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Il vangelo di Domenica 13 Dicembre PDF Stampa E-mail
Scritto da +V.Bertolone   
domenica, 13 dicembre 2009 08:41

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 3,10-18.
Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?».
Rispondeva: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare, e gli chiesero: «Maestro, che dobbiamo fare?».
Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi che dobbiamo fare?». Rispose: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni annunziava al popolo la buona novella. (Segue commento di mons. Bertolone)

III Domenica d’Avvento

13 dicembre 2009

 

Essere gioia e profezia di Dio

 

Introduzione

 

                Siamo giunti alla terza tappa del nostro cammino di preparazione al Natale, e dopo tanti inviti alla speranza, in questa domenica si fa strada l’invito alla gioia. Invito preannunciato, in un certo senso, dal Salmo di domenica scorsa: esortazione ad intonare un canto nuovo.

Il nuovo canto da intonare è canto di gioia. Esso ritma i passi del messaggero di Dio, Giovanni il Battista che, insieme  all’annuncio del profeta Sofonia e all’accorato appello dell’apostolo Paolo, orienta verso la meta da raggiungere per essere veramente felici.

                Quanto costa, però, percorrere la strada che porta alla vera felicità? Se è vero che “il problema della vita coincide con quello della felicità” (F.W. Nietzsche), non dovrà essere  un prezzo da poco. Eppure, Giovanni il battezzatore dà indicazioni spicciole, all’apparenza banali, per “risolvere il problema della felicità”: egli, infatti, fa appello al primo verbo del mondo nuovo: “dare”, “donare e lo presenta come legge di vita: per essere felici e stare bene dobbiamo “dare”.

E “dare”, ci insegna il Vangelo, coincide con “amare”: non c’è amore più grande che dare la vita…; c’è più gioia nel dare che nel ricevere…; chiunque avrà dato anche solo un bicchiere di acqua…. Dunque, si è felici quando si dona, quando si ama veramente.

                Semplici verbi, “amare” e “donare”, che, tuttavia, aprono il cuore all’accoglienza. Infatti, solo facendo bene ciò che si è chiamati a fare, solo agendo con gioia, con semplicità, generosità e passione, ci si prepara ad accogliere il Messia, diventando sua profezia e suo canto di gioia.

 

Il canto di gioia di Dio

 

                La gioia è il filo rosso che unisce le letture di questa domenica.

 Dal profeta Sofonia apprendiamo della gioia di Dio per l’uomo. Il Profeta celebra un Dio felice, il cui grido di festa risuona ancora oggi nelle nostre Chiese e, soprattutto, scandisce questo tempo d’Avvento, giacché ribadisce con forza che Dio continua a ripeterci: “Tu mi fai felice”. E di un simile Dio ci si può innamorare.

                Paolo fa eco al Profeta: “Siate sempre lieti, ve lo ripeto, siate lieti”. E come non accogliere l’invito dell’Apostolo? Sapendo di essere tanto amati da meritare che Dio, per renderci felici, è venuto, e viene, a cercarci. E di un simile Dio ci si può innamorare.

                Ma come è possibile trasferire la gioia di Dio nel nostro quotidiano, come è possibile rispondergli da “quaggiù” con la stessa gioia? Come è possibile, in definitiva, vivere da innamorati?

La sola risposta a queste domande è da ricercarsi nella testimonianza e nelle parole di Giovanni il Battista. Il suo cuore, infatti,  è sempre stato colmo di gioia, nonostante fosse ancora impossibilitato a vedere”. Tuttavia, Egli ha sempre annunciato nella gioia la “BUONA NOVELLA”. In mezzo a tante orribili notizie, oggi come allora, la sua voce non smette di rassicurarci: è giunta a noi “la buona notizia”, Dio ci ama al punto da venire a cercarci in Cristo Gesù.

                L’ “equazione” è semplice: accogliendo Gesù si ha il cuore pieno di gioia, perché accogliendo Lui sarà più facile per noi amare e donare. Infatti, se ci si innamora di Cristo, delle sue parole, dei suoi gesti, della sua passione di accendere nei cuori un amore senza misura, non c’è più nulla che possa spaventare, neanche ciò che sembra costare molto.

Allora si arriva a sperimentare la leggerezza, la spontaneità, la gioia di una esistenza che si  considera dono e si vive nel segno della gratitudine.

