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Vivere per addizione e... PDF Stampa E-mail
Scritto da M.De Filippis   
venerdý, 12 marzo 2010 15:44
ImageJohann Heinrich Bartels, borgomastro di Amburgo per ben venticinque anni, tra il 1820 e il 1845, non poteva certo immaginare che la sua bella e ricca città avrebbe ospitato una comunità di quei curiosi albanesi di Calabria che aveva incontrato, molti anni prima, durante un viaggio in quella terra lontana. Bartels nel 1786, completati gli studi universitari, parte per l’Italia, come facevano i giovani ricchi e colti. Il giovane tedesco si spinge molto a sud, fino in Calabria, per vedere da vicino i terribili effetti del terremoto del 1783, ancora evidenti. Bartels nelle sue Lettere sulla Calabria, tradotte in italiano solo nel 2007, dimostra simpatia per gli abitanti della regione e dedica alcune pagine agli albanesi. Sintetizza la loro storia, l’esodo dall’Albania invasa dai Turchi, dopo una fiera resistenza, a metà del quindicesimo secolo. Accenna alla peculiarità del rito greco, compresa la tradizione dei preti di contrarre matrimonio, a differenza dei sacerdoti di rito latino.

Oggi Amburgo ricorre nelle pagine di Carmine Abate, che da Carfizzi, uno dei tanti comuni arbëreshe, cioè italo-albanesi, ha percorso tante volte i 2.563 chilometri che separano due luoghi così diversi, eppure così vicini. La prima partenza da ragazzo, insieme a sua madre, per raggiungere il padre, operaio. I libri di Carmine Abate racchiudono l’epopea delle piccole comunità arbëreshe presenti in Calabria da cinque secoli, partecipi della storia della terra che li ha accolti, tanto che hanno condiviso tutto con i calabresi: lavoro duro, lotte politiche, emigrazione.
Carmine Abate
Carmine Abate
I viaggi degli emigranti, in un paese come l’Italia, hanno suscitato attenzione commossa e interesse di ricercatori; negli ultimi anni sono sorti vari musei dedicati al fenomeno, da ultimo anche presso un luogo simbolico come il Vittoriano, a Roma. La Nave della Sila, presso Camigliatello, ha voluto ricostruire idealmente gli spazi e l’atmosfera dei piroscafi con cui si partiva per terre lontane.

I testi di Abate hanno raccontato i viaggi mitici degli antenati arrivati dall’altra riva dell’Adriatico, ma anche l’emigrazione dei contadini poveri, dei manovali, e quella dei giovani diplomati e laureati, desiderosi di costruirsi una prospettiva migliore di vita.

Allora cosa aggiunge questo ultimo libro? Il titolo, Vivere per addizione e altri viaggi (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2010), potrebbe far pensare a dei saggi. Invece il filo che lega i diciotto racconti è la volontà dell’autore di portare alla luce, di dichiarare l’origine, la motivazione profonda della sua opera. Quasi un diario, un’autobiografia sentimentale.

Per questo sceglie di raccontare in prima persona, rinuncia alle trame del romanzo e ai personaggi dietro cui velare le emozioni, i sentimenti. In fondo tutti i suoi libri hanno inteso dare voce a chi non ha mai avuto la possibilità, la capacità di raccontare. Contadini e operai non scrivono, gli emigrati hanno vergano a fatica goffe lettere per i familiari lontani, per dare notizie di sé e chiederne. Spesso analfabeti, le hanno dovute dettare a sconosciuti scrivani, incaricati di tradurre ansie, preoccupazioni, speranze che il pudore impediva di esplicitare.

Quale museo potrà mai restituire la tristezza di tante solitudini, il grigiore dei circoli degli emigrati, dove si ascoltano sempre gli stessi discorsi, la noia delle cerimonie ufficiali, con i politici di turno in cerca di consenso e di voti?

