriso dei  difetti e dei  pregi di una umanità dolorante che in tempi , tutt’altro felici, ( l’alterigia dei federali fascisti , la povertà della guerra , l’ossequio al barone terriero ed altro ancora ) si è trovato ad operare  e guidare - da pastore della Chiesa – il suo gregge.

Visto da vicino,  mi piace poter riportare  le parole di Sua  Eminenza, Corrado Ursi , cardinale a Napoli,  che nel 1970 ad un suo compagno di studi nel seminario di Molfetta, Monsignor Francesco Pennini,  in mia presenza  disse, riferendosi al Vescovo deceduto :

<< riscuoteva  grande stima in Vaticano  e  dai suoi confratelli della terra di Calabria era benvoluto,  perché   dinamico e  fedele interprete – ed  esecutore - di una ortodossia  prettamente cristiana>>.

Che fosse stimato fanno fede le ripetute  visite degli uomini politici: Colombo – lucano – ; Gennaro CASSIANI , più  volte ministro, a cui aveva augurato ben  centomila voti in un comizio; Antoniozzi ; Misasi ;  Sua Eccellenza Federico  Sensi  ambasciatore a Mosca; Costantino Mortati nato nella vicina Corigliano ,che, assieme  a Piero Calamandrei , fu uno degli estensori della carta della nostra    Costituzione repubblicana.

I primi venivano per consigli, gli altri per stima personale. La gente più  umile, i contadini, i braccianti, gli artigiani al Suo passaggio gli andavano incontro per baciargli l’anello e molti da  lontano in segno di rispetto si scoprivano il capo. Indubbiamente per me  che di vescovi ne ho visto ben otto , Lui, resta il mio Vescovo, a cui ho dedicato un breve lavoro e un piccolo ricordo

.<< Dov’è ora la tua voce,Vescovo?>>

E’ stato il vescovo delle mie trenta primavere. Un arco di tempo non esiguo,  specie se considerato tra gli anni della prima fanciullezza e quelli della maturità. Una generazione  intera di padri che dà  il passo ai figli. Nel 1950 entrai a far parte quale studente di ginnasio prima e di liceo dopo nel Convitto Vescovile Sacro Cuore in Castrovillari.

Era l’anno Santo e papa Pacelli aveva redatto la preghiera alla Vergine Maria per il domma dell’Immacolata Concezione. Da  questa data  ha inizio  la mia conoscenza del Vescovo; un’ ammirazione e un timore.

 Non vorrei che  questa definizione – vescovo delle mie trenta primavere --   fosse  scambiata per mera adulazione : è solo stima e   gratitudine per essere rimasto  nella stessa sede per un trentennio con l‘ immutato entusiasmo del giorno della sua venuta sulla mula bianca .  Nella cronotassi dei vescovi  della nostra Diocesi nessun altro  Presule  vi è rimasto per così  lungo tempo.

E poi, cosa  abbastanza  singolare,  le sue spoglie mortali  giacciono in Cattedrale  in attesa della “ paolina “ beata speranza. Chi verrà dopo di noi potrà così  valutare  questo suo attaccamento alla sua sposa - la Diocesi -  ed ai figli della sua Cassano. E a fior di labbra  potrà, sulla Sua  lastra funeraria,  recitare la preghiera piu’ bella ;  << Il Pater noster >>  a cui   tanto  era legato .

Quest’atto d’amore – voler  restare  da  defunto nella Cattedrale che lo aveva visto tante volte  celebrare  i riti della settimana Santa , presente un considerevole numero di sacerdoti, molti  dottori in teologia, orgoglio e vanto della DIOCESI ,  è unico, esemplare. Veniva spesso a Castrovillari ove faceva tappa per proseguire nei giorni successivi  per i diversi paesi della vasta Diocesi: Rotonda, Mormanno, Laino, Castelluccio, Santa Maria del Cedro, Scalea fino a Maratea.

