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Sogno d'amore - Racconto PDF Stampa E-mail
Scritto da M.Miani   
giovedý, 22 aprile 2010 07:27

ImageTutto iniziò in una giornata calda, il sole era già alto nel cielo, d’intorno volavano uccelli cinguettanti, che si rincorrevano per l’aria da un albero all’altro, sui quali già le gemme erano fiorite, e per la campagna un lieve venticello primaverile trasportava odori di fiori, d’erbe, e di terra smossa. Sembrava uno di quei giorni che portava felicità, voglia di cantare in coro con la natura, che si svegliava dal freddo inverno. Era giusto passato l’equinozio di primavera e le rondini erano tornate dalla transumanza che le aveva fatte emigrare in terre lontane dopo un volo lungo e faticoso. Il paese, piccolo fazzoletto di case arroccate su una bassa collina, era attorniato da villette, giardini e campi che si estendevano sino a lambire la riva del mare. Il panorama sembrava una cartolina disegnata, colorata con mano delicata, con chiazze di verde, fiori di piccole margherite, alberi di mimose gialle, mandorli in fiore e pruni ricoperti di nuvoloso colore bianco su ogni ramo. Per le strade del paese si udivano suoni di canzoni nuove e musiche d’altri tempi, ogni tanto si alzava qualche voce giovanile, che allegramente cantava qualche ritornello amato, uno stornello dispettoso, una strofa di una canzone amorosa.

Da un vicolo uscì un giovane ragazzo di diciotto anni, che allegramente camminava con passo svelto verso la zona del porto. Giunto nei pressi, si fermò un istante a guardare il mare azzurro sul quale, una miriade di vele, si stagliavano all’orizzonte sfidando la brezza marina che le allontanava dalla terra ferma. Era un ragazzo con un viso chiaro, capelli lunghi, occhi neri sognanti, che sventagliavano sguardi curiosi intorno. La sua figura si muoveva leggera, era magra, ma non troppo, era di buon peso, sembrava avere un fisico da sportivo praticante, forse faceva palestra spesso, e sicuramente praticava qualche sport in particolare: calcio, basket o ciclismo.

Si era fermato da qualche minuto quando lo raggiunse un gruppo di amici. Volti tutti noti, compagni di giochi, di scuola, di gite e di lunghe giornate estive vissute insieme al mare. Quella mattina era con loro un volto nuovo: una giovane ragazza mai vista nei dintorni.

Lesta la presentazione: “Ciao, sono Erika di nome”. La voce era allegra, una melodia di suoni, la definì nella mente prima di presentarsi anche lui. “Ciao, sono Davide” e sembrò che la sua voce tremasse, quasi che le parole facessero fatica ad uscire dalla gola. Il giovane era stato colpito inaspettatamente non solo dalla voce, ma anche dalla leggiadra figura femminile. Occhi celesti, capelli biondi lunghi, labbra sorridenti e rosse, una figura snella che mostrava, da sotto un vestito color ciclamino, un corpo perfetto nella forma, un vitino piccolo e minuto, due coppe aggraziate erano i seni, le braccia bianche sulle quali spuntavano due mani affusolate, delicate, rosee vellutate. Aveva un volto color rosa da madonna.

La comitiva si fermò a parlare un po’, ma Davide non riuscì a dire qualcosa, era diventato improvvisamente muto e taciturno, non partecipò ai discorsi, come non mai. Solo gli occhi non si staccarono dal viso e dalla figura della nuova amica: era stato colpito da una meteora sbalzata all’improvviso dal limpido cielo e caduta sulla sua strada, sui suoi piedi.

Gli amici che chiacchieravano vociando tra di loro non notarono nulla di particolare nel comportamento di Davide, li colpì solo il silenzio strano dell’amico che, di solito, era più ciarliero e più portato a battute allegre che mantenevano il gruppo su di giri.

Fecero una lunga camminata poi, sul far del mezzogiorno, il gruppo si divise. Anche al saluto, la voce di Davide, un po’ raschiò, sembrò quasi, che per una balbuzie improvvisa, i suoi saluti a tutti uscissero dalle labbra deformati, e in speciale modo quando si rivolse a Erika. Lei si allontanò e lui la seguì incantato con lo sguardo fisso sulla figura che l’aveva così sconcertato. Si disse quasi stregato. Solo quando essa sparì, in uno dei vicoli che sfociavano nella strada principale del paese, s’interrogò sul perché di questo suo strano comportamento, non riuscendo a darsene un motivo. Lentamente si rimise in cammino, ma, la mente ritornò indietro al motivo di quel suo balbettare, e del suo silenzio. La testa comunque non riuscì a togliersi dagli occhi la figura di Erika, né sparì la sua confusione per quella voce così armoniosa che l’aveva sconvolto. Sì, si sentì confuso come non mai. Voleva tornare indietro per seguire Erika, desiderava guardarla, da lontano, senza essere visto. Desiderò correre verso qualche amico per avere notizie certe su quella visione che lo stava confondendo.

