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Vangelo di Domenica 11 Ottobre PDF Stampa E-mail
Scritto da +V.Bertolone   
venerdý, 09 ottobre 2009 19:30
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 10,17-30.
ImageMentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».  Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.  Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».  Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».  Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».   I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: «Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio!  E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?».  Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio».  Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».  Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva gia al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna.  (Segue commento di mons. Bertolone)

XXVIII Domenica del tempo ordinario

11 ottobre 2009  

Introduzione                

In questa ventottesima domenica del tempo ordinario la Liturgia della Chiesa ci accoglie con una Parola sferzante, abbastanza conosciuta, ma poco vissuta. Si tocca infatti il tasto dolente del discusso rapporto fra denaro, ricchezza in genere, e il Regno di Dio. Ancora una volta ci troviamo di fronte a problemi vitali che investono il rapporto giusto con la ricchezza, e riguarda la qualità dell’esistenza e anche il Regno di Dio, cioè l’aspetto escatologico che dovrebbe essere collocato in ben altra maniera da ciascuno di noi.                

Sono aspetti interconnessi al “come” risolveremo il rapporto con la ricchezza. Ciò determinerà l’approdo della nostra dimensione terrena.                

Il Regno di Dio non è certo una questione di denaro, ma è questione di scelte buone da fare, di valori veri sui quali costruire una vita tesa verso il nostro Infinito. In altre parole si potrebbe dire che tutto viene giocato nella scelta tra “essere” ed “avere”. La scelta dovrà avere l’aiuto della sapentia cordis, quella che confida solo in Dio, perché niente può salvarci se non Lui, che della salvezza è il depositario esclusivo.Queste non sono semplicemente belle parole, ma indicazioni per vivere con giusto distacco dalla ricchezza. Ci si rende conto non è facile tradurle in atti e comportamenti che inevitabilmente ci chiedono delle rinunce abbastanza dure da sopportare. Se nonché l’insegnamento di Gesù, con il suo contenuto esperienziale e non teorico, conferisce a queste indicazioni la concretezza di una progettualità esistenziale, il cui punto di partenza è la volontà di cambiare “testa” e “cuore”.               

Il riorientamento della propria rotta, infatti, è necessario per ritrovare la smarrita strada verso il cielo. Serve una ferma determinazione per farlo, giacché ci si deve staccare da ciò che per molto tempo veniva creduto una certezza. In questa “conversione” però, non si è soli, c’è lo sguardo amorevole di un Padre che ama l’uomo per quello che “è”.Se il Padre dona gratuitamente amore, l’uomo non può che rispondere con la fiducia: Sì, Signore, sulle Tue parole io costruisco il progetto della mia vita, perché solo tu puoi soddisfare la mia fame e sete d’infinito. Sì, Signore, dal Tuo sguardo d’amore mi lascerò sempre penetrare, perché ogni giorno devo avere il coraggio di quel distacco che mi porta ad essere libero e, finalmente libero, a gioire pienamente. 

L’amarezza della rinuncia                

Se il “giovane ricco” si fosse lasciato conquistare da quello sguardo amorevole e triste a un tempo, avrebbe impresso una svolta alla propria vita, e, soprattutto avrebbe colmato il vuoto inquietante causa della sua insoddisfazione. L’esito di quell’incontro, partito sotto i migliori auspici, ha condannato il giovane alla tristezza dell’avere e addolorato il Maestro.               

 Il primo, pur seguendo i comportamenti avverte un senso di disagio, forse di vuoto che lo induce ad apostrofare il Rabbì.La partenza è positiva infatti: è una sana inquietudine quella che rode la presunta e cagionevole quiete dell’anima. Non nasce da comportamenti devianti (“Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”), ma da mancanza di audacia, dall’incapacità e dal non desiderio di osare di andare, “oltre la Torah”. Si ripropone il dilemma tra lettera e spirito della Legge. Poi per un momento arriva il coraggio di farsi l’esame di coscienza: “Signore che cosa mi manca?” A chi altro fare quella domanda se non a Gesù Maestro della verità e dell’amore per le assenze, che danno pienezza alla vita, per le “perdite” che danno ricchezza? E’ una nuova pedagogia. Del desiderio che parte dall’infinito e all’infinito torna. Gesù insegna che le cose materiali e i beni terreni non possono dare piena soddisfazione, e i valori, come il denaro, il potere, il successo, la bellezza, gli unici creduti davvero appaganti, in realtà sono inefficaci in quanto rendono la vita quantitativamente piena, ma qualitativamente vuota e triste. Sono falsi valori che distraggono da ciò che conta veramente: la dignità dell’ “essere”. Si finisce progressivamente con il diventare proiezione esterna di ciò che si è dentro, ma siccome è materia non può andare d’accordo con la spiritualità che finisce per dileguarsi.               

