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Un Fiore alla Memoria.... PDF Stampa E-mail
Scritto da F.Doni   
martedý, 11 maggio 2010 07:57
Pennini
Don Ciccio Pennini
Il 26 gennaio del 1991 veniva a mancare all’affetto dei suoi cari don Ciccio  Pennini: un sacerdote che ancora oggi, a distanza di tanti anni resta attuale e caro a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di avvicinarlo, conoscerlo e stimarlo.
                            Un  fiore alla Sua memoria
Ma  come tutte le cose umane anche la sua memoria è destinata un po’ alla volta a scomparire nel tempo. Ed è proprio per questo che sento il bisogno di parlare di Lui e dire  ciò che sento e  profuma ancora la mia esistenza.
Abbiamo ragione   o non abbiamo ragione di considerarlo un’unica esperienza  della nostra vita?  

E’ solo perché ci ha dato tanto di quel che ci mancava che ci è sembrato   di riconoscere in Lui qualche cosa che va oltre il suo ingegno , la sua memoria, il suo fascino : un esempio, o , se si vuole, un  esemplare di quella specie umana , di quegli uomini i quali, in tutte le epoche concentrano in sé  una civiltà  e possono far fare ad essa  dei passi decisivi,  a meno che non siano talvolta  uno dei bagliori  di una civiltà al tramonto ? Oltre l’affetto per la persona , è soltanto per il fatto  che  anche noi abbiamo  amato le stesse cose, siamo stati formati dagli stessi classici , o perché, rappresentava  davvero  per noi ,  una vera guida ? Resterà ancora e per quanto tempo in noi tale dilemma ?

Ricordo che quasi tutti gli insegnanti  delle diverse discipline umanistiche e non solo quelli del Liceo classico di Castrovillari , Biagio Cappelli , Michele Amato , Vincenzo Severini   ,  personalità della vita civile: l’avvocato Cosentino , don Luigi  Saraceni ,   Biagio D’Arienzi  e tanti altri  ancora venivano in convitto, a Lui confidavano, a Lui chiedevano  e sempre disponibile  il sacerdote don Pennini per la crescita  morale e civile  della cittadina del Pollino.
Siamo agli inizi degli anni 50, correva l’Anno Santo.
L ‘ anno  che Papa Pacelli, Pio XII , aveva voluto dedicare alla Vergine Maria.

***********

All’apertura dell’anno scolastico avevo varcato le soglie del convitto vescovile  Sacro Cuore di Castrovillari dove mons. Pennini
era succeduto nella carica di Rettore  a monsignore don  Giuseppe Angeloni :  un sacerdote del nord Italia , a cui  era stata affissa . in suo ricordo,   una lapide sulla facciata del convitto.
Monsignor Pennini restò per oltre un trentennio a Castrovillari
ad insegnare religione nel liceo classico e a dirigere il convitto.
Erano quelli gli anni  che ora ho imparato a riconoscere come quelli del  “  roveto ardente  “, tanto per prendere a prestito le parole di Arturo Carlo Iemolo.
 <<  Gli anni del roveto ardente >>.
Perché  il finire della guerra aveva segnato per i più degli italiani  un breve stato di grazia , qualcosa di simile  al benessere dalla convalescenza  dopo una lunga malattia, all’empito di riconoscenza  verso Dio , di chi sa  che ora vivrà  mentre prima aveva visto aperta la tomba .
Gli italiani che si erano    visti  perduti  ed ora tornavano a sperare, che avevano  speso giorni a soffrire  consapevoli della sconfitta  morale e civile di una guerra non voluta  dai più  avrebbe  martoriato anche quelli non ancora nati.
  Ma dall’inizio dell’anno scolastico sino all’ 8 dicembre – la festa  dell’Immacolata Concezione – ero rimasto in convitto con la segreta speranza  che breve sarebbe stato per me  quel soggiorno obbligato .
Ma quella sera , nella cappella del convitto, alla recita del Santo Rosario sotto l’immagine della Sacra Famiglia  del prof. Jusi, alle parole  di padre Lombardi  che attraverso  la radio vaticana  annunciava l’apertura dell’Anno Santo, fui rapito  e nacqui alla vita di quella comunità.
Ancora oggi non so distinguere  se sono state le parole di don Pennini o la preghiera di Papa Pacelli rivolte alla Vergine che mi rapirono.
<< Rapito  dal fulgore della Vostra  celeste bellezza  e sospinti dalle angosce del secolo, ci gettiamo  tra le vostre braccia, o Immacolata  Madre di Gesù e Madre nostra , Maria, fiduciosi di trovare  nel vostro cuore…così le parole…. di Papa Pacelli…