Le strade allora non erano asfaltate bensì sterrate, polverose ed insicure. Il suo autista fedele, oggi ultranovantenne , Francesco Palmieri , silenzioso e preciso, con la sua vecchia automobile affrontava tutti questi viaggi, perché  il Vescovo  diceva che anche quei figli lontani dovevano avere il conforto del loro  Pastore . Era autoritario. La veste talare  e il carattere di cui era dotato contribuivano  a  renderlo severo, deciso. Ad un sacerdote ,che negli anni sessanta aveva acquistato un’automobile  ,mosse un severo rimprovero.

<<  Chi ti ha dato il permesso di acquistare la macchina? Non sai che bisogna chiedere il permesso al Tuo Vescovo?>>

Altri tempi certamente, ma l’obbedienza ancora era tra le virtù che rendevano austeri i nostri maestri.

Quando restava anche la notte in Convitto, dopo cena, si ritirava nella sua stanza , e su invito di suor Colomba, una suorina piccola, piccola, ero io che dovevo portargli la  bevanda preferita – la tazza di camomilla.   Posavo la tazza ancora calda sulla scrivania, mentre Lui restava inginocchiato a fianco dell’inginocchiatoio  sul cui ripiano superiore era posato il “ breviario” . Non  posava le ginocchia  sul cuscino ma   sul nudo pavimento. Cosa che non riuscivo, allora, a capire , a spiegarmi.

Andando via vedevo  le sue spalle, le calze rosse e le scarpe nere con le   lucide  fibbie . Non so se restano ancora  in uso queste scarpe per gli uomini di Chiesa. Era molto frugale , consumava i pasti, quasi tutti a base di verdure assieme a noi convittori.  Nato povero , dava più di quanto riceveva.

Negli ultimi anni  per problemi agli occhi dovette  ricorrere ad un collaboratore , il ragioniere Silvio Lombardi , persona stimata e molto affabile, che gestiva la corrispondenza. E questo signore , mio compagno di scuola , mi confidava che le offerte in danaro, contenute nella posta in arrivo, quasi sempre  cinquecento lire,  erano devolute, per sua volontà. ai  più bisognosi .  Non è stato il mio un rapporto semplice con monsignor Barbieri, anzi direi abbastanza conflittuale , anche  se  educato e filialmente sincero. Le mie letture, i miei interessi e le aperture politiche destavano in Lui un sospetto, quel sospetto che passò con il nomignolo di “ comunistello di sacrestia”.

In verità non ho mai confuso l’umanesimo cristiano con quello marxista ma le  letture  di  Vladimiro Dorigo , di  Nicola  Pistelli , di Spadolini    -- il Tevere più largo --  le  nuove  idee del  pensiero di Teilhard de Chardin , il grande assente del VATICANO  II  ,  risultavano  per me  godimento intellettuale .

Per Lui  si trattava di idee strane che potevano fuorviare da una via cristianamente  intesa. Forse perché l’ho  amato tanto  e tanto mi ha dato  nella mia memoria resta indelebile il suo ricordo .

“ Illi  iuge fluat de te tua gratia, Christe “

 

Dov’è ora la tua voce,Vescovo?

  Dov’è ora la tua voce, Vescovo?
  La tua voce era una fiaccola ,
  una fiaccola con le ali d’aquila .
  Ha lasciato l’impasto di terra
  per un orizzonte di flauti .
  Hanno pianto quel giorno Signore
  gli operai della terra ,
  e Pietro e Paolo, custodi di cedri,
  un nuovo ne hanno visto nascere .
  Vescovo,il silenzio che ci resta non ci spaventa .
  Come da un’altura non perderai questi fratelli.
  Le finestre umane sulla riva
  corrono tutte,particole serene ,
  alla brezza dell’Eterno .
  Tutto ciò che avanza e sanguina
  preme su noi , poveri passanti .
  Chi ci ferì , chi ci umiliò ,
  ma soprattutto chi come spina , inserto alla mia luce ,
  calcinato alla memoria ,
  a dirmi che amore brucia e chiama a una seconda nascita ,
  con me, complice , uscirà dall’ombra :
  per correre ,fratello ,all’unico pilota .
  Ma Tu che tutto vedi, compreso il mio dolore ,

  cos’è una mitria ,un trono senza la parola ?
  Un suono d’organo , Signore ,
  come la fatica di ogni giorno :
  il rischio di sapere,la paura di soffrire .

Francesco Doni

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