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Il Vangelo di Domenica 5 luglio PDF Stampa E-mail
Scritto da +V.Bertolone   
venerdý, 03 luglio 2009 07:32

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 6,1-6.
ImagePartito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono.
Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani?
Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».
E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì.
E si meravigliava della loro incredulità. Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando.  (Segue meditazione di mons..Bertolone)

 

XIV Domenica del Tempo Ordinario

Con gli occhi della fede 

Introduzione               

 Una sola parola riassume il contenuto della pagina di Vangelo di questa quattordicesima domenica del tempo ordinario: rifiuto. Dopo le manifestazioni attraverso i miracoli delle precedenti domeniche, Marco, ci parla del rifiuto che Gesù riceve a Nazareth. Si potrebbe dire che Gesù abbia fatto fiasco, in realtà, il racconto sottende due verità importanti: primo, Gesù non è un semplice taumaturgo, bensì Qualcuno che conosciamo solo attraverso gli occhi della fede. Senza la fiamma della fede non è possibile comprendere la sua Parola, i suoi insegnamenti, non è facile riconoscerlo quale Figlio di Dio, Signore della nostra vita.Secondo, la fede non segue la logica umana e la sua fiamma va continuamente alimentata. Ciò che Gesù insegna con autorità è una sapienza che va al di là delle nostre ragioni, ma va ricercata comunque nella quotidianità, in cui si manifesta, pur nella debolezza, la forza della verità di Dio.

Una verità che a volte difficilmente comprendiamo: ci meraviglia, ci stupisce, ma spesso non la accogliamo, troppo scomoda per chi vive incentrato nelle cose materiali: lavoro, avere e spendere, spendere di più, avere di più e lavorare di più.Impatto difficile quello con Gesù: un conto è parlare di Dio, un conto è incontrarsi con Lui; una cosa è parlare di fede, un’altra è credere; una cosa è dirsi cristiani, un’altra è essere cristiani. Amare, seguire Gesù, oppure rifiutarLo e allontanarsene, questo è mistero di libertà. Diceva Pascal: Dio non costringe nessuno a credere. Infatti c’è luce sufficiente per chi vuol vedere; ma c’è anche buio sufficiente per chi non vuol vedere.A noi resta la certezza che nell’infinita bontà di Dio c’è sempre luce quanto basta per penetrare e mettere in crisi anche il cuore più incredulo. 

La Sapienza rivelata a chi la cerca               

Nel Vangelo di Giovanni il Verbo che si fa uomo viene presentato come luce che viene a risplendere in mezzo alle tenebre. Ma le tenebre l’hanno respinta. È naturale chiedersi se oggi è mai possibile che le tenebre respingano la luce, la circondino nella loro oscurità, le impediscano di risplendere. Come è avvenuto a Nazaret: Gesù viene ancora respinto, e l’incredulità impedisce alla luce di risplendere. Eppure, nel rispetto della scelta di rifiuto dei suoi concittadini, Gesù non si limita nella sua azione e opera alcune guarigioni. Questo non ci fa che sperare: è consolante l’immagine di una operosità che, nonostante tutto, mostra come il buio non esista e che, per quanto fitto, non vinca lo splendore della luce.               

Ovunque siano tenebre, o quelle naturali della notte o il buio delle caverne, se spunta un raggio di luce, se si accende una fiamma, se sprizza una scintilla: il raggio, la fiamma, la scintilla sconfiggono le tenebre. Questa piccola fonte di luce è la fede: chi crede in opere e parole può rischiarare le tenebre. Ma è necessario alimentare sempre la luce della fede, diversamente si rischia di non andare oltre le apparenze e, come gli abitanti di Nazareth, adattarsi alle tenebre dello scetticismo e dell’incredulità, rifiutando di riconoscere in Cristo il Figlio di Dio, e non accogliendolo, impedendo a noi stessi di vivere secondo i veri valori umani, anticipazione e guida ai valori eterni.               

La fede è dunque la sola strada che ci possa guidare al riconoscimento di Cristo, alla conoscenza della Sua parola, all’ accoglienza della sua opera quale azione redentrice della nostra vita. Senza il salto della fede, che è salto di “cuore” e non di “testa”, potremmo stupirci, meravigliarci della parola e dell’opera di Cristo, ma non andremo oltre al riconoscimento razionale: entrambi non sono frutto dell’esperienza umana, ma hanno origine diversa da essa; e la fede è dono che “viene da fuori”, Qualcuno –da altrove -  si fa incontro a noi. Ma poi la meraviglia iniziale, senza il salto del cuore, si potrebbe trasformare in rifiuto, e come gli abitanti di Nazareth, non accoglieremo Cristo nel quotidiano e saremo portati ad affermare: mi stupisco del suo parlare e del suo agire, ma nella vita non si può seguire il Suo insegnamento, in fondo siamo solo uomini.               

