Skip to content

Sibari

Narrow screen resolution Wide screen resolution Increase font size Decrease font size Default font size    Default color brown color green color red color blue color
Advertisement
Vi Trovate: Home arrow Spirito e Fede arrow Vangelo di Domenica 13 Settembre
Skip to content
Vangelo di Domenica 13 Settembre PDF Stampa E-mail
Scritto da +V.Bertolone   
domenica, 13 settembre 2009 07:52
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 8,27-35.
ImagePoi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: «Chi dice la gente che io sia?».
Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti».
Ma egli replicò: «E voi chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo».
E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno.
E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare.
Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo.
Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà
..    (Segue il commento di mons. Bertolone)

XXIV Domenica del tempo ordinario

13 settembre 2009

Il volto dell’Amore 

Introduzione                

La settimana scorsa dalle pagine del vangelo di Marco, Gesù ha rivelato il volto onnipotente del Padre operando il miracolo di guarigione del sordomuto. In questa domenica, la XXIV del tempo ordinario, da quelle stesse pagine, Cristo annuncia i tratti di un volto totalmente opposto: è un volto sconfitto, debole, vinto, di divino, di onnipotente sembrerebbe che in Lui non resterà alcuna traccia. E questo accade dopo una confessione importante, quella di Pietro: “Tu sei il Cristo”.Di fronte a queste contraddizioni si potrebbe ipotizzare che l’evangelista Marco abbia fatto un po’ di confusione. Eppure proprio questo episodio, nelle sue sequenze essenziali – l’interrogatorio di Gesù, la confessione di fede di Pietro, il primo annuncio della passione e la ribellione di Pietro - , è una sorta di spartiacque che divide il vangelo di Marco in due parti. Anzi inizia da qui quel progressivo rivelamento della divinità di Gesù che culminerà con il sacrificio della croce.               

L’episodio quindi non è qui a caso e né è in contraddizione con quanto scritto prima da Marco. Infatti sin dal primo capitolo, Marco, in modi diversi, pone la stessa domanda: chi è mai questo Gesù? Tra lo stupore della folla, l’indignazione dei farisei, il silenzio dei “miracolati”, le congetture fatte sulla Sua persona sono state tante, spesso false e ingannevoli.               

Ora a pronunciarsi su di Lui devono essere i suoi discepoli, legati al Maestro da un rapporto unico. La confessione di Pietro, a nome di tutti, sembrerebbe non tradire le aspettative. Infatti, Pietro riconoscendolo come il Cristo, “va al di là” delle opinioni comuni: Gesù non è uno dei profeti, semplici staffette attraverso le quali Dio ha condotto la storia al suo compimento, Gesù è il compimento della storia.                Ma questo andare “al di là” non basta. Di fatto riconoscere che Gesù è il Messia, il Cristo, il Figlio di Dio, senza accettarne l’umiliazione, la sconfitta, la morte in croce, significherebbe umanizzarlo, negargli la divinità, significherebbe inoltre privare noi della Sua divinità. Perché senza la sofferenza, senza il dolore, senza la morte non può esserci la vera vita. Non si arriva alla Pasqua se non si passa dal Calvario. Non può esserci salvezza se non si è disposti a perdere. Questa è una logica umanamente assurda, infatti è una follia d’amore, il vero segreto della divinità di Gesù.               

L’amore è il segreto di Dio, l’amore è il volto che Gesù ha rivelato del Padre. E quando l’amore è vero, autentico, assoluto è come una candela accesa davanti al crocifisso: “si strugge... Dà tutta la sua luce, tutto quanto il calore che possiede, senza curarsi se il fuoco la logora e la consuma lentamente” (cfr. Trilussa). A questa immagine amo paragonare la parabola di vita e di fede dei santi: tanto folli d’amore per Dio da lasciarsi consumare alla fiamma di questa passione ardente. Guardando al loro esempio di vita, si intuisce che  solo assumendo la logica dell’amore, la logica del perdere per trovare, del dare per essere felici, della morte per la vita, si permette a noi stessi di raggiungere una vita trasfigurata, la vita nuova in Cristo. 

Rifiuto della croce, rifiuto dell’amore                         

Per arrivare a questa intuizione del cuore è necessario tuttavia chiedersi “chi è per noi Cristo”. La risposta non è così scontata, come sembra, essa segna una svolta decisiva nella vita, giacché la coinvolge interamente e, soprattutto, la forma all’ombra di una croce. Infatti se si accetta di riconoscere Cristo come il Messia, non si può distogliere lo  sguardo dal volto del crocifisso; non si può evitare la croce.Eppure, come Pietro, si è riluttanti a pensare persino all’ombra della croce e, come lui, un moto di ribellione invade l’anima: è impensabile che Dio, la cui potente opera è a portata di mano, possa umiliarsi così tanto. È assurdo pensare a un Dio che si faccia piegare, rifiutare, crocifiggere. È una follia, è uno scandalo. Ancor più folle e scandaloso è poi accettare e abbracciare questo insano pensiero. Esso infatti porterebbe a maturare una logica capovolta: perdere per vincere, sacrificare per ricevere, “prendere la propria croce” per vivere.               

