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Vangelo di Domenica 3 Gennaio PDF Stampa E-mail
Scritto da +V.Bertolone   
sabato, 02 gennaio 2010 12:24

ImageDal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 1,1-18.
In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta. Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli rende testimonianza e grida: «Ecco l'uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia. Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.

II Domenica dopo Natale

3 Gennaio 2010

Verbum Caro Factum Est


Introduzione


Per molti questi ultimi giorni sono stati un tempo di pausa dal lavoro; per altri la pausa è stata più corta, ma per tutti si è trattato di una specie di frenesia per acquistare i doni, i cibi per i pasti abbastanza inconsueti, oppure da dedicare agli auguri a parenti e amici . Poi in mezzo a tutto questo la Messa della Vigilia o del Giorno di Natale. E proprio perché è in mezzo a tutto questo, può capitare che sfugga il senso stesso del tempo trascorso in Chiesa nella Notte o nel Giorno di Natale. Esso diventa il tempo della tradizione: almeno due volte l’anno, e una di queste è Natale, si deve andare in Chiesa.

Ebbene, proprio agli ignari del tempo di pienezza donatoci in questi giorni è destinata la Liturgia di questa II domenica dopo Natale. Ma l’elevato contenuto teologico del trittico di letture offertoci dalla Chiesa in questa domenica, coinvolge tutti noi, che, pur avendo coscienza della nostra appartenenza a Cristo, a volte dimentichiamo quale sia la portata reale di una simile condizione.

Infatti il Bambino adorato nella stalla a Betlem ci apre ad una prospettiva temporale incommensurabile: la sua nascita ci inserisce in un flusso temporale non più storico, ma eterno. Ed è questa eternità il vero miracolo del Natale: non più il nostro tempo, ma dalla nascita di Gesù si è operato uno sfondamento verso l’eterno, verso l’ “in principio” , verso il “per sempre”.

Da quella nascita tutto è cambiato nella storia dell’umanità e nella storia personale di ciascuno: non si vive più della contingenza, ma c’è un senso, un progetto che ci supera. Non si vivono più i nostri giorni attorno al breve giro del sole, la nostra vita non è più confinata entro il cerchio dei nostri desideri, ma c’è una immensa onda che viene a frangersi nei nostri promontori e a parlarci di un Altro, che è Primo e Ultimo, Vita e Luce del creato e dell’uomo da sempre.

È il “sempre” il nuovo orientamento della storia: tempo eterno, immutabile, illimitato che appartiene solo a Dio.

Prima dei secoli, fin dal principio” si legge nel testo del Siracide. “Prima della creazione del mondo” fa osservare da parte sua l’apostolo Paolo e “in principio” scrive Giovanni nel prologo del suo evangelo. E di tutto questo, dell’eterno umanizzato di Dio in Cristo, siamo entrati a far parte anche noi: in altri termini il nostro tempo si è riempito dell’eternità di Dio.


Verbum caro factum est


Le letture di oggi oltre che di eternità, ci parlano di eterno, di Sapienza e Verbo, di Dio e del suo Figlio Unigenito, Gesù Cristo. Categorie che sembrerebbero fuori dalla nostra portata, eppure in tutte e tre le letture esse sono legate al nostro tempo, alla creazione del mondo e dell’umanità, a noi stessi.

Sapienza e Verbo sono: appellativi diversi di una stessa Persona: il Figlio Unigenito di Dio, Cristo, Dio stesso. Infatti se Sapienza e Verbo sono usciti sin dal principio dalla bocca dell’Altissimo e da sempre sono presso Dio, significa che Sapienza e Verbo sono Dio stesso, rivelatisi in Cristo, in Lui resi visibili; ma sono anche luce e vita (per l’uomo), oltre che potenza creatrice dell’universo e dell’umanità. E fin qui potremmo dire: nulla di nuovo. E invece la svolta decisiva avviene quando la Sapienza mette la sua tenda in mezzo al suo popolo, quando il Verbo di Dio si fa carne per abitare in mezzo a noi.

Ed è proprio il mistero di questa incarnazione ad occupare nel Prologo di Giovanni la posizione centrale rispetto alla struttura compositiva dell’intero passo, quasi a voler sottolineare la centralità che un simile evento ha anche nella nostra vita di uomini e di cristiani. Infatti, il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio opera un forte cambiamento del tempo e della storia del mondo. Cambiamento per altro descritto da Giovanni come un mutamento di categorie: dall’Eterno si passa al tempo, da Dio al Padre, dal Verbo al Figlio, dall’umanità e dal mondo al “noi”, dalla luce e dalla vita alla pienezza della verità e della grazia.