 Razionalmente infatti non si può credere che Dio possa essere così: la forza della Parola si riveste di debolezza e di quotidiano, la Sua potenza è tutta nell’impotenza della croce. Noi vorremmo invece che tutto quanto abbia relazione con Dio si presenti sempre con la garanzia della straordinarietà, con lo splendore del meraviglioso, con l’evidenza dei segni del cielo, con la certezza del successo. Facile credere così. E invece il Dio della Bibbia e del Vangelo accetta in pieno il rischio dell’incomprensione, del rifiuto, dell’insuccesso, adottando la strada delle “cose umane e terrene” per parlare all’uomo e intervenire nella storia del mondo, rispettando così la libertà di cercarlo e amarlo o negarlo e rifiutarlo.               

Molti pretesti si possono trovare per l’incredulità e il rifiuto, a cominciare dalle debolezze di ogni genere che si possono riscontrare in coloro che in un modo o nell’altro sono chiamati ad essere pastori e interpreti della parola di Dio. Tuttavia il Regno di Dio si attua proprio nell’ambiguità e nelle contraddizioni delle vicende umane: la crocifissione-resurrezione di Gesù ne è l’esempio più significativo. La “potenza” di Dio si manifesta proprio nella “debolezza” della condizione umana, che Dio stesso ha fatto sua nella persona di Cristo; la Sua grazia opera proprio attraverso le “infermità, persecuzioni, angosce”, attraverso le difficoltà e i limiti che fanno parte della normale esperienza umana: Quando sono debole, è allora che sono  forte. (2 Cor 12,10). 

La forza della debolezza               

La debolezza dell’uomo è la forza di Dio. Che logica è mai questa? Contrasta con il sentire comune umano, sovverte i meccanismi della vita sociale, politica, economica in cui non c’è posto per la debolezza, in cui la fragilità è bandita e parlare di limiti è una bestemmia.Eppure se vogliamo riconoscere Cristo e seguirlo dobbiamo avere il coraggio di sovvertire la logica comune e, contro corrente, fare nostra l’esclamazione di Paolo: Quando sono debole, è allora che sono  forte. (2 Cor 12,10). Certo vivendo, riconoscendo i nostri limiti e le nostre debolezze, perché si manifesti la potenza di Dio in noi, di sicuro non saremo capiti e accolti dalla società di oggi, ma poco importa: è vero condividiamo con Dio il rischio del rifiuto, ma ne condividiamo anche l’eternità.                  

Non ci faccia paura il rifiuto, il fallimento: Dio stesso pur avendo sperimentato il fallimento, ha continuato a farsi compagnia del suo popolo; ha deciso di essere lì, anche in esilio, profeta inascoltato; sino a condividere tutto dell’uomo scegliendo ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Scegliendo il silenzio al clamore, l’umiltà alla visibilità perché la fede divenisse autentica adesione e non scelta di comodo.È più facile credere allo spettacolo di un fatto straordinario, che ad una opera compiuta in “sordina”; è più facile riporre la fiducia in un uomo che si rende visibile, che nell’uomo che non vive per farsi vedere, ma vive per essere. Perciò chi sceglie la strada della normalità, della quotidianità, del nascondimento, per mettere in opera la fede, l’incredulità è dietro l’angolo, giacché “la radice dell’incredulità è proprio questa: l’incapacità di accogliere la manifestazione di Dio nel quotidiano” (R. Fabbris). L’incapacità di percepire la presenza di Dio nella quotidianità, riduce la fede in Lui ad abito per le grandi cerimonie. Quando invece la fede o è lo stile di tutti i giorni o è una terribile ipocrisia, una “scandalosa” incoerenza, o crediamo nella presenza di Dio in tutti i momenti della nostra vita, oppure siamo come gli abitanti di Nazareth, che rifiutano Dio in veste quotidiana. 

Conclusione               

È bello pensare a un Dio che si serve di noi nonostante le nostre mancanze, che, pur meravigliandosi di come smorziamo la fiamma della fede, trascinati dalla nostra oscurità mentale, continui a venirci incontro, ci cerchi e ci inondi della sua Grazia. A questo Dio proprio non si può rinunciare, senza di Lui l’infelicità diventerebbe peso insopportabile.Chiediamo a Gesù che ci aiuti a vivere con una fede radicata nel profondo del cuore, che non ha bisogno di spettacoli per restare incrollabile e che si comunichi agli altri attraverso la semplicità della quotidianità. 

Serena Domenica

+ Vincenzo Bertolone

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