Ciascuna di queste espressioni motiva la fatica della risposta, il travaglio della scelta. Dire “chi è Gesù”, di fatto, significa accettare queste contraddizioni, dunque incamminarsi lungo una strada sulla quale sovrana si staglia l’ombra della croce. Impostare la propria vita su questa verità è scomodo, è fuori dalla nostra portata. Eppure nell’arco di una vita inevitabilmente si incontra la croce, i suoi volti sono diversi: la sofferenza fisica e morale, l’umiliazione per una offesa subita, la disperazione per un futuro incerto, il dolore per la morte di una persona cara. Allora che senso ha contemplare il volto di un Crocifisso, se già la croce è una realtà che ci appartiene? Ha senso nella misura in cui, quel Cristo in croce, riassume tutte le croci degli uomini, le porta su di sé e le riscatta. La Sua croce è l’espressione di un dolore, di una sofferenza, di una disperazione che hanno fine e che, soprattutto, sono autostrade per il cielo. Autostrade lastricate d’Amore, è questo il senso che Cristo ha dato alle croci degli uomini.La vera follia quindi è pensare che il Legno della Croce trasudi solo dolore, lacrime, sofferenza e morte. Quel Legno poroso è canto di gloria, è “invocazione assoluta dei cieli”, è vita donata, è espressione d’amore incondizionato e assoluto. Perciò chi rifiuta la croce rinuncia alla propria porzione d’amore, rinuncia ad essere amato e ad amare. Per prendere la propria croce allora non bisogna essere folli, piuttosto disposti a darle il volto dell’Amore, il Cristo crocifisso, e folle non è chi la prende e la vive, lo è invece chi la fugge e la teme.             

Il volto dell’Amore                  

D’amore quindi è stato fatto quel Legno. Tante parole belle sono state scritte sull’amore, ma chi ama veramente sa che i versi più belli e veri sono stati scritti e vissuti da Gesù sulla croce, quando la Sua umanità e divinità, offerte per amore, si sono fuse per sempre e, con il Suo ultimo respiro sono state affidate al Padre perché ricadessero sulla terra e fecondassero l’umanità: “Ecco il Padre amorevole che corre in aiuto del Figlio e squarcia tutte le nuvole e fa piovere dal cielo quella manciata di rose che noi uomini chiamiamo cristianesimo” (A. Merini).               

Noi cristiani siamo quella terra fecondata, siamo quelle rose che il Padre ha fatto piovere dal cielo. E sapendo qual è stato il prezzo di questa ricchezza, non possiamo negare che l’essenza del nostro credere è la contemplazione del volto di Cristo crocifisso, che di divino ha tutto: onnipotenza, grandezza, gloria.È sulla croce infatti che Cristo rivela il volto del Padre: un volto così paziente, così umile, così misericordioso, così innamorato della sua creatura, da farsi colpire, disubbidire, rinnegare da essa. Questa donazione estrema di sé, questo sacrificio d’amore, è valso all’uomo il cielo.                

Come non rispondere allora con lo stesso amore? Come non lasciarsi avvolgere da questa spirale di amore e morte che porta in alto, fino alla casa dell’eternità? Non, non è possibile rinunciarvi. Non è possibile distogliere lo sguardo da quel Volto crocifisso e, passando oltre, rifiutare di prendere la propria croce e percorre la strada dell’amore.Accettare di prendere la croce significa dare nuovo valore e contenuto al dolore, alla sofferenza e, infine, alla morte. Un valore e un contenuto di speranza e di vita, che è nascosto dietro il volto di un Dio sofferente, umiliato, crocifisso, morto.  Ma se non ci si libera della logica del Pietro ribelle, non riusciremo mai a vedere dietro il volto del Cristo sofferente la primizia della resurrezione. 

Conclusione                

Iniziando questa breve riflessione abbiamo parlato di santi, pazzi dalla logica capovolta: decentramento del proprio “io” perché l’Altro sia; perdere per ritrovare il volto di Dio; perdersi per ritrovarsi faccia a faccia con Dio. Il loro è stato uno stillicidio quotidiano: ogni gesto hanno compiuto per amore e con amore. Come candele dalla fiamma viva, si sono donati e “consumati” bruciando nella fiamma ardente dell’amore di Dio.I santi però non sono stati uomini e donne straordinari, semplicemente hanno fissato lo sguardo sull’amore di Dio e hanno incontrato il volto del Cristo crocifisso. La loro è stata una grande intuizione quella di capire che nessuno li avrebbe amati come il Cristo in croce, per questo fra alti e bassi, hanno vissuto saldamente ancorati a quel Legno d’amore.               

Cosa ci dicono oggi i santi, nulla di più rispetto a quanto Cristo abbia detto e fatto, ma il loro esempio d’amore e donazione, ci aiuta a ravvivare la fiamma dello stesso amore che è attesa di santità.

Serena Domenica

+Vincenzo Bertolone

< Precedente   Prossimo >