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Il Consenso imperfetto PDF Stampa E-mail
Scritto da M.De Filippis   
domenica, 11 aprile 2010 21:06

ImageDi tanto in tanto sul nostro modesto sito web, presentiamo libri e recensioni di pubblicazioni che hanno a che fare con il nostro territorio e qualche volta ci permettiamo di segnalare ai nostri visitatori lavori che, a nostro parere, possono essere interessanti. Oggi proponiamo a chi volesse approfondire il fenomeno del Fascismo, un lavoro, edito dalla casa editrice calabrese "Rubbettino", scritto dal prof. Ferdinando Cordova, ordinario di storia contemporanea presso l'università "La Sapienza" di Roma dal titolo "Il consenso imperfetto".

La recensione è del nostro amico cosentino prof. Mario De Filippis, autore anch'egli di romanzi storici di successo. Il nostro amministratore ha conosciuto personalmente Rosario Rubbettino fondatore dell'importante Casa editrice, immaturamente scomparso, ed è particolarmente felice quando scrittori importanti come  Cordova vengono prodotti e distribuiti dalla Rubbettino che oggi è brillantemente condotta dai figli. Buona lettura.

Nel maggio del 1930 Benito Mussolini visita le officine di Sesto San Giovanni (Milano) e tiene un discorso agli impiegati e operai delle fabbriche. Pare che il duce si sia molto irritato per la freddezza di quell’uditorio. Lo ascoltano in silenzio, senza un applauso.

Secondo le ricostruzioni più diffuse del ventennio fascista, proprio il 1930 dovrebbe segnare l’apice della popolarità del regime e del consenso verso il suo capo. L’ultimo successo era stata la riconciliazione con la Chiesa grazie alla ratifica dei Patti lateranensi, nel 1929, un anno prima, ponendo fine a problemi aperti e spinosi dal 1870, con l’ingresso in Roma delle truppe del regno d’Italia.

Quante volte abbiamo visto le immagini delle folle oceaniche davanti a palazzo Venezia? Allora come spiegare la diffidenza e l’ostilità dei lavoratori di Sesto San Giovanni?  

Si tratta di uno dei tanti episodi ripercorsi da Ferdinando Cordova, ordinario di storia contemporanea presso l’università “La Sapienza” di Roma, nel suo ultimo libro, appena pubblicato da Rubbettino: Il consenso imperfetto. Quattro capitoli sul fascismo. Nel secondo dei quattro saggi l’autore approfondisce proprio il tema del consenso, prendendo in esame i documenti relativi ai rapporti tra governo, sindacati e imprenditori, tema cruciale per capire le modalità di affermazione della dittatura, tema a cui Cordova ha dedicato molti studi, e un precedente volume: Le origini dei sindacati fascisti, Laterza 1974. 

Come governa un dittatore, come consolida il suo potere? A leggere la ricca documentazione offerta ci si stupisce anzitutto per il  suo accanimento nei richiami  burocratici, amministrativi, normativi. Il duce si rafforza anzitutto grazie a un pletorico esercito di attenti burocrati, che sommergono di carte, circolari, note e telegrammi tutte le scrivanie del paese, da quelle importanti dei giornali, degli industriali, fino alle più modeste degli impiegati di infimo livello. Tutti devono collaborare, contribuire, segnalare ai superiori, registrare. Nulla deve sfuggire al controllo.

La storia ufficiale mostra le parate, le sfilate in camicia nera, le adunate della gioventù inquadrata fin dalla più tenera età. Ma gli uomini del regime trascorrono lunghe ore alla scrivania, a leggere rapporti riservati, impartire disposizioni, dettare comunicati. E, come si verifica sempre, gli archivi rivelano una realtà molto diversa da quella delle adunate, delle cerimonie, delle sfilate.

L’apparato del regime persegue faticosamente i suoi obiettivi, cercando di tradurre le parole d’ordine in direttive minuziose, che fino a un certo punto si rivelano efficaci. Ma rimane lo scontento, il mugugno, l’ostilità mascherata da indifferenza, ad ogni livello della società, tra gli operai, ma anche tra gli imprenditori, che si attenderebbero solo appoggio incondizionato dal regime.