Se tanto straordinario è il cambiamento operato dall’Incarnazione, ancor più straordinaria è la sua conseguenza: dal divino si passa all’umano perché l’umano transiti al divino. È questo sicuramente il mistero più alto e profondo con il quale ha dovuto confrontarsi la mente umana: Dio, il Creatore del cielo e della terra, eterno e immutabile, si è racchiuso nella caducità della carne, si è fatto uomo per salvare l’uomo.

Dio, invisibile e inesprimibile in parola umana, si è reso visibile e palpabile nell’umanità assunta dal Verbo. Questo è il “paradosso dell’idea cristiana” - direbbe Kierkegaard - : il Verbo apparso in principio in tutto il suo splendore e potenza si immerge paradossalmente nell’abisso della miseria umana, compiendo un grande miracolo di comunione. Infatti due estremi si incontrano per riunirsi: la fragilità estrema della carne, si unisce al divino.

Ma c’è un altro grande paradosso che la Liturgia di questa domenica ci invita a contemplare: la visibilità e l’umanità di Dio. Il Verbo si è fatto carne perché in Cristo vedessimo il volto del Padre. In effetti, Gesù è la stessa rivelazione di Dio, l’icona visibile del Dio invisibile e inaccessibile dell’Antica Alleanza. Il volto temibile di Dio, che un tempo si manifestava nella nube e che nessun mortale poteva scorgere, ora si rivela pienamente in Gesù Cristo sotto la natura della carne, cioè dell’umanità assunta dal Verbo. In altri termini, Gesù rivela l’umanità di Dio, tutta concentrata nella gloria di un Padre che per amore dei suoi figli dona la vita.


Caro Verbum factum est


Destinatari di questo grande mistero d’amore siamo noi che contempliamo la gloria di quel Padre, che riceviamo da Lui pienezza di grazia e verità, e saremo dalla Sua umanizzazione divinizzati. Di questa verità del cristianesimo noi dobbiamo essere testimoni e annunciatori.

Come fare? Il modello da seguire è sempre davanti ai nostri occhi: Maria, che ha portato nel suo seno il Verbo. Come avvenne in Lei, dunque, lasciamo che cresca in noi, si dilati nella nostra esistenza il Verbo della vita, affinché la Parola di Dio annulli crescendo le nostre paure e trasformi i nostri sguardi, rinnovi i nostri gesti, innalzi i nostri pensieri.

Solo così il Verbo potrà abitare la nostra umanità al punto che nessuno potrà dire: qui finisce l’uomo, qui comincia Dio, giacché formeremo in Cristo una sola cosa con il Padre.

Oggi, dunque, è il tempo del nostro Natale: Cristo nasce perché noi nasciamo. Nasciamo nuovi e diversi, nasciamo dal cielo e non più dalla terra. Tuttavia, perché ciò accada è necessario accogliere il Verbo di Dio come seme rigeneratore della vita. Infatti, se noi siamo ciò che accogliamo, allora accogliendo la Parola diventeremo Parola, se noi siamo ciò di cui siamo abitati, lasciandoci abitare da Cristo diventeremo a Lui conformi, dunque pieni di vera vita, illuminati dalla vera luce, amanti della verità, e ricolmi di ogni grazia.

Tutte le parole degli uomini ci possono solo confermare nel nostro essere carne, realtà fragili e incomplete. Ma il salto, l’ impensabile, la Parola incarnata ci conferma nella nostra eternità e pienezza, perché la vita stessa di Dio si è generata in noi.

Ecco la vertigine: la vita stessa di Dio in noi. Questa è la profondità ultima del Natale.


Conclusione


Come commento conclusivo, riporto alcune parole scritte da Dietrich Bonhoeffer, in un testo che potrebbe essere un commento al prologo di Giovanni: “Dio è impotente e debole nel mondo, e così soltanto rimane con noi e ci aiuta. Cristo non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza che ci sovrasta, ma ci aiuta in virtù della sua sofferenza”.

Quindi Cristo ci aiuta in virtù della fraternità e solidarietà, fondate sul fatto di essere sceso fino a noi, fino al nostro livello umano. Solo così, stando vicino a noi, assumendo la nostra carne, ha potuto comunicarci la vera vita.

Quale meravigliosa preghiera sarà stata per le prime comunità cristiane questo prologo di Giovanni quale preghiera piena di speranza è per noi oggi, giacché in essa troviamo le radici, autentiche della nostra grandezza, le ragioni della nostra fede e la sorgente di ogni nostra speranza…


    Serena domenica

    +Vincenzo Bertolone

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