Al momento dell’Incontro che seguirà, la svolta decisiva della vita si è talmente spersonalizzati dalla materia da non avere più neppure la sensibilità di accorgersene: la pagina della vita si volta da sola e noi restiamo con ciò che ci appaga anche se non ha il senso dell’infinito. “Una sola cosa ti manca: v’a, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; poi vieni! E seguimi!”. Ma che vantaggio può recare alla mia vita la proposta di perdere quanto ho accumulato senza violare la legge? Certamente è follia oppure è qualcosa che non va d’accordo con questo mondo. Dev’essere apparso quello di Gesù un insegnamento davvero stravagante. Gesù infatti non propone al giovane una semplice e lieve correzione del progetto di vita, non dimentichiamolo! Coerente con le norme, ma inaspettatamente impone un diktat: lìberati dalla ricchezza, fatti povero come me e seguimi.La progettualità che sottende alle parole del Maestro obbliga ad impostare la vita su categorie sconosciute: non più in funzione di se stessi, ma degli altri; al primato dell’ “avere” sostituire quello dell’ “essere; la logica del potere cambiata in logica del servizio. Non è facile un simile stravolgimento, e il volto del giovane ricco, allibito e triste, è più eloquente di molte parole.Siamo dinanzi ad un uomo non libero interiormente e che resterà sulla soglia. Avrebbe dovuto staccarsi dal suo dio, anzi dal suo stesso futuro, da ciò che considerava eterno, dal suo paradiso che non era nei cieli dell’eschatom, bensì nei riflessi aurei del suo peculio.               

Dopo duemila anni, tanti, troppi, forse quasi tutti ragioniamo come il personaggio del Vangelo: il dio denaro continua a fare proseliti, alienati non dalla fatica bruta, ma dalla smania di possesso, che fa smarrire il vero senso della vita e con esso la rotta verso il Regno. Per nostra consolazione le parole di Gesù aprono alla speranza e ci confortano sostenendoci: “….Tutto è possibile a Dio”. 

Io non posso, ma con Te tutto è possibile                

 La speranza che riaccende gli animi e invoglia ad osare è la certezza che il Dio in cui noi crediamo ha la passione per l’impossibile. Da soli non possiamo farcela a spogliarci di tutto, schiavi come siamo della paura di restare senza neppure il necessario, ma con Lui osiamo: Egli saprà moltiplicare per cento quel nulla che rimane.Allora il Vangelo non propone un progetto di vita segnato da rinunce, quanto piuttosto di moltiplicazioni di vita: lasci tutto, ma per avere tutto; non possederai nulla, eppure ti sentirai padrone del mondo intero. E’ un progetto nel quale investire senza timore, giacché la sua validità non segue una moda, ma è l’incontro decisivo con Lui,  testimonianza più verace della piena riuscita di questo progetto.È un progetto poi che non si costruisce con delle fughe in avanti. Certo, guarda al futuro, all’esito finale, ma lo fa investendo bene nel presente, giacché il raggiungimento dell’obiettivo finale è condizionato dalla sapienza con cui si vive il presente. E’ tempo di chiedere il dono della sapienza del cuore e non del potere, né della ricchezza, neppure del successo e della bellezza. Ci vuole questo tipo di sapienza per riconoscere il progetto che ci viene offerto come dono, per coglierne l’assoluta validità e realizzarlo. Ma, soprattutto, è necessaria per  capire la profondità e la forza dell’amore di Chi ci propone il progetto. Se solo riuscissimo a misurare la grandezza di questo amore non avremmo dubbi: l’adesione al progetto di Dio sarebbe immediata e senza condizioni, perché non ci abbandoneremmo ad uno sguardo amante, inconoscibile, è vero, ma rivelatore e in comunicazione con la nostra parte migliore. 

Conclusioni                

E il pensiero va ad un altro giovane ricco che non ha perso l’occasione della vita e su quell’ incontro ha creato la più bella sinfonia di tutti i tempi: un’ esistenza totalmente progettata e offerta alla volontà di Dio. In lui la rinuncia è diventata benedizione, la povertà beatitudine, la schiavitù delle cose libertà nel servizio, e la debolezza santità: parlo di Francesco, il giullare di Dio, che della povertà estrema, abbracciata per amore del suo Signore e Maestro, ha fatto corona della nuova vita, “Felice Colui/che mi ha rivestito di un saio/che è diventato un pavimento di rose./Non ho mai sentito/l’asperità di questo tessuto,/ma odorava di fresco,/odorava di mattino,/odorava di resurrezione./Le mie spalle sono diventate deboli ma forti:/sono diventato un contadino di fede./Aravo solo la terra di Dio, la sua volontà.”(Aldo Merini, Francesco).                 

 Serena domenica.                                                                                                                              

X Vincenzo Bertolone

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