                  Paolo insiste: “Rallegratevi”, perché la fede cristiana è anzitutto gioia che va condivisa. Va reso noto a tutti che quanto accade a Natale rende la vita umana veramente piena, colma di gioia e di luce. E se anche le tenebre dovessero momentaneamente oscurare la luce e la gioia, ciò non impedirebbe all’uomo di fede di continuare a sperare e a gioire, perché, come dice il profeta Sofonia, l’uomo non cessa mai di essere la gioia di Dio, la sua festa.

                Per questo il cammino d’Avvento deve essere cammino di attesa e di conversione nella gioia, giacché ci si prepara ad accogliere l’amore di Dio fattosi carne. E da sempre, dalla storia  d’Israele prima,  a quella della Chiesa poi, il volto e lo sguardo amorevole di Dio è azione generatrice del vero volto dell’uomo.

 

Vivere da innamorati

 

                Il vero volto dell’uomo, quale esce dall’amore di Dio, reca in sé i segni dello stesso amore, da cui è generato, e della stessa gioia con cui è amato. È dunque un volto gioioso e innamorato.

Ma per sentire la forza di questo amore e agire seguendo i battiti di una simile gioia, ovvero per costruire una esistenza fiduciosa, veramente piena e protesa verso mete alte, verso orizzonti divini, non basta essere eticamente corretti. Non si può vivere riducendo la Novità del Vangelo a un precetto morale da seguire.

È necessario invece ricordarsi che dentro di noi abita il “cielo stellato”. E di fatto il Vangelo è “buona notizia” perché che fa incontrare Cristo, nostro cielo.

Il Vangelo ci porta a conoscerLo, ad amarLo tanto da  far dire a ciascuno di noi: “Gesù mi hai sedotto, conquistato. E ora non saprei immaginare la mia vita senza di te”.

                Quando riusciremo a pronunciare questa verità, allora sì che saremo profeti della sola Novità che salva, capaci anche di vivere secondo lo stile degli innamorati, ovvero preoccupandoci solo di scomparire per lasciare posto a Colui che nasce nel nostro cuore. Quando ciò accadrà riusciremo nella quotidianità a portare la gioia e l’amore di Dio: santa tensione alla comunione, alla verità, alla giustizia, alla carità.

                Allora, non ci si chiederà più “come” essere veramente cristiani, ma come “fare”. Così scopriremo che in qualunque condizione di vita ci troveremo ad operare ( parlamentari o preti, contadini o professionisti, docenti o militari, casalinghe o impiegati: l’importante è la qualità del proprio agire), ciò che conta è quanta giustizia, impegno, umanità, passione e autenticità riverseremo nel nostro compito. Infatti, è là dove siamo chiamati a vivere, nel quotidiano, che dovremo essere  persone nuove, di speranza e di gioia, capaci di giustizia, carità e comunione.

                Se vogliamo essere veramente profeti del Natale, diventare canto di gioia del nostro Dio, discepoli di Colui che è fuoco e dona lo Spirito di vita, dobbiamo riscoprire la gioia di essere amati e rigenerati come atteggiamento fondante della fede, e dobbiamo vivere questa gioia non costretti   ma consapevoli che la gioia viene da Cristo, scaturisce dal suo amore fedele.

                 Questo fa la gioia cristiana profetica: essa è segno della presenza viva del Cristo nel mondo. Infatti, se lo Sposo amato ci sta accanto non può esserci tristezza, e la vita stessa non può che essere, già da ora, una festa senza fine. Ecco allora che il mosaico del Natale lentamente si compone  delle tessere essenziali: la speranza e la gioia, entrambe incarnate nelle persona di Cristo, la sola verità che resiste, tiene, prende consistenza allorché tutto il resto svanisce.

 

Conclusiione

Che cosa dobbiamo fare perché questo cammino d’attesa, che volge alla fine possa veramente portare il suo frutto più bello? La cosa principale da fare è “gioire”. Gioire perché Dio viene a cercarci, gioire perché non ci ha mai lasciato e continua a camminare in mezzo a noi, ad abitare in noi. E tutte le volte che ci lasciamo guidare dalla Sua volontà, Egli nasce nel nostro cuore e nel cuore degli altri.

E se la gioia di seguirlo sui suoi sentieri cede il passo alla stanchezza e alla fatica, basta fare spazio al silenzio e abbandonarsi alla preghiera: perché il Signore ci doni la capacità di capire che cosa vuol dir portare dentro il fuoco e lo Spirito del Battesimo per raggiungere non la semplice competenza della persona onesta, ma il fervore della santità che ama, spera, gioisce, gode di quella pace che, come dice Paolo, è  oltre ogni nostra intelligenza.             

 

Serena Domenica

 

+Vincenzo Bertolone

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