 Ma subito dopo  iniziò monsignor Pennini : le sue parole  cadevano dolci e suadenti   sui nostri volti  di adolescenti  e colpivano nel segno: una  era la parola  che quasi  era  un ritornello: <<  siate buoni, siate buoni >>, in ognuno di voi c’è tanta bontà.
 Eravamo quasi tutti studenti  delle scuole medie, di ginnasio e  i più grandi di liceo , venuti da molti paesi  della provincia di Cosenza ed anche  dalla provincia di Potenza ove non c’erano né il liceo o altre scuole.
Potrei fare oggi l’appello e ricordare i loro nomi anche in ordine sparso,tutti quei compagni dimessi nel vestire e tanta malinconia sui loro volti .I loro nomi   restano impressi  sul giornalino del convitto: << LA CAMPANELLA >>.
La  campanella che suonava  a raccolta per le preghiere del mattino e della sera  , per i pasti  , e restava silenziosa solo quando  il << chiaro di luna  >> di Beethoven  ci augurava la buona notte . Era il Rettore che in tal modo ci educava a conoscere il bello.
  Tra i tanti  episodi ve ne espongo uno solo, che fu per me formativo. Si era negli anni in cui andava di moda << lascia e raddoppia >> , la rubrica televisiva  che teneva incollati la sera al piccolo schermo buona parte degli italiani, i più abbienti però, dinanzi al televisore. L’azione cattolica volle organizzare  un gioco similare nel seminario di Cassano e molti seminaristi e molti convittori vi presero parte.
Per in Convitto eravamo in due a parteciparvi: il primo, il nome lo ricordo ancora , Vincenzo   Panno, divenuto poi farmacista, che si presentava sulla sintassi latina, ed io, invece sulla storia di Cassano di Biagio Lanza.
 Le domande per me venivano preparate da monsignor Pennini, che in busta chiusa  le rimetteva al Mike di turno.
 Avevo scoperto però che prima di metterle in busta il Rettore ne faceva una minuta che poi strappava . Rinvenirle  stracciate nel cestino, ricomporle  e riuscirle a decifrare era stato facile per  me.
E quindi le prove venivano  superate facilmente senza sforzo e con grande sicumera. Ma il Rettore aveva intuito molto bene a quale trucco avevo fatto ricorso  . Ed allora le domande le preparò direttamente  senza fare alcuna minuta. E , questa volta, inutile dirlo, l’asino cascò. Tornai  in Convitto battuto e frastornato. Tutti i miei compagni  mi chiesero cosa fosse accaduto. Dopo qualche giorno monsignor Pennini mi chiamò da parte e mi recitò dei versi. Prima mi disse << tu che conosci così bene Tagore ,   Neruda ,  Lorca   non sai    che CIRANO’ DE BERGERAC soleva ripetere a se stesso
<< disdegnando di essere l’edera parassita
 o il gran tiglio fronzuto
 salir in alto
ma  salir   senza aiuto >>.
Non aggiunse altro.
Compresi perfettamente.
Come era accaduto  per il passato anche questa volta  Don Ciccio aveva fatto centro  e mi aveva impartito la lezione di vita.
Potrei continuare a lungo. Ma  può bastare.
Molte volte mi sono chiesto dove finisse in Lui il sacerdote  e dove iniziasse l’ educatore. Il dilemma  me lo sono portato  dietro per parecchio tempo.
Mi chiedevo  se accanto agli studi  di teologia o storia sacra  non avesse fatto  anche studi approfonditi  di pedagogia.
Mi  chiedevo se l’insegnamento positivistico,l’herbartismo  e la pedologia  tra la fine dell’ottocento e la vigilia della prima guerra mondiale , non l’avessero attratto  perché allora il problema  dell’ educazione  era divenuto il problema della scuola, dell’ intervento dello Stato  che si intrecciava e si complicava , soprattutto nei paesi cattolici, con l’azione dei rapporti con la Chiesa.