Il malcontento non può tradursi in protesta aperta, ma è leggibile anche a livello locale, nella storia amministrativa. Cordova dedica, infatti, il secondo capitolo del volume alla sua città, Reggio Calabria, oggetto di analisi già in altre pubblicazioni. Reggio negli anni Venti del Novecento si trova ancora alle prese con i problemi della ricostruzione, dopo il cataclisma del 1908. Lo storico prende in esame la corrispondenza tra gli alti funzionari della Stato e la autorità romane, a cui devono rispondere. Si tratta di prefetti, questori, e dei loro interlocutori cittadini, gerarchi fascisti, podestà, deputati.

Sono gli anni della Grande Reggio, si vagheggiava il progetto di una città molto più estesa, che avrebbe dovuto inglobare tutti i comuni limitrofi, a cominciare da Villa San Giovanni, e dal suo porto, pericoloso rivale di quello cittadino. Un territorio più ampio per impiantare quelle attività industriali che avrebbero dovuto trasformare la città burocratica e sonnolenta in una metropoli operosa e attiva.

Prefetti e podestà, però, devono fare i conti con la grande crisi che, a partire dal 1929, si abbatte sull’intera Europa. Per non parlare delle resistenze municipalistiche, che ottengono la restituzione dell’autonomia per Villa San Giovanni. E le lotte più feroci si svolgono all’interno della classe dirigente cittadina, tra le famiglie tradizionalmente abituate a considerare l’amministrazione locale una propria riserva esclusiva di clientele e di potere.

Gli uffici della Prefettura sono sommersi dalle lettere anonime, che diventano un’arma per colpire i propri avversari, segnalando al prefetto colpe vere o presunte, amicizie discutibili, inclinazioni sessuali censurate dalla morale del tempo, qualsiasi cosa sia utile a danneggiare i nemici personali.

Insomma non è difficile intuire che il progetto della Grande Reggio si dissolve in pochi anni, come tutti i miraggi della Fata Morgana nello stretto di Messina. Non si può fare a meno di pensare ai miraggi di oggi, ai progetti faraonici che da anni si susseguono, soprattutto quello del Ponte, e gli esiti salvifici che si propagandano, quasi che un’opera in cemento possa sanare le meschinità e i limiti della politica calabrese.

In questo libro si incontrano molti personaggi, tratteggiati in modo essenziale, rigoroso. Quasi un peccato che l’autore sia così rispettoso verso i documenti e non si lasci prendere la mano, ingannando piacevolmente il lettore con qualche divagazione. Questi poveri prefetti, alle prese con le faide reggine, fanno pensare al protagonista del romanzo di Guido Barbujani, Questione di razza (Mondadori 2003). Un prefetto siciliano che vorrebbe fare bella figura con il ministro, in un fatidico 1938, e naturalmente si mette nei guai. A causa di una donna. Una donna fatale compare anche nel quarto capitolo del libro di Cordova, e con tutti gli elementi per un romanzo: Maria Rygier, di origini polacche. Una ragazza irrequieta, una militante rivoluzionaria. Grazie allo scrupolo dei poliziotti di un secolo fa sappiamo tantissimo di lei e della sua vita a Milano (chissà se sono così scrupolosi, oggi, gli uomini della sezione politica delle questure, oppure faranno affidamento sulle intercettazioni e non lavorano più sul campo?).

Insomma non c’è bisogno di ribadire che gli archivi costituiscono una miniera inesauribile per chi abbia curiosità verso il passato. Soprattutto rappresentano un passaggio non eludibile per comprendere il presente, specie in una contingenza come quella di oggi, in cui si arriva a pensare di riscrivere la storia, di capovolgere il giudizio, annullare ogni differenza tra chi si è speso per la libertà di tutti e chi ha cospirato per cambiare il corso degli eventi. Quest’ultimo lavoro di Ferdinando Cordova ci ricorda che la ricerca storica, condotta con passione e competenza, non potrà mai prestarsi a mistificazioni e rivisitazioni di comodo.    

Mario De Filippis  

 

Ferdinando Cordova, Il consenso imperfetto. Quattro capitoli sul fascismo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010. Pp. 320, euro 18,00

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