Si accorse che nella mente vi si era posto un tarlo che gli mordeva il cervello e che continuamente tirava in ballo Erika, anche quando, per distrazione, o, per qualche motivo di richiamo improvviso, il pensiero correva altrove. Il pensiero era lì, era su Erika, la sua bellezza, la sua voce che riteneva incantata. Era, anche se breve, incantevole il tempo trascorso con lei tra gli amici, questi non avevano più importanza, nel richiamare gli attimi passati che ingigantivano la presenza, la voce, la forma della ragazza.

Andando verso casa più di una volta si domandò cosa gli era successo. Perché si sentiva così preso nel pensiero? Piano, piano capì che lei l’aveva colpito come un fulmine a ciel sereno: sì, era stato proprio un colpo di fulmine a prima vista e che a distanza di pochi minuti si stava trasformando in una cotta ammaliatrice, imprevedibile. Disse a se stesso: è pazzesco quello che mi sta capitando.

Quando arrivò a casa, ormai aveva l’anima in fiamme, il cuore martellava le tempie forsennatamente. Convenne con se stesso che, ciò che sentiva, era amore che gli ardeva nel cuore. Vi era in lui un fuoco che si era acceso improvviso, con bagliori che ne accecò gli occhi, bruciò il cervello.

A casa, stette, un po’ fermo dietro la scrivania in silenzio, con gli occhi chiusi. Lei ritornava continuamente davanti, come un’ombra che sfuggiva alla messa a fuoco. Non poté farne a meno, e, improvvisamente, alzò la cornetta del telefono per cercare notizie, avere una voce che parlasse di lei. Incominciò il suo calvario, ad ogni telefonata fatta la sua passione aumentava. Le scarne notizie che riuscì ad avere lo tormentarono, lo annichilirono, lo annientarono, lo intimidirono.

Seppe che Erika era di altra città, capitata in paese, per un weekend di riposo programmato, e seppe anche che era studentessa di legge nella facoltà della città. Sarebbe ripartita a breve. Forse, gli disse un amico che la conosceva meglio, “ripartirà Lunedì o Martedì“. Rimase immobile a quella notizia che gli sembrò, invera, non possibile, devastante per la sua mente.

Si domandò. Cosa potrò fare per farla fermare qualche giorno in più? Dove potrò trovarla, rivederla ancora, parlarle, guardarla? Si promise di dirle di non partire, dichiararle il suo amore.

La rivide Domenica pomeriggio, era insieme ad amiche. Voleva avvicinarsi, parlarle, ma le gambe tremavano. Divenne timido davanti a lei. Quando lei lo guardò, divenne rosso, e biascicò qualche frase senza senso, nel momento in cui lei Erika gli rivolse la parola.

La sera, si ritirò a casa, dopo che per un intero pomeriggio si era dannato l’animo per la sua improvvisa timidezza che ancora una volta non riuscì a spiegarsi. Passò la serata a rimuginare su quanto era accaduto dandosi epiteti che di solito non adoperava mai. La cena fu disastrosa. Assaggiò un boccone di pane che gli sembrò amaro come il fiele, quindi velocemente andò a letto senza vedere un po’ di televisione, cosa che faceva spesso la domenica per vedere qualche trasmissione di calcio.

Nel letto continuò a ruminare i fatti, le parole che aveva detto, il suo atteggiamento di fronte a quella ragazza sciolta, disinvolta, dalla voce così melodiosa. Rivide il volto sorridente che lo prono’ di più, considerando il modo maldestro del suo comportamento; però era contento, e, trovò motivo di soddisfazione dal solo fatto che aveva rivisto quel volto che lo aveva affascinato e che ormai era entrato nei suoi pensieri e nel cuore come una sorte di magia o un atto di sortilegio voluto. Così passò tutta la nottata girandosi e rigirandosi nel letto dove ogni posizione sembrò di supplizio, un letto di Procuste, finalmente il sonno per la stanchezza arrivò intorno alle sei dell’alba: così poté riposare il corpo, ma, non riposò con la mente, giacché i sogni si accavallarono lasciandogli immagini di confusi presagi neri. Si alzò presto, corse per strada a rivedere gli amici, voleva notizie di lei, desiderava conoscere l’ora della partenza; in preda ad ansia domandava, tante domande per una certezza sola, se voleva, poteva rivederla alla stazione dove avrebbe preso un treno che lontana l’avrebbe riportata alle sue faccende giornaliere. 

Corse con l’anima in pena alla stazione. Aspettò tremante: una, due ore alla fine gli occhi la videro, la fissò con uno sguardo lungo. La salutò, sventolò la mano in aria. Con quella mano avrebbe voluto afferrarne il corpo. Lei sorridendo, rispose con il braccio teso, la bocca le diceva ciao, mentre nel tempo e nello spazio il treno crudamente si allontanò da lui che era fermo, immoto.

Rimase solo, con il ricordo della sua fata negli occhi.

Per giorni, vanamente, cercò di togliere dalla mente quella fugace apparizione che era diventata la sua ossessione. "Un sogno intenso di un giorno primaverile". Un sogno che, nonostante tutto, non voleva contemporaneamente scordare, dimenticare, mandare indietro obliandolo nel tempo. Passò il tempo e giunse una nuova estate piena di sole. Gli amici lo spronavano a dimenticare, lanciare a mare i ricordi di una mattinata strana, ma lui, con quel chiodo fisso in testa, non riusciva a parlare d’altro. Cercò di toglierselo dinanzi, così come gli amici gli dicevano, gli suggerivano, utilizzando il detto chiodo schiaccia chiodo. Per due, tre volte uscì con una dolce simpatica ragazza dalla voce francese, insieme fecero l’amore, ma, mentre lei strofinava il suo corpo sulla sua pelle, lui con il pensiero correva lontano, guardava immoto, negli occhi la figura ormai sbiadita e irreale di Erika, il suo amore più non visto che si sovrapponeva nella mente all’altra giovane ragazza reale.

Passarono giorni e mesi si trascinò stanco, perse gli amici, perse il lavoro e la pace. Sempre distratto, sempre convinto di poter trovare la sua ragazza, che gli distruggeva la vita. Mangiava poco, sorrideva di meno, era divenuto scontroso, un uomo solitario e muto. Girava a vuoto per la città ove pensava dimorasse Erika, vi andava ogni giorno e guardava le ragazze, per le scale della facoltà di legge, con delusione ogni volta che gli sembrava di aver visto colei che amava e che desiderava più della sua vita. Lo conoscevano ormai tutti alla facoltà, ma, nessuno gli dava una notizia, anche se vaga, della giovane. Erika era scomparsa nella nebbia più fitta, neanche il nome ricordava qualcosa, qualcuno. Il suo ricordo sembrava essere stato un suo sogno. Una sua fantasia onirica di una strana giornata primaverile.

Giunse una primavera. Una mattina calda Davide, com’era solito fare, si fermò, a lungo solitario, su una scogliera a mare. Era emaciato, dimagrito, aveva gli occhi cavernosi e tristi pieni di malinconia e di nostalgia, guardava innanzi verso un punto non definito dell’orizzonte, il quale confinava con l’universo dove nulla vedeva, nulla voleva vedere e nulla cercava, profondamente apatico. Verso mezzogiorno con la testa assolata in fiamme, il cuore che martellava nelle tempie, le labbra secche, come ogni giorno, con sforzo si levò da quella posa e mestamente ritornò a casa. Vi giunse stanco, affaticato, il respiro lento, l’occhio assente, la mente confusa, il corpo cadente. Si posò con l'anima che piangeva sul letto, cadde, non volendo, in un profondo sonno: sognava praterie lontane, rive di fiumi, sabbia di mari sconfinati, vedeva cavalli bianchi e bai, le criniere al vento, la coda alta, correre con il vento lanciati a mare verso isole sconosciute; d’improvviso il campo visivo si restrinse, una figura nuova, amata si protese avanti, lo guardò sorridendo. Gli occhi si aprirono, la voce sussurrò “Erika”. Lei era là, dopo averla cercata invano, era a circa un palmo dal suo mento, parlava. Udì la voce, musica melodia di un meriggio di primavera, che diceva piano “ti ho amato come tu mi hai amata”. Si chinò su di lui. Un tocco vellutato di ala di farfalla gli sfiorò le labbra, allungò il suo braccio, protese la mano verso il viso sempre sognato, sospirò ancora “Erika amore mio”. Era felice. Gli occhi, sbarrandosi larghi, videro lontano due farfalle unite volare verso le cime innevate in una nebbia celestina nel tiepido sole della primavera. Poi, una fresca lacrima di refrigerio. Più nulla. Restò immobile, gli occhi sgranati, un sorriso placido attraversava il volto ormai pallido e rigido irradiato di felicità.

La mattina successiva lo trovarono così disteso, il braccio allungato, le dita protese, un sorriso sulle labbra ormai mute, gli occhi, guardavano un punto lontano dove viveva un sogno, che non era finito invano. Sulla guancia bianca un solco, profondo quanto il mare, indicava il passaggio di una dolce immensa lacrima.

 

 

Ed è sera

 

Ed è sera.

Il sole

ovulo rosso

non scalda

il cuore

che batte

amore

nel petto.

 

E tu stai

Lontana,

dietro il rosso,

al di la dell’orizzonte;

non mi baci

chè i baci non scivolano

sui raggi del sole.

 

Io resto qui.

Fermo,  muto,

davanti la linea

limite degli occhi.

 

Miani Michele

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