Mi chiedevo se tra le sue letture  ci fosse stata la Pedagogia  come scienza filosofica di Giovanni Gentile e il concetto dell’educazione e le leggi  della formazione spirituale  di Lombardo Radice  per passare poi al pensiero  e all’opera di Maria Montessori, o alle idee  della scuola di Lovanio.
Allorché un giorno passeggiando assieme a Lui  per i viottoli della Cappella del monte mi disse  che aveva letto da qualche parte che Freud  aveva sostenuto  che ci sono tre attività  umane terribilmente  difficili: << guarire, comandare, educare >>.
Guarire dalle malattie del corpo ma principalmente  dal peccato, comandare  ai propri simili ed educare i propri figli.
Allora mi fu  tutto  chiaro.
Compresi come il sacerdote  alla luce della sua fede in Cristo si era adoperato  per trent’anni ad essere un buon educatore, a continuare l’opera di don Angeloni.
Compresi come <<  sua maestà >> : il bambino, per dirla ancora con il dottor  Sigmund  , era stato al centro dei suoi interessi.
Allora furono chiari tanti aspetti della sua personalità tesa a trasmettere,di generazione in generazione, valori, lingua,  stili di  vita, vocabolari di moralità ,patrimoni di conoscenza  su come il mondo è e su come  possiamo e dobbiamo orientarci  in esso , senza perderci  nei suoi complicati meandri .
   E quel che più conta  fermarsi si tanto in tanto per un esame scrupoloso
e impietoso  della propria vita  senza mai bocciarsi  perché bocciarsi da sé  è  molto peggio che essere bocciato da   qualcun altro.
John Locke  ha sostenuto che l’alfabeto e il linguaggio  verbale hanno funzionato nei secoli  come il grande “ condotto “ attraverso cui  la conoscenza  si è trasmessa  da una generazione all’altra .
 Locke , come sappiamo ,  era molto interessato  alle conversazioni  tra genitori e figli e a quelle pratiche  o forme di vita  in cui  nella catena delle
generazioni, noi apprendiamo  a padroneggiare il linguaggio.
Ciò, per il fatto essenziale che , apprendendo a padroneggiare  il linguaggio, noi apprendiamo  molte altre cose : stili di vita. Modi per orientarci nel mondo, mutevoli  ideali di eccellenza, di virtù, ragioni e motivazioni per la nostra condotta.
 Ho imparato tanto  e quasi senza accorgermene  oggi,  mi ritrovo con un bagaglio  di atteggiamenti e di umanità  che erano i suoi.
 Charles Baudelaire  ha scritto  “”    che una poesia  dice un mondo “”.
Ve ne riporto una brevissima: è sua:

C’ è tanto azzurro in alto,
c’è tanta neve intorno,
ma non per queste mani
opache, inerti.
Toccale Tu,  Signore,
Perché sian di luce
E fioriran d’amore
 

Ed allora  non perché mi ha tenuto a cresima, non tanto perché ha benedetto  le mie nozze  in Vietri sul mare nella Chiesa si Santa Maria degli Angeli ma perché mi ha formato  e strutturato, per tutto questo, a nome di tutti  i miei compagni convittori, complici i dolci rintocchi  della Campanella, un fiore per il suo ricordo:il fiore della gratitudine a sua
memoria.
   
FRANCESCO DONI

Non bisogna credere che tra uomo e uomo
ci sia grande differenza : eccelle
chi è educato nel modo più severo.
Tucidide, I 84

(Articolo apparso sul mensile "Prospettive Meridionali" diretto da Martino Zuccaro)

 

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