Quante persone così avrà conosciuto Abate nel corso degli anni, ad Amburgo e a Colonia, durante i viaggi interminabili in treno, nelle lunghe giornate estive a Carfizzi, quando chi può torna per rivedere vecchi amici, apprendere le novità del paese, raccogliere frutta da un albero che nessuno cura più?

Proprio dopo quel primo viaggio, insieme a sua madre, ha intuito cosa doveva fare, quando tornato al paese, ha iniziato a registrare i canti e i racconti tradizionali, per salvarli dalla dispersione, per dare corpo e voce a tutte quelle persone di cui altrimenti non sarebbe rimasta traccia. Ha iniziato da sua nonna, chiedendole di  cantare la rapsodia di Scanderbeg, l’eroe nazionale albanese, il guerriero che fino alla morte ha tenuto testa ai turchi invasori. L’eroe morente invita il figlio a partire, ad andare via per trovare una nuova terra. A volte non si può fare altro che partire.

Abate nei suoi libri ripensa e rielabora i legami, sempre vivi, con la terra d’origine, non per nostalgia, ma per mettere alla prova la propria identità in un mondo così complesso, multiforme.

L’autore ha conosciuto i vecchi contadini albanesi che hanno partecipato alle lotte per la terra, nell’immediato dopoguerra, quando ancora gli inglesi controllano la Calabria con le forze di occupazione. Fino ai drammatici scontri del 1949, a Melissa, quando la polizia spara per allontanare i braccianti che hanno occupato un latifondo.

Miti del passato, chimere del presente; non sono bastate le cattedrali nel deserto e la devastazione del paesaggio degli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Un racconto ci fa intravedere l’ultimo miraggio, un gigantesco insediamento turistico, rimasto per fortuna allo stato di progetto, su un tratto di costa ionica, vicino Crotone,  miracolosamente intatto. Europaradiso era stato battezzato dai promotori, un paradiso di cemento e centri commerciali, in una terra che non riesce a volersi bene, a recuperare un rapporto proficuo con una storia antichissima e illustre.

Nella memoria di Abate ci sono anche i suoi viaggi da insegnante, in Germania e in Italia, esperienza condivisa da migliaia di giovani donne e uomini di questa nuova tipologia di emigrazione, con la laurea in tasca. La laurea impone di gratificare anche la famiglia, cogliere l’opportunità di salire l’ascensore sociale, come poeticamente viene definito dai sociologi. Così Abate arriva in un’altra grande città tedesca, a Colonia, dove nel Duomo sono custodite le reliquie dei Re Magi, portate via da Milano nientemeno che dall’imperatore Federico Barbarossa, ottocento anni prima. Questi Re Magi così ansiosi di novità, venuti dall’Oriente dietro una stella, ancora pellegrini per l’Europa dopo duemila anni, incarnano in modo straordinario l’umanità di oggi, inquieta, insoddisfatta.

Vivere il nostro tempo non è facile, se bisogna imparare a vivere per addizioni, di lingue, di luoghi e di culture. Le identità devono confrontarsi e, come s’è visto spesso, le diffidenze e gli odi antichi, possono ancora precipitare nel baratro la civile Europa. Gli albanesi di Calabria hanno aderito con entusiasmo al Risorgimento e all’Unità nazionale; poi si sono battuti per il riconoscimento della propria lingua e per mantenere viva identità e tradizioni. Ma non bastano le leggi, le targhe sulle strade e i monumenti a Scanderbeg, in un mondo capace di omologare e uniformare tutto, in nome della libertà e per conto del mercato.

Carmine Abate ha costruito con la sua opera un monumento duraturo al suo piccolo popolo, e insieme alla sua storia personale e familiare. Questo libro ripercorre in modo quasi dimesso, intimo, l’itinerario che ha seguito. Un piccolo libro utile per chi voglia riannodare i fili della propria memoria, recuperare suoni, colori e odori, sentimenti e passioni di un tempo che non si lascia trattenere. 

Mario